IL NUOVO ORDINE MONDIALE PUZZA DI MUFFA NOVECENTESCA

Putin e Xi Jin Ping si incontrano a Samarcanda, un nome che, già di suo, fa tornare alla memoria infatuazioni dei giovani del ‘900.
E di infatuazioni, drammatiche, il ‘900 ne ha avute, primo tra tutti il NAZIFASCISMO, quello di Adolf Hitler e di Benito Mussolini, che ci ha travolti nella seconda guerra mondiale del 40..45.
E le assonanze ci sono, nell’alleanza russo-cinese: l’aggressione russa all’Ucraina riporta alla memoria quella alla Polonia, e le altre a seguire. Cambiano gli interpreti, ma non i meccanismi, fondati sull’autoritarismo delle dittature, sull’imperialismo espansionista territoriale, in un quadro ideologico di vuoto assoluto, perché il nazifascismo non fu mai portatore di una sua credibile, o incredibile, visione del mondo, ma solo di violenza, interna ed esterna.
Buffo, per non dire altro, che proprio i russi abbiano scaricato il loro nazifascismo addosso agli ucraini, per giustificare la loro invasione militare!

Oggi i due nuovi interpreti di questo drammatico deja vu parlano di nuovo ordine mondiale, sorvolando sul fatto che si tratta, invece, del VECCHIO ordine mondiale, ma reinterpretato in chiave orientalista invece che europea, un ordine mondiale che si propone di sostituire quello del 21° secolo, fondato sulla globalizzazione della pace e dei commerci, un ordine mondiale che ha permesso alla Cina di diventare ciò che oggi è, uscendo dal suo medioevo rosso, anche se non ha rinunciato alle simbologie comuniste.
Ed il recente passato comunista è il collante tra Mosca e Pechino, capitali di due grandi paesi che ormai comunisti non sono più da un pezzo, in termini economici, ma restano tali sotto il profilo sociale, ancorati alla visione autoritaria del governo dei popoli, erede diretta di quella comunista, con interpreti che vissero quella disgraziata stagione, come Putin e compagni, ex KGB; di Xi Jin Ping non so.

Comunque vada la guerra in Ucraina, questa frattura appare ormai irreversibile e determinerà, comunque, un ordine mondiale diverso da quello che ci ha caratterizzato negli ultimi decenni.
Nessuno può dire dove ci condurrà l’atteggiamento irresponsabile del potere russo, e quello opportunista del potere cinese: possiamo solo sperare che non ci conduca verso un conflitto militare di vaste proporzioni, se il leader cinese non abbandonerà la sua visione pragmatica della politica, fondata su interessi economici concreti, necessari a mantenere unito il paese più popoloso del mondo.

Il punto debole in questo scenario siamo noi occidentali, sia americani che europei, privi di leadership forti e tormentati da crisi interne, oggi anche di ordine economico (caro energia, inflazione) oltre che politico.
I colossi euroasiatici vanno contrastati anche sul piano militare, con un costoso riarmo europeo ed anche americano, immagino, rilanciando l’asse atlantico in chiave militare, oltre che politica ed economica, ed imponendo con la forza, ove necessario, uno stop alle politiche espansionistiche euroasiatiche.
Ma vanno contrastati immediatamente anche sul piano economico, iniziando a limitare visibilmente l’interscambio economico con la Cina, sostituendo il colosso asiatico con altri paesi emergenti, che non riescono ad emergere, in altre parti del mondo, a cominciare dal Sud America, non dimenticando il continente Africano.
Xi Jin Ping DEVE capire che l’abbraccio con la Russia può diventare mortale per la Cina, e che il gioco non vale la candela.
Servono urgentemente STATISTI, con la necessaria cultura politica e senso della Storia, ed autorevolezza per condurre i popoli occidentali su un percorso di sviluppo nuovo, che non sarà privo di sacrifici, ma che è il solo modo di reagire al declino annunciato.

Ing. Franco Puglia

16 settembre 2022

LA SEPARAZIONE DEI RUOLI

Siamo di fronte al disastro energetico, e la politica lo affronta con l’abituale inadeguatezza di sempre. Manca nella chiacchiera della politica, e dei cosiddetti esperti, la consapevolezza della necessità di distinguere i ruoli, nel settore energetico come in quello della Magistratura (separazione delle carriere), in quello bancario (banche commerciali e banche d’investimento), in quello dei trasporti (reti viarie e mezzi di trasporto).
Analogamente nel settore energetico, dove occorre distinguere tra produzione dell’energia e sua distribuzione.
Certo, qualcosa si è fatto, gli addetti ai lavori conoscono i problemi, ma hanno interessi diversi e conflittuali, che la politica non sa o non vuole sbrogliare.

Cominciamo col dire che tanto l’energia elettrica che il gas viaggiano su una sola rete di distribuzione comune, su filo elettrico ed in tubazioni, a prescindere dalla fonte energetica che immette energia in rete. In Italia abbiamo circa 200 distributori di gas (vedi fonte) che possono coincidere, o meno, con i fornitori con i quali gli utenti stipulano i contratti di fornitura, i quali, a loro volta, possono essere produttori di gas (ENI) o semplici commercianti.
Analogamente per l’energia elettrica, che viene prodotto ovunque ed in qualsiasi forma (centrali termoelettriche, idroelettriche, ad energia solare o eolica) o provenire anche dall’estero (Francia, ecc).
I costi di distribuzione, come quelli di produzione, possono essere radicalmente diversi, ma il bene energia viene venduto a prezzi di mercato, quale che sia la fonte o il canale di distribuzione, indipendentemente dai costi di produzione, che possono essere radialmente diversi.
Ecco che produrre in Italia o acquistare all’estero può fare poca differenza per l’utente finale, mentre fa molta differenza per il produttore.
In teoria la concorrenza dovrebbe portare a differenziare l’offerta, ed i prezzi, ma non accade realmente, e quando accade, o pare che accada, l’incidenza delle differenze viene sensibilmente ridotta dal peso fiscale di accise, IVA e quant’altro.
Nel caso del gas metano, poi, il prezzo viene condizionato dagli acquisti alla Borsa di Amsterdam, dove il prezzo della materia prima è sensibilmente superiore a quello di altre borse mondiali, per la medesima materia prima.
La materia è molto complessa: noi stringiamo accordi commerciali con i produttori, come sistema paese, ma al popolo non è dato di sapere se questo coincide con vantaggi economici, e quali, e per chi, oppure rappresenta soltanto una relativa garanzia di disponibilità di quel bene, quale che ne sia il prezzo.

Per quanto attiene all’elettricità, questa viene distribuita in concessione statale da Terna SpA, su tutto il territorio nazionale.
In passato era Enel, oggi classificato solo come produttore.
Quindi nel settore elettrico esiste una separazione dei ruoli più visibile, ma questo non impedisce che il costo dell’elettricità all’utente sia comunque uniforme, quale che sia la fonte di energia.
Ecco che allora l’energia solare, il cui costo di produzione dovrebbe essere legato al solo ammortamento degli investimenti e della manutenzione, non è diverso da quello dell’energia elettrica prodotta da una centrale termoelettrica.
E sopra ai costi, naturalmente, le tasse …

La crisi energetica attuale, anche aggravata dal conflitto con la Russia, richiederebbe alcune politiche drastiche:

1. Azzeramento di qualsiasi imposizione fiscale, IVA inclusa, sul prezzo dell’energia all’utente finale, limitando il carico fiscale alla produzione di profitti delle imprese lungo la filiera produttiva e distributiva, come per le imprese di altri settori di mercato.

2. Separazione netta dei ruoli di distribuzione fisica e vendita di energia, anche per il gas, come già per l’elettricità, con addebito diretto del prezzo del servizio di distribuzione, elettrica o gassosa, da parte dei gestori, anche con consumo zero, purché allacciati e provvisti di contatore in funzione.

3. Contratti separati tra utente finale della fonte energetica e produttore o commerciante, messi in concorrenza sul mercato, con abolizione di qualsiasi incentivo rivolto a specifiche modalità di produzione di energia, per non manipolare il mercato.
Qui sorge la tentazione di incidere sui produttori di energia a basso costo che, lucrano sui prezzi elevati prevalenti, dipendenti da altre fonti, allineandosi a queste. Sarebbe una politica pericolosa, che scoraggerebbe anche investimenti in tali fonti di energia, che offrono la prospettiva di maggiori guadagni. Al contempo non va dimenticato che ogni centrale di produzione ha un impatto ambientale considerevole, che si tratti di un bacino idroelettrico, di una centrale termoelettrica, di pale eoliche o di pannelli solari.
Questo ci fa capire che questo mercato non può neppure essere totalmente libero, perché condizionato dalla disponibilità ambientale e quindi da concessioni pubbliche attente.
Questo vincolo ambientale ci offre una chiave di intervento non troppo restrittiva della concorrenza, ma abbastanza restrittiva da poter condizionare il prezzo massimo di vendita dell’energia di quella fonte in rapporto ai costi di produzione.
Manovrando saggiamente su queste leve (profitti attraenti e limitazioni al prezzo di vendita) si potrebbe stimolare una proliferazione delle fonti energetiche di qualsiasi natura, collocate sul suolo nazionale, favorendo quella maggiore autonomia energetica che la guerra russo-ucraina ci ha dimostrato essere vitale per noi.

Ing. Franco Puglia
28 agosto 2022