
IL REATO È ACCERTATO… LA CARRIERA PURE
Trascrizione di un post su FaceBook, di Giulio Galetti.
Nel caso della Procura di Trani, la frattura tra responsabilità penale e responsabilità disciplinare non è solo una crepa… È una voragine. Due pubblici ministeri vengono condannati in via definitiva per violenza privata sui testimoni. Un reato che, se commesso da qualunque altro pubblico ufficiale, segnerebbe la fine immediata della carriera.
In questo caso eclatante, la risposta disciplinare del CSM colpisce per la sua modestia rispetto alla gravità dei fatti. A fronte di una richiesta di radiazione, arriva solo una sospensione temporanea. Un messaggio devastante: per il CSM, un reato penale non è incompatibile con la permanenza in magistratura, basta una parentesi amministrativa per i due protagonisti.
IL PM CHE DIVENTA GIUDICE
Alessandro Donato Pesce era sostituto procuratore presso la Procura di Trani quando, tra il 2014 e il 2015, partecipò agli interrogatori di persone informate sui fatti (in particolare imprenditori e collaboratori coinvolti negli appalti comunali). Le condotte, consistenti nella prospettazione di arresto, sequestro dell’azienda e conseguenze sui familiari in caso di mancata “collaborazione”, sono state qualificate dai giudici come violenza privata.
Il procedimento penale, nato da un esposto e dalla successiva acquisizione delle registrazioni degli interrogatori, si è concluso con la condanna definitiva in Cassazione (pena di 8 mesi). Sul piano disciplinare, il Consiglio Superiore della Magistratura ha respinto la richiesta di radiazione avanzata dalla Procura generale e ha applicato una sospensione temporanea dal servizio di cinque mesi, eseguita nel 2024.
Terminato il periodo di sospensione, Pesce è stato assegnato alle funzioni giudicanti civili presso il Tribunale di Milano, segnando il passaggio dalla funzione requirente a quella giudicante senza soluzione di continuità di carriera. Alla faccia di chi afferma che le “porte girevoli” tra Giudici e Procuratori non funzionano più.
IL PROTAGONISTA DEL METODO COERCITIVO
Il collega di Pesce, Michele Ruggiero, anche lui sostituto procuratore a Trani, è considerato il principale protagonista degli interrogatori contestati. Con il collega, condusse audizioni di testimoni successivamente giudicate intimidatorie, tramite frasi esplicitamente minacciose e pressioni psicologiche penalmente rilevanti. Il processo ha portato a una condanna definitiva per violenza privata (pena di 8 mesi come per Pesce). Successivamente, un secondo procedimento venne contestato a Ruggiero, per condotte analoghe nei confronti di altri soggetti e per la falsificazione dei verbali. In primo grado il magistrato ha ottenuto la prescrizione per la violenza privata e una condanna per falso ideologico a 2 anni e 3 mesi con interdizione temporanea dai pubblici uffici. Ma Ruggiero, a quel tempo, era presidente della sottosezione ANM di Trani in quota della corrente “Autonomia e Indipendenza” legata alla figura di Piercamillo Davigo, e teneva santi in paradiso… tant’è che, con le indagini in corso, Ruggiero ricevette un incarico prestigioso: consulente della commissione bicamerale banche a Roma. Come per il collega Pesce, Il CSM applicò una sospensione di due anni senza procedere alla radiazione richiesta. Durante il periodo di sospensione, Ruggiero ha subito ulteriori rilievi disciplinari, tra cui una censura nel 2025 per violazioni procedurali legate alle intercettazioni, sempre senza conseguenze espulsive, e con la conclusione della sospensione (Aprile 2026) è prevista la sua presa di servizio come giudice presso il Tribunale di Torino, con passaggio dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti.
DA PM CONDANNATI A GIUDICl “RIQUALIFICATI”
Magistrati ritenuti colpevoli di aver intimidito testimoni, falsificato verbali e vengono ricollocati in funzioni giudicanti, cioè nel ruolo che richiede equilibrio, terzietà e credibilità.
Il risultato è corrosivo: chi abusa del potere requirente viene legittimato a esercitare quello giudicante. Il sistema disciplinare pervaso dal correntismo, non espelle la patologia, la ricolloca. Il caso Trani diventa così paradigma di un sistema che rivendica indipendenza ma fatica ad accettare la responsabilità dei propri componenti. E quando l’autonomia si separa dalla responsabilità, la fiducia pubblica non si incrina, si sgretola.
L’OPINIONE di Franco Puglia
Un esempio, tra i tanti, di abuso della funzione pubblica, ed in particolare, gravemente, di quella giudiziaria. Esempi di “corruzione dell’etica”, che non toccano soltanto la magistratura, ma sono una piaga sociale italiana, diffusa, pervasiva.
In questo contesto si inserisce il tentativo di introdurre cambiamenti, di ordine costituzionale, del Governo Meloni, con l’assistenza del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ed in particolare la legge sulla “separazione delle carriere”, soggetta a referendum confermativo, in quanto legge costituzionale, referendum che ha scatenato la penosa opposizione di sinistra, strumentalizzando un tema delicato per finalità di lotta politica generale, nel tentativo di usare la legge come grimaldello per scassinare la cassaforte governativa.
La legge di cui si parla si occupa SOLTANTO di separazione delle due funzioni giudiziarie, inquirente ( i PM) e giudicante, che nessuno che sia sano di mente potrebbe volere confuse, per non dire colluse, e che, laddove vengano denunciati abusi di potere da parte di un magistrato, devono essere soggette a giudizio e sanzioni disciplinari indipendenti, effettive, non di facciata e non determinate da interessi diversi da quelli del RISPETTO DELLA LEGGE da parte di TUTTI, senza eccezioni, escludendo chi ha proprio il compito di farla rispettare.
In questo senso si esprime il testo di legge, che prevede la formazione di DUE CONSIGLI DISCIPLINARI, uno dedicato agli inquirenti ed uno ai giudicanti, due istituzioni delle quali fanno parte, giustamente, anche membri delle rispettive funzioni, ma anche soggetti diversi, che non possono avere un interesse personale o di parte nella formulazione dei loro giudizi.