MA VA A FA’ N’DAZIO

Ma come si fa a continuare ad occuparsi delle continue daziate di Donald Trump da parte dei politici d’Europa? O sono tutte fantasie giornalistiche dei Media che gli mettono in bocca quel che gli pare? I dazi sono TASSE LOCALI che un paese impone sui consumi delle merci di importazione ai suoi cittadini, per motivi ragionevoli oppure no, ma sono affari interni di quel paese, NON DEI PAESI ESPORTATORI !!!
Un produttore, in qualsiasi paese del mondo, deve esportare i suoi prodotti A CHI VUOLE, AL PREZZO CHE VUOLE, ed in concorrenza con altri che vogliono esportare in quel medesimo paese lo stesso genere di merce alle loro condizioni.
Il produttore NON PUO’ riconcorrere le politiche fiscali del paese di destinazione !!!
Se esporta troppo poco, rinuncia, e si rivolge altrove.

Conosco le obiezioni:
La prima: se un paese impone dazi differenziati sul medesimo tipo di prodotto secondo la fonte di importazione altera la libera concorrenza. Si, e allora? Se io non voglio importare molto da un certo paese, e preferisco facilitare le importazioni da un altro, anche per motivi di equilibrio della bilancia commerciale con QUEL paese, sono libero di farlo o debbo obbedire alle regole di qualcuno?
Il produttore dell’altro paese può cercare di competere di più, abbassando i suoi prezzi. Libero di farlo, fatti suoi.
Oppure lo Stato di quel paese può foraggiare quel produttore, sostenendo le sue esportazioni in maniera commercialmente impropria, introducendo una modalità di dumping commerciale per uno o più prodotti verso un paese, o verso tutti. La Cina lo fa, eccome.
E allora? Concorrenza sleale? Si, ma il paese di destinazione può difendersi, appunto, con i dazi, riequilibrando il prezzo finale e quindi i livelli competitivi.
E in questo caso il paese esportatore non migliora le sue condizioni di esportazione ma regala soldi allo stato importatore, che incassa i dazi.

La pretesa di regolare il commercio mondiale con REGOLE RIGIDE in un mercato volutamente aperto e globalizzato è INSENSATA !!! I dazi sono LEGITTIMI ed anche UTILI, se usati col cervello, dove servono, e controllando che assolvano in concreto alle esigenze del paese importatore, avvantaggiandolo e non penalizzandolo.
Se questo accada, o meno, agli USA di Trump, SONO FATTI LORO, NON NOSTRI.

L’Europa pensi AI SUOI PROBLEMI INTERNI, non pochi ma innumerevoli e molto seri, si occupi della gestione e della difesa dei suoi confini, dei suoi approvvigionamenti energetici, delle sue finanze pubbliche, di una GIUSTIZIA EUROPEA CONDIVISA, di tutto ciò che è IMPORTANTE in una grande comunità umana, lasciando che i rapporti commerciali siano affidati alla gestione dei soli operatori commerciali, sia pure controllando l’equilibrio degli scambi perché questo NON è sotto il controllo degli operatori ma da questo dipendono equilibri monetari e di mercato del lavoro che superano le possibilità di intervento privato, e costituiscono una responsabilità governativa primaria.

Ing. Franco Puglia

23 febbraio 2026

L’EUROPA DEVE DECIDERSI A VOLTARE PAGINA


La pigra Europa deve decidersi ad uscire dal suo stato di letargo politico sotto lo stimolo della rottura degli equilibri geopolitici mondiali indotti dal ritorno al potere di Donald Trump nel più potente stato del mondo. I temi sul tappeto sono vitali ed impongono all’Europa di perseguire una sua autonomia strategica su dossier chiave, come gestione delle risorse energetiche ed armonizzazione dei costi in ambito europeo, difesa militare comune europea e difesa dei confini europei complessivi, abbattimento dei flussi migratori, politica estera comune europea e rinnovo dei rapporti politici ed economici con gli altri paesi del mondo, innovazione e sviluppo dell’infrastruttura finanziaria necessaria a sostenere questi obiettivi. All’interno di tutto questo il rafforzamento del ruolo dell’euro come moneta internazionale a crescente diffusione ed un sistema dei pagamenti europeo sempre meno dipendente dall’ecosistema del dollaro.

Le riserve valutarie globali in dollari sono scese al 57% (nel 2000 erano il 70%) mentre quelle in euro sono circa il 20%, ma il dollaro resta la valuta di fatturazione per le materie prime e costituisce l’88% delle transazioni internazionali, mentre in dollari è denominata la gran parte del debito globale.

La forza economica e militare degli USA e la dimensione, apertura e liquidità del mercato finanziario americano, ha trasformato i titoli del Tesoro USA in un il safe asset globale, stimolando e sostenendo un continuo flusso della domanda di questi titoli, anche offrendo una remunerazione modesta, ed il volume della domanda di dollari ne ha sempre sostenuto anche il valore sul mercato dei cambi. Il basso costo dell’offerta di titoli, unitamente agli enormi volumi trattati, consente agli americani di finanziare un enorme deficit commerciale senza temere crisi valutarie. In pratica gli americani sono VISSUTI A CREDITO, con un indebitamento crescente che ha finanziato tutte le loro guerre all’estero, quindi una consistente spesa militare e la costosa ricerca spaziale, oltre a tanti consumi civili interni.

Ma adesso la festa è finita, e le politiche folli di Trump sui dazi, e non solo, hanno come sottostante l’incapacità di proseguire su questa strada, cercando di mettere un freno alle importazioni, con i dazi, restituendo stimoli economici ad una ripresa produttiva nazionale. Interventi tardivi, grossolani e come tali anche dannosi, per gli USA come per i tanti paesi nel mondo, Europa in testa, che intrattengono rapporti commerciali con gli USA.
Noi però non possiamo risolvere i problemi americani, mentre dobbiamo risolvere i nostri. Indebolire il ruolo internazionale del Dollaro a favore dell’Euro aiuta anche il governo americano a tirare i remi in barca, obbligandosi a contare sempre di più sulle proprie risorse interne, umane, produttive, economiche e finanziarie, invece di fare sempre un massiccio ricorso al debito pubblico internazionale. Ma perché questo accada non basta un atto di volontà: occorre la capacità politica di allacciare rapporti con i paesi del mondo, nessuno escluso, sviluppando relazioni economiche tali da spostare il baricentro finanziario sempre di più dal Dollaro sull’Euro.
Significa anche concentrarsi a livello complessivo europeo su un modello di sviluppo capace di orientare le risorse finanziarie verso quello che serve alle gente, europea e non, accantonando le fantasie ecostolte che le sinistre europee hanno sposato per sostituire un operaismo che ormai non fa più presa sotto l’aspetto politico.
Lo sviluppo dei paesi extraeuropei significa aumento della ricchezza prodotta in quei paesi, ed aumento dei consumi locali di quei paesi, e quindi un più diffuso benessere ed uno sviluppo anche culturale, contrastando il modello cinese della produzione rivolta in prevalenza all’esportazione, che lascia in povertà relativa la popolazione locale e mette in difficoltà le capacità produttive dei paesi destinatari delle sue esportazioni.
Relazioni commerciali fondate sul principio di reciprocità aiutano lo sviluppo di tutti in maniera equilibrata e funzionale alle capacità dei popoli e dei territori, stabilendo relazioni economiche e politiche stabili, fondate sul comune interesse. Forze economiche e politiche debbono lavorare a stretto contatto per promuovere ed attuare un tale modello di sviluppo che supera e cancella il modello terzomondista, fondato sullo sfruttamento a basso costo di materie prime e risorse umane, stabilendo relazioni a gradini superiori, capaci di sostenere consumi locali che inducono benessere nella popolazione, maggiore produzione locale e più intensi scambi con i partners all’estero.

Ing. Franco Puglia

2 maggio 2025