LA LEGGE DELLO STATO E QUELLA DEGLI UOMINI

La LEGGE dello Stato regola i rapporti tra i cittadini, e lo fa al meglio, o al peggio, delle capacità di una comunità di darsi un sistema di leggi che coincida con il comune sentire.
La legge dello Stato si sostituisce ai singoli cittadini quando deve infliggere delle pene, facendo si che la pena inflitta al condannato, quale che sia il reato, non venga inflitta dal danneggiato, non esprima una sua specifica vendetta o risarcimento, ma sia quella di tutti noi. E va bene così, in linea di principio: così DEVE essere.

Ma è sufficiente? No, non lo è.

Perché la condanna inflitta dal tribunale, in base alla legge, tiene conto di innumerevoli fattori e di altri elementi di giudizio soggettivi del giudice, ma può non coincidere col sentire popolare diffuso. Questa riflessione nasce dal caso Brusca, una belva dalle fattezze umane che ha scontato una condanna di 25 anni di carcere per i suoi feroci delitti, non l’ergastolo, e men che meno la pena di morte, grazie ad una legge che riduce la pena ai collaboratori di giustizia. Questa legge ha un suo senso, ed ha prodotto anche i suoi frutti, ma non coincide con il bisogno di GIUSTIZIA e, perché no, anche di VENDETTA di chi ha subito i torti e dei cittadini partecipi, più in generale.

Se la legge non consente la pena di morte, comunque sconsigliata in questi casi, se si vuole ottenere la collaborazione del prigioniero, è pur vero che esistono altre contropartite, anche banali. Quali? Il cibo, ad esempio: cibo in cambio di collaborazione; niente collaborazione, niente cibo, e se il prigioniero è disposto a morire di fame, muoia pure di fame, infliggendosi da solo la condanna che ha ben meritato. Se il prigioniero è disposto a morire di fame, allora vuole anche dire che non è disposto a collaborare. Se invece tiene alla sua pur miserevole vita allora verrà a patti, pur di sopravvivere, e l’ergastolo è il suo destino.

Negare il cibo è una tortura? No, perché il prigioniero può interrompere la sua sofferenza quando vuole, collaborando. Il carceriere non infligge alcun danno fisico al prigioniero, se non quello che il prigioniero si infligge da se medesimo non collaborando.
Il cibo non è GRATIS per nessuno: ciascuno di noi se lo guadagna lavorando. Il prigioniero può guadagnarselo collaborando con la Giustizia.

E’ evidente che molti potrebbero fare alcune obiezioni a questo mio pensiero, affermando che il carceriere potrebbe costringere al digiuno un prigioniero che non sa nulla e non ha nulla da dire, che semplicemente non è in grado di collaborare, perché non ha informazioni di interesse per lo Stato. E’ vero, ed una tale impostazione richiede da parte di chi interpreta la Giustizia senso di responsabilità e capacità di analisi che non determinino una condizione di carcerazione disumana.

Non dimentichiamo, però, che il rischio vale la candela, e che siamo di fronte a belve feroci, non ad esseri umani, perché non basta avere fattezze umane per essere riconosciuti come umani, e questa distinzione dovrebbe cominciare a trovare una sua collocazione anche nella LEGGE. Dal mio punto di vista avrei più scrupoli ad infliggere sofferenza ad un qualsiasi animale, anche ad un predatore selvatico, piuttosto che non ad individui di tale fattispecie.

Ed anche mettendo da parte una tale ipotesi di provvedimento alternativo per i collaboratori di Giustizia, che farebbe uscire dalla sua tomba Pannella e forse scatenerebbe i suoi eredi, per non parlare dei soliti buonisti di matrice cattolica, l’esaurimento della pena per Brusca, e per tanti altri come lui, non può e non deve implicare la fine di una diversa pena inflitta dai cittadini come tali, al di fuori dell’ordinamento giuridico. Questa belve, scontata la pena, non possono solo per questo meritare perdono, rispetto, aiuto da parte dei cittadini comuni, e chi li aiuta, in qualsiasi modo a sopravvivere, non può meritare alcun rispetto e va emarginato socialmente, fosse anche un prete.

La condanna della LEGGE si rispetta, ma quella degli uomini, ove non coincida, va parimenti rispettata. E se qualcuno volesse FARE GIUSTIZIA, cosa che non coincide necessariamente con l’applicazione della legge, forse la Magistratura inquirente dovrebbe chiudere tutti e due gli occhi, rinunciando ad indagare sulle circostanze che hanno reso Giustizia alle vittime.

Gli effetti della Legge ed il Giudizio degli uomini

La distinzione tra gli effetti della legge ed il giudizio degli uomini dovrebbe essere radicata in una società SANA sotto il profilo etico. Ci sono reati per i quali la legge prevede pene modeste, o addirittura nessuna pena, ma questo non implica che, invece, l’atteggiamento della gente non possa, e non debba, talvolta, essere molto diverso.

Il caso della funivia del Mottarone, dove la negligenza colpevole, irresponsabile di alcuni ha prodotto la morte di 24 persone si risolverà, probabilmente, con poche condanne e di entità limitata, mentre invece la responsabilità di quelle morti è diffusa, e coinvolge anche quelle maestranze che SAPEVANO, ma si trincerano dietro il facile “io ho ricevuto ordini superiori”, e con quelle forchette di blocco dei freni d’emergenza hanno decretato la morte di tanti innocenti, non diversamente dai fucilieri nazisti che fucilavano gli italiani, perché comandati a farlo, e non potevano disobbedire. Quelli, almeno, erano militari soggetti alla legge marziale, ad un potere feroce che non ammette disobbedienza, pena la tua stessa vita.
Ma non lo hanno fatto, se ne sono lavate le mani, e si sentono innocenti. Nessuna legge dello Stato li condannerà, ma la legge degli uomini può e DEVE farlo, perché queste persone sono complici di omicidio, e la comunità di Stresa DEVE condannarli in maniera palese ed efficace, perché NON sono innocenti, se sapevano, e NON DEVONO sentirsi innocenti.

Negligenza colpevole ed assenza di condanna morale.

Riguarda tanti tra noi, troppi, e si esprime ovunque, nel mondo del lavoro, quando produce incidenti mortali, che forse si sarebbero potuti evitare, nella Sanità, quando medici poco attenti fanno diagnosi superficiali o non valutano con attenzione e senso di responsabilità la condizione dei loro pazienti; il termine “mala sanità” sintetizza questo aspetto della professione, sin troppo diffuso. Ma siamo anche sommersi da una disonestà diffusa, talmente capillare che il senso stesso del rigore morale espresso da questa parola è andato perduto, e l’inganno, la truffa, lo spregio della legge sono diventati la norma, non l’eccezione. E questo anche grazie alla legge in sé, che non offre certezza ed adeguatezza della pena, e che spesso viene formulata CONTRO i cittadini, non a loro favore.

Così il degrado etico e civile progredisce senza sosta e ci consegna ad un mondo in cui la vita diventa mera sopravvivenza edonistica con gli occhi chiusi e le orecchie tappate, perché è il solo modo di continuare in una illusione effimera di vita serena.

Ing. Franco Puglia

LA QUESTIONE SESSUALE

Il sesso ed i rapporti tra i sessi occupano una posizione centrale nella vita umana e determinano le caratteristiche sociali che una comunità esprime. Il movente riproduttivo originario rimane primario e caratterizza le motivazioni esistenziali delle femmine, deputate alla riproduzione in termini molto più sostanziali, rispetto al maschio, dovendo portare in grembo l’embrione, poi feto, da sviluppare sino alla nascita, nella specie umana, evoluta rispetto alla sua origine meramente animale, e determina stili di vita e comportamenti fondativi delle società in cui viviamo.

Gli esseri umani sono stimolati a formare coppie a carattere riproduttivo, maschio + femmina, tendenzialmente stabili, anche se il movente iniziale non è riproduttivo e basta, ma di piacere libidico, determinato dalle cariche ormonali presenti negli organismi, che condizionano anche l’orientamento psichico dei soggetti verso la ricerca costante di un partner sessuale, con cui condividere non soltanto il sesso ma anche innumerevoli altri aspetti della vita. Il matrimonio esprime la formalizzazione di questo rapporto umano, ed il suo scopo originario è quello di garantire alla prole gli elementi di sviluppo e sussistenza che la madre, da sola, avrebbe difficoltà a garantire. La coppia esprime una più solida garanzia per la prole, che richiede molti anni prima di poter raggiungere un grado minimo di autosufficienza.

E’ ragionevole assumere che il maschio, se non stimolato dalla femmina in tal senso, non avrebbe mai, storicamente, costituito questo tipo di legame stabile, in quanto la sua pulsione sessuale non è monogama ma poligama, come avviene in genere nel mondo animale, pur con alcune eccezioni. La femmina, tuttavia, attiva delle precise strategie per attirare il maschio di suo interesse e poi condizionarlo ad un legame esclusivo. Nessuna femmina, salvo rare eccezioni, persegue il suo interesse riproduttivo usando il maschio come mero contribuente riproduttivo, per poi allontanarlo volutamente ed occuparsi in via esclusiva della prole che verrà generata. In campo maschile esistono, tuttavia, alcuni stimoli che vanno a favore delle necessità della femmina: la prole, infatti, rappresenta una continuità vitale del SE individuale, oltre la morte, ed un ausilio in vita, un tempo prezioso, legando a se in maniera indissolubile individui che, da adulti, costituiranno per il padre un sostegno fisico importante, per non dire vitale.

Nei secoli scorsi una famiglia numerosa era una garanzia di futuro per il padre, come per la madre, e la limitazione delle nascite non albergava neppure nella fantasia, anche perché la mortalità infantile era già, di per se, fin troppo elevata. Il maschio, tuttavia, non derogava, e non deroga tuttora, al suo istinto poligamo, che incontra il suo limite nell’ostilità della femmina a perdere il controllo esclusivo del SUO maschio, garanzia di assistenza alla prole, ed anche fonte di reddito, e quindi di sopravvivenza, per se medesima, in particolare in passato. Il maschio, quindi, ha sempre cercato di accoppiarsi anche con altre femmine, all’insaputa dell’unica compagna, un comportamento che, tuttavia, ha riscontro anche nel femminile, ma con minore frequenza se non esistono motivazioni di forte insoddisfazione del rapporto in essere. Il maschio, invece, è disponibile ad accoppiarsi con altre femmine, in qualsiasi misura, anche se il suo rapporto con la compagna principale non presenta importanti elementi di insoddisfazione.

L’autolimitazione del maschio in questo atteggiamento è dettata da motivi di opportunità, dalle occasioni, presenti o meno, dal rischio di compromettere un rapporto stabile, che garantisce una vita ordinata, da considerazioni di ordine intellettuale, morale o religioso, ecc. Questa attitudine del maschio, molto diversa rispetto a quella femminile, dipende dalle caratteristiche biologiche dei due sessi, in cui la pulsione sessuale maschile, in età giovanile, è sempre presente, persistente e frequente, con manifestazioni anche visibili (erezione) mentre nella femmina ha un carattere periodico, sul piano strettamente fisiologico (ovulazione e mestruazione), ed un carattere intellettuale ed emotivo a livello psicologico.

Per quanto la stimolazione sessuale abbia eminenti caratteristiche psicologiche, sia per il maschio che per la femmina, e le cosiddette “fantasie sessuali” giochino un ruolo importante negli stimoli all’accoppiamento, questo aspetto psicologico è determinante nelle femmine, mentre è accessorio nel maschio. Il maschio umano, notoriamente, viene attivato da stimoli visivi, laddove nel mondo animale prevalgono quelli olfattivi, mentre la femmina, sia nel mondo umano che in quello animale, è più attenta ad aspetti comportamentali del maschio, e richiede il cosiddetto “corteggiamento” in via preliminare all’accoppiamento.
Sappiamo bene che il fenomeno del corteggiamento è vistoso nel mondo animale, con modificazioni fisiche anche visibili in alcune specie, come gli uccelli, che usano il piumaggio come stimolo di attrazione. Quali che siano le forme espressive, il corteggiamento prelude a qualsiasi accoppiamento tra animali, che in genere non formano coppie stabili ma occasionali, nei periodi di riproduzione. In campo umano, invece, il corteggiamento maschile si esprime nella fase inziale del rapporto che, se a carattere duraturo, diluisce poi le attenzioni maschili verso la femmina, stemperandole nell’abitudine, senza tuttavia rinunciare ai momenti destinati all’accoppiamento.

C’è un altro aspetto della sessualità maschile che occorre sottolineare: quello dell’aggressività correlata ad una predisposizione ormonale (testosterone, ecc) che condiziona tanto lo stimolo sessuale che i rapporti con altri individui della stessa specie, o di specie diverse. Il maschio umano è un PREDATORE, né più né meno di un leone, ed alle sue origini si è sempre nutrito con la caccia, prima che con l’agricoltura. Solo col passare del tempo l’alimentazione da fonte agricola è diventata preminente, ma solo per alcune popolazioni del pianeta. L’istinto alla predazione si manifesta anche nei confronti dell’accoppiamento sessuale con le femmine umane. Questo istinto viene controllato per ragioni sociali all’interno delle comunità in cui vive, ma si esprime con tutta la sua brutalità negli stupri condotti da truppe d’occupazione nel corso delle guerre, sia nell’antichità che nel passato recente, ed immagino anche nel presente. La femmina viene percepita come una preda, da divorare metaforicamente, possedendone il corpo non attraverso la bocca, ma attraverso la penetrazione sessuale.

Nei mammiferi la forma di espressione sessuale maschile richiede uno stimolo forte, aggressivo, di possesso e dominio assoluto sull’oggetto del desiderio, per il breve tempo che precede la conclusione del rapporto. Nei mammiferi è spesso presente la simulazione dell’accoppiamento, anche tra individui del medesimo sesso, volendo con questo esprimere dominanza di chi copre su chi viene coperto, un comportamento osservabile anche tra femmine. Questa forte componente istintuale del sesso maschile va tenuta ben presente nei rapporti umani tra i sessi. Il maschio è sempre, per le femmine, un potenziale aggressore, uno stupratore virtuale, magari solo con la fantasia, ma qualche volta la fantasia si trasforma in drammatica realtà.

Il tema della violenza sulle donne è di questi giorni, o meglio, se ne parla sui Media a causa di alcuni episodi di cronaca, ma è un tema costante che ricorre ad ogni piè sospinto.
E’ forse una novità, qualcosa che prima non esisteva? No: nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo. E’ un fenomeno sociale che si può sopprimere? No, come tanti altri, purtroppo. La violenza sulle donne, unitamente alle molestie che ancora violenza non sono, fa parte della categoria istintuale del maschile, che soltanto il controllo intellettuale può dominare e reprimere. Serve, tuttavia, anche un ambiente culturale idoneo a smorzare questa pulsione atavica negli umani, partendo dall’adolescenza e proseguendo nell’età adulta. Infatti, se prestiamo attenzione al problema nelle diverse culture e popolazioni, vediamo come l’atteggiamento maschile verso il femminile presenti numerose e vistose differenze, come ci ha ben mostrato l’episodio di Ursula Von Der Layen di fronte al presidente turco Erdogan. Un tale atteggiamento sarebbe oggi impensabile in una società laica occidentale, ma non lo è ancora nel mondo islamista.

E la marcata differenza di ruolo e di atteggiamento non è tipica del solo mondo islamico ma rappresenta un arcobaleno di sfumature correlate ad abitudini storicizzate delle varie popolazioni del pianeta, anche in rapporto alle tradizioni religiose locali. Non dimentichiamo, ad esempio, la barbara pratica dell’infibulazione, ben peggiore di quella della circoncisione ebraica, una pratica diffusa in Africa e non soltanto tra popolazioni islamiche, perché l’Islam in se non la suggerisce, ma sono le culture sottostanti, antiche, che la praticavano e continuano a praticarla. Il mondo civile, per fortuna, ha avuto la capacità di restituire alla condizione femminile un ruolo almeno formalmente non diverso da quello maschile, ma dobbiamo ammettere che le differenze persistono, e si esprimono in forme diverse.

Io credo che lo sviluppo civile del mondo, tuttavia, non possa e non debba mai dimenticare la basi su cui si costruisce: vale in tutti i campi, a partire da quello economico per finire con quello dei rapporti tra i sessi. Se formuliamo delle riflessioni partendo dal terreno della realtà, oltre a guardare al maschile dobbiamo anche guardare al femminile.
Le donne non sono prive di responsabilità nei confronti della loro condizione: se un tempo questa condizione era imposta dall’alto con la forza, e non c’era modo di sottrarsi se non pagando prezzi elevati, oggi questo non è più vero.
Le donne non hanno limitazioni formali al loro sviluppo ed alla crescita della loro condizione sociale, intesa in senso lato, ma la condizione umana di ciascuno di noi non è mai un regalo, bensì una conquista personale, da raggiungere anche grazie al proprio comportamento, oltre che ad un poco di fortuna.

Se una donna parte dalla consapevolezza della sua natura biologica e di quella maschile, senza avanzare la pretesa ideologica di cancellarle dal sociale, ma con l’atteggiamento razionale del volersi muovere all’interno della realtà volgendola a proprio favore ed evitando accuratamente i rischi, ecco che anche tanti episodi di cronaca non si verificherebbero.
Una frase tipica ricorrente nel maschile quando si vuole attenuare il movente di uno stupro è: “se la è andata a cercare”. E’ una brutta frase, ma non è priva di senso.
Se io, maschio adulto, mi avventuro da solo, di notte, in una strada poco frequentata se non da balordi pericolosi, e poi mi succede qualcosa, ebbene si, “me la sono andata a cercare”.

I pericoli esistono, e si evitano; i pericoli non si eliminano con operazioni ideologiche.
Le donne dovrebbero essere consapevoli del loro stato di “prede potenziali” da parte di maschi aggressivi, e non soltanto prede sessuali, perché anche una rapina è più facile nei confronti di un soggetto femminile, fisicamente più debole, rispetto ad uno maschile, che potrebbe reagire. Quante volte ho raccomandato a mia moglie di usare cautela ed attenzione passeggiando da sola a Milano, anche in zone frequentate, in quanto facile preda di rapinatori, più di quanto non lo sia un maschio. Ma sembra che le donne da questo orecchio ci sentano poco: rifiutano per principio la loro condizione di debolezza fisica e pensano che basti affermare un diritto, che esiste, affinché questo sia reso automaticamente effettivo. Bene, non è così, mai, per nessun diritto umano. Questo principio di precauzione nei confronti dei maschi va esteso a tutte le situazioni in cui una donna può venirsi a trovare: l’uso ed abuso di alcool o di sostanze stupefacenti mette la donna in una condizione di ulteriore debolezza e la espone più facilmente ad aggressioni, a scopo di stupro, ma non solo.

Anche l’abbigliamento femminile non è estraneo a questo principio di precauzione.
Ho detto prima che lo stimolo sessuale maschile umano proviene dal senso della vista, in via prevalente. Le femmine lo sanno benissimo e fanno di tutto per stimolare l’interesse maschile con una cura del proprio aspetto che eccede di parecchie lunghezze quella del maschio su di se. Questa cura del proprio aspetto, volta ad esaltare la propria bellezza, passa attraverso l’acconciatura dei capelli, il trucco del viso, l’abbigliamento più o meno vistoso, l’esposizione di parti del corpo o la loro sottolineatura con vestizioni aderenti, che stimolano la fantasia. Sebbene le donne in genere lo neghino, questa specifica cura di se ha un preciso obiettivo di attrazione nei confronti dei maschi, non di un maschio specifico, però, perché è rivolto a chiunque.

Nel mondo animale accade il contrario: la femmina emette segnali odorosi di disponibilità potenziale ed è il maschio, in alcune specie, ad esibire segni visibili di virilità per attirare l’attenzione della femmina e predisporre il corteggiamento e successivo accoppiamento.
Qui l’esibizione è in genere mirata ad uno specifico soggetto femminile: in campo umano, no. Questo comportamento femminile generalizzato, tanto più presente e vistoso quanto più il soggetto femminile è giovane, determina una diffusa attenzione maschile, che gratifica la femmina, facendola sentire desiderabile e quindi soggetto di successo nella ricerca del maschio con cui accoppiarsi. Questo atteggiamento, però, persiste anche quando la femmina è già parte di una coppia, e quindi una ricerca del partner non ha più ragion d’essere. In campo umano, però, la femmina non rinuncia mai a questo suo ruolo di “oggetto del desiderio” e così facendo si espone continuamente ad attenzioni anche indesiderate ed indesiderabili. Le femmine dei mammiferi si guardano bene dall’emettere segnali odorosi persistenti tutto l’anno, e li limitano ai periodi di ovulazione, in cui sono fertili e disponibili quindi all’accoppiamento riproduttivo.

Le donne hanno da tempo rivendicato, almeno nel mondo occidentale avanzato, il diritto ad esprimersi anche in forme di aperta provocazione sessuale, come fu nella metà degli anni ‘60 con l’adozione delle “mini gonne” da parte delle ragazze più giovani, una moda partita dell’Inghilterra. Prima di allora l’abbigliamento femminile appariva piuttosto castigato, in ossequio ad una cultura, di ispirazione religiosa, che aveva represso la condizione femminile nascondendone le fattezze come meglio poteva, non diversamente da quanto accade anche oggi nel mondo musulmano, e senza alcun legame con l’impostazione delle antiche culture mediterranee, da quella greca a quella romana.
Ogni epoca ha le sue usanze, comunque motivate; ciò che mi importa qui sottolineare è che l’uso che le donne fanno del loro corpo non è mai avulso dal contesto sociale in cui vivono, e non è avulso dalla condizione in cui i diversi sessi entrano in rapporto tra loro.
Ciò che voglio dire è che la moderazione nell’impiego delle “risorse” femminili volte alla valorizzazione soggettiva assume anche una funzione di moderazione della risposta sociale in campo maschile, insufficiente ad evitare gli episodi di violenza, o anche solo di molestia, ma certamente in grado di stemperare il clima in cui questi episodi vengono prodotti, riducendone la frequenza.

Viviamo, al contrario, in un clima di perenne conflitto tra opposti, in campo politico ma anche sociale, un conflitto che è anche salutare sino a quando è moderato, ma che può sfociare nella violenza, se esasperato, come nelle tifoserie da stadio. Il mondo giovanile, di cui così spesso si parla, quello che dovrebbe “rifondare il futuro”, non lo sta facendo su solide basi, ma su basi di fragile argilla, con un impiego sempre più diffuso di droghe e di alcool, con assembramenti di massa, quale che ne sia il movente, che stimolano gli istinti, tutti, non l’intelletto, ed all’interno dei quali la violenza, quale che sia ciò verso cui viene diretta, rappresenta una conseguenza inevitabile, se non sempre, in numerose occasioni.
Le ragazze di oggi dovrebbero cercare di ricordarsi che i loro simpatici compagni di scuola o di ritrovo sono dei predatori, spesso anche inconsapevoli, e le femmine sono prede, e solo in seguito, alcune, diventeranno compagne, madri, e quant’altro. Frasi comuni scambiate tra maschi come “me la sono fatta”, “me la sono scopata”, ed altre analoghe esprimono quel contenuto strumentale di fondo presente nella natura maschile, che trasforma le compagne in oggetto del desiderio e del possesso in quanto tale, ben oltre la connotazione sessuale che è la forma in cui si realizza. Il maschio che si scopa questa e quella è un “maschio dominante” nel branco di maschi in cui si confronta, e l’emulazione spinge altri a perseguire analoghi obiettivi, con tutti i mezzi a disposizione, dove alcool e droghe non sono “armi improprie”, perché oggetto di consumo abituale, come fossero Coca Cola.
Per i maschi la femmina arrendevole perché sbronza è solo “una che ci sta”, e non si pongono il problema della sua temporanea condizione mentale.
La femmina, negli animali come negli umani, non è mai facilmente disponibile ad accoppiarsi, e va gradualmente convinta, con i rituali del corteggiamento. La resa della femmina è sempre graduale, e quindi i maschi sono abituati ad incontrare resistenza, una resistenza che poi viene meno, ed il maschio non sa cosa abbia vinto le resistenza della femmina e neppure si pone il problema. Il maschio usa tutti i mezzi a sua disposizione per convincere la femmina che desidera, leciti e talvolta non leciti. Fa sfoggio di denaro e di potere, se ne dispone, di prestanza fisica, se ne è dotato, di relazioni, se ne ha, e spesso, oggi, anche di sostanze psicotrope, tra le quali l’alcool spesso basta ed avanza.

Questo produce una serie di situazioni in cui può essere difficile determinare con assoluta certezza le circostanze di un rapporto tra i sessi che, in seguito, la femmina trovi sgradito e sia portata a denunciare come stupro o molestia, per averlo vissuto in quel modo da subito o solo dopo aver ripreso il controllo di se.
Care donne, siete voi ad avere il controllo della situazione, mentre il maschio è sempre un pesce che abbocca all’amo, ma può essere anche un pescecane che vi divora.
Fate in modo da non diventare un’esca appetitosa; evitate i rischi, le situazioni pericolose, in cui potete diventare prede di predatori pericolosi.

Il sesso e l’amore sono il sale e lo zucchero della vita: fate in modo che non si trasformi in veleno.

Ing. Franco Puglia

5 Maggio 2021