IL GENOCIDIO DELLE FOIBE DI BASOVIZZA ED ALTROVE

In questi giorni si riparla della tragedia del genocidio compiuto dagli slavi di Tito dopo la caduta del fascismo, quando esplose la caccia agli italiani residenti in Istria e Dalmazia, territori che appartenevano all’impero austroungarico, prima, e poi all’Italia, dopo la sconfitta austriaca del 1918 ed il disfacimento dell’impero.
Di questa tragedia storica non si è parlato per decenni, perché fu la risposta comunista alla sconfitta del nazi-fascismo, opponendo genocidio a genocidio, quello degli ebrei, prima, ad opera dei nazisti, quello degli italiani, poi, ad opera degli slavi.
Si, genocidio vero e proprio, perché la caccia all’uomo fu rivolta solo ed esclusivamente verso gli italiani, “fascisti per definizione”, all’epoca, anche quando non lo erano stati affatto.
L’esplosione di violenza feroce degli slavi fece emergere ostilità che erano latenti, e che il conflitto della seconda guerra mondiale fece deflagrare, mescolando ostilità di ordine politico tra fascisti e comunisti ad ostilità di ordine etnico e culturale, tra genti italiane e slave.

Ma il genocidio venne messo in atto da tutte le popolazioni slave di quei territori?
Non c’è modo di saperlo con certezza, ma forse anche no. Infatti il termine “slavo”
si riferisce ad una molteplicità di popolazioni che hanno origini comuni o assimilabili, ma che erano già ben distinte tra loro all’epoca dei fatti.

Alla fine della prima guerra mondiale, con la sconfitta dell’Austria, iniziò il disfacimento dell’Impero Austro-ungarico, che portò al distacco da Vienna di molti territori abitati da popolazioni slave. Nel 1918, i territori italiani nei Balcani erano principalmente legati alla Campagna dei Balcani (Fronte macedone), dove le truppe italiane operavano a fianco degli Alleati, ma le acquisizioni territoriali più significative arrivarono dopo la guerra con l’Armistizio di Villa Giusti, (novembre 1918), includendo Trieste, l’Istria e parte della Dalmazia (come Zara), realizzando le aspirazioni irredentiste, anche se molte rivendicazioni balcaniche furono ridimensionate dai trattati di pace successivi. 
Dopo la fine delle ostilità, l’Italia occupò militarmente aree strategiche nei Balcani, specialmente lungo la costa dalmata e in Albania, anticipando le decisioni dei trattati.
Col trattato di Rapallo del 1920 l’intera penisola istriana fu assegnata all’Italia. 
Dalmazia: L’Italia ottenne Zara, Sebenico, le isole del Carnaro, Cherso, Lussino e Lagosta. Venezia Giulia: l’annessione includeva la Venezia Giulia orientale, Trieste e Gorizia.

Al contempo alcuni territori slavi come Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, dichiararono l’indipendenza delle loro terre da Vienna e si costituirono in un’entità denominata Stato degli Sloveni, Croati e Serbi, che però non ebbe alcun riconoscimento internazionale.
Chiesero, allora, al Regno di Serbia di costruire insieme una nuova realtà statuale, alla quale aderì anche il Regno di Montenegro. Il 1º dicembre 1918 fu fondato il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il 6 gennaio 1929 il re Alessandro I, con un colpo di stato, avocò a sé tutti i poteri per sedare i dissidi interni ai diversi partiti politici e ai gruppi etnici, e cambiò il nome del Paese in Regno di Yugoslavia, promuovendo una politica di accentramento amministrativo e culturale e tentando di appiattire le differenze culturali dei popoli che componevano lo Stato. Il 25 marzo 1941 il principe reggente Paolo Karadordevic fece aderire la Jugoslavia all’Asse italo-tedesco e per questo l’erede al trono, Pietro II, con un colpo di stato avvenuto due giorni dopo, detronizzò lo zio e assunse la corona, rompendo l’alleanza con le forze dell’Asse, che a questo punto invasero la Yugoslavia, il cui territorio fu conquistato e parzialmente annesso a Germania, Italia, Ungheria, Albania Italiana e Bulgaria, oltre a costituire alcuni staterelli fantoccio. Il Regno d’Italia partecipò alle fasi dell’invasione partendo dalle proprie basi in Venezia Giulia ed Istria, da Zara e dall’Albania.

Questo excursus storico serve a comprendere la complessità della situazione di quei territori nel ‘900, non dimenticando che il processo risorgimentale dell’Italia non era ancora concluso all’inizio del ‘900 e la sua conclusione si può datare proprio con la fine della prima guerra mondiale e la conquista di territori largamente abitati da genti italiane, anche se non solo da quelle. Con la seconda guerra mondiale e la sconfitta italo-tedesca i territori ormai italiani riconosciuti dopo il 1918 vennero invasi dagli Yugoslavi, che riuscirono ad occupare tutta l’area territoriale che si affaccia sul mare Adriatico, sino a Trieste, che sfuggì all’annessione solo grazie alle pressioni americane.
E qui la repressione degli italiani che non erano riusciti a fuggire oltre il confine delimitato dalle truppe anglo-americane fu feroce, e fu vera operazione di sterminio, analoga a quella che molti anni più tardi i Serbi di Milosevic condussero verso i Kosovari.
E non si trattò di arrestare ed imprigionare “presunti fascisti”, ma dello sterminio programmato degli italiani, fatti scomparire nelle foibe, morti o feriti ed ancora in vita.
Vollero emulare i nazisti di Hitler, tentando di superarli nell’orrore.

Uno sfogo bestiale di odio represso degli slavi nei confronti degli italiani, con cui erano stati in guerra, come descritto nel sommario che precede? Si, ma forse non da parte di tutti …
Mia madre è nata a Trieste nel 1921, quindi in una Trieste “italiana”, lei, figlia di una madre austriaca della Carinzia e di un padre croato.
Da quelle parti le etnie erano mescolate, si parlava italiano, tedesco e croato, e la convivenza era possibile anche se, immagino, non sempre morbida.
Mia madre aveva parenti ed amici in Istria, in cui capitava di recarsi “in campagna”, per brevi vacanze. A Trieste, però, si operavano distinzioni tra slavi e slavi: mia nonna materna e mia madre si riferivano a loro col termine dialettale di “sciavi”, che aveva un significato dispregiativo. Ma non riguardava i Croati di Istria e Dalmazia, bensì, piuttosto, i Serbi, cioè la popolazione dominante, all’epoca, sulla scena politica yugoslava.
E stando ai racconti le atrocità non vennero dai Croati, ma dai Serbi, persino da parenti che denunciavano a militanti Titini loro parenti con sentimenti italiani.
Mia madre e mia nonna dovettero fuggire, per un certo tempo, per salvarsi dalla cattura.
E non dimentichiamo che anche la tragedia del Kosovo, guarda caso, è stata di matrice serba.

Quindi si, la tragedia delle foibe nasce dal clima d’odio feroce che venne suscitato dalle guerre dell’epoca, con occupazioni territoriali e spargimento di sangue, ma anche da stimoli di ordine etnico e politico provenienti da est, dalla Serbia e dall’URSS che le stava alle spalle, non dimenticando che la Serbia fu l’alleato più stretto dell’URSS in tutti gli anni bui della guerra fredda dopo il 1945. Fu una strage di italiani ad opera dei comunisti, come fu strage quella degli ebrei ad opera dei nazisti tedeschi.
I “giorni della memoria” devono far ricordare al meglio del possibile la VERITA’ STORICA di quel periodo disgraziato.

Ing. Franco Puglia
12 febbraio 2026








UNA LETTURA PERSONALE DEI CONFLITTI IN CORSO

Quello che stiamo vivendo, di cui l’ultima puntata è il blitz americano a Caracas con la cattura di Maduro, è soltanto un’altra tappa del conflitto planetario in corso, definito anche guerra ibrida, che si estende al Medio Oriente ed al conflitto russo-ucraino, per non parlare di quanto accade altrove nel mondo.
Si possono dare molte letture di quanto sta accadendo, e la lettura che ne do io non è necessariamente la migliore. Io leggo nei conflitti in corso un conflitto mondiale generalizzato tra due culture, storicizzate, che oppongono paesi diversi ma anche forze sociali diverse all’interno degli stessi paesi.
Il grande cambiamento, a mio avviso, nasce con le rivoluzioni politiche del primo 900, che hanno già radici nella rivoluzione francese del 1789, e mettono in discussione la struttura della società e del potere emersa dal Medioevo. Se queste rivoluzioni avevano la loro ragion d’essere e la loro connotazione negli squilibri sociali drammatici di quelle epoche, il loro sviluppo mantiene questa connotazione sino a forse il 1945, per poi virare gradualmente verso qualcosa di diverso, e di radicalmente diverso ai giorni nostri.
Infatti questo movimento di massa, diffuso in tutto il mondo, si era trasformato rapidamente in una religione laica, radicalizzandosi nel comunismo, e diventando una sorta di PATOLOGIA DELLE COSCIENZE, che gradualmente si allontana dalle sue origini per diventare un contropotere in conflitto con il potere ereditato da quello tradizionale, prima dei regnanti, poi delle democrazie di stampo liberale affermatesi in Europa ed in America.
Ai giorni nostri il mondo appare diviso in due grandi blocchi, che è puerile descrivere come orientati uno a sinistra ed uno a destra, anche se alcuni contenuti si possono ascrivere a queste due classificazioni politiche.
Quello che vediamo è l’esistenza di paesi che si possono collocare nell’area delle pur datate e logore democrazie, e quelli che si collocano senza ombra di dubbio nelle autocrazie, magari mascherate da istituzioni pseudodemocratiche.
Nella prima categoria possiamo collocare l’Unione Europea con l’Inghilterra, gli USA, il Canada, l’Australia, l’attuale Argentina, l’India, il Giappone, la Korea del Sud, e forse qualche paese che dimentico, mentre nella seconda possiamo collocare la Russia, la Cina, la Turchia, l’Iran, il Venezuela, almeno sino a ieri, il Brasile, la Korea del Nord, molti paesi centro-africani e nordafricani, alcuni paesi sudamericani., ecc.

I paesi che si collocano in queste due categorie sono ostili tra loro, anche se non in conflitto aperto, e prendono posizione su sponde opposte nelle grandi questioni internazionali. L’aspetto interessante è che la politica dominante nei paesi della seconda categoria NON è connotata dal comunismo, salvo eccezioni, ed anche in questi casi la connotazione è più formale che sostanziale. Si tratta di autocrazie con una amministrazione pubblica fortemente centralizzata, che del comunismo conserva l’autoritarismo indiscusso del potere e la concentrazione della ricchezza, che viene in qualche modo “distribuita” alla popolazione, per quel poco che resta, visto che questi regimi sono in genere incapaci di produrre ricchezza e sfruttano quella delle risorse naturali, con la sola autorevole eccezione della Cina, sedicente comunista, che ha costruito una imponente struttura industriale e fonda la sua ricchezza sulle esportazioni.
Una parte a se stante è occupata dal mondo islamico, ancorato ad una visione del mondo antica, sclerotizzata, in conflitto stridente con la modernità, di cui però sfrutta ogni risorsa.
Tutti questi paesi sono fortemente militarizzati, e la quota di spesa pubblica destinata al benessere della popolazione è minoritaria. Della visione del mondo originaria, che parte con la rivoluzione francese, restano poche tracce, direi gli escrementi.

Nella prima categoria collochiamo il mondo delle democrazie, orientato allo sviluppo industriale, alla ricerca del benessere allargato, ed in parte distribuito, alla popolazione tutta, quasi bigotto nell’osservanza del diritto, diffuso ovunque ed in tutto, anche se spesso sorvolato, affetto da sensi di colpa storici per le devianze del passato da questo modello idealistico, ciò che lo allontana dal pragmatismo brutale dei paesi della seconda categoria, indebolendolo, però, rendendolo fragile, facilmente attaccabile, anche dall’interno.
Ed il nemico peggiore si colloca proprio all’interno, con una forte contaminazione della popolazione da parte di quell’altro mondo, con la sua cultura ideologizzata, un cavallo di Troia interno, che indebolisce questi paesi di fronte al NEMICO, numericamente preponderante su scala mondiale. Una contaminazione estesa anche a causa della forte componente di immigrati, provenienti sempre da quell’altro mondo, sempre pronto al conflitto, ma non a dar da mangiare alla sua popolazione.

Questa dicotomia tra due mondi diametralmente opposti, presenti sul medesimo pianeta, con una popolazione di oltre 8 miliardi di esseri umani, equivale su scala umana alle due semisfere di una bomba atomica tradizionale, pronta alla deflagrazione se le due semisfere entrano in contatto tra loro formando la massa critica.
Lo scenario oppone oggi la debole Europa e la problematica America di Trump, con Giappone a Korea del sud presumibili alleati orientali, ed Israele in Medio Oriente ad una Russia ripiombata nella cultura degli Zar, ad una Cina alleata strumentale della Russia e ad alcuni paesi marginali, ma di peso non trascurabile, che hanno legami con il Medio Oriente, come la Turchia, la cui partecipazione alla Nato è strumentale ma non strutturale, come l’Iran, alleato della Russia e sua longa manu sullo scenario mediorientale.
Non mi esprimo sull’Africa, che offre un panorama variegato ma non ha peso geopolitico ed è soltanto terra di conquista economica da parte cinese e di altri.

In questo scenario parlare di pace è soltanto ipocrita, o espressione di demenza cognitiva.
La prospettiva, purtroppo, è bellica, sanguinosa, perché senza un orizzonte temporale visibile di conclusione, e perché la sua conclusione passa soltanto attraverso la distruzione dell’una o dell’altra fazione, cosa che, dati i numeri in gioco, richiede un conflitto secolare, una GUERRA DEI CENT’ANNI, da condursi su tutti i fronti, non soltanto su quello militare, e che deve avvalersi anche della morte naturale della popolazione più anziana.
Il ricambio generazionale, se formato in larghissima prevalenza sulla prima o sulla seconda cultura, potrà condurre ad una sorta di pacificazione globale, con una popolazione planetaria profondamente cambiata.

Mie fantasie? Forse, ma fondate su una realtà attuale visibile, molto concreta. La speranza che tutto questo si risolva in fretta con un volemose bene, questa si, mi pare fantasia.

Ing. Franco Puglia
4 gennaio 2026