Avatar di Sconosciuto

Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

POLITICHE MONETARIE: IL DUBBIO.

Un dubbio si è affacciato alla mia mente in merito alle politiche monetarie delle grandi banche centrali (in particolare FED e BCE) di questi ultimi anni. Le “regole”, condivise da tutti quelli che si occupano di economia a vario titolo, dicono che durante le fasi recessive o di stagnazione dell’economia sono utili gli stimoli monetari, ad opera delle banche centrali, volti ad aumentare la liquidità del mercato, abbassando il “prime rate”, cioè, in ultima analisi, tutti i tassi d’interesse, cosa che dovrebbe favorire gli investimenti e stimolare l’economia.
In particolare si è fatto ricorso anche allo strumento denominato Quantitative Easing (Q.E) prima da parte della FED e poi anche dalla BCE con Draghi.
Significava acquistare sul mercato secondario (quindi dalle banche private), ad opera delle banche centrali, i titoli di Stato emessi dagli stati, alleggerendo la situazione creditizia delle banche centrali con una iniezione di “denaro fresco”, per stimolare i prestiti a privati ed imprese.
In altri termini: aumentare la liquidità monetaria sui mercati.
Tra gli obiettivi anche uno stimolo all’inflazione, con un target del 2%, vista la perdurante condizione di stagnazione e quasi deflazione.

Una breve annotazione: l’inflazione moderata, quando rappresenta un effetto spontaneo della pressione della domanda sull’offerta, pur in presenza di offerta abbondante, è un “sintomo” positivo di un’economia in espansione.
Se l’offerta complessiva è scarsa, è ben altro: si tratta povertà economica, incapace di produrre un’offerta adeguata ai bisogni.
Se l’inflazione è un effetto secondario di stimoli monetari, perché abbonda la liquidità, il suo effetto NON è positivo, perché riduce, di fatto, il potere d’acquisto di chi non beneficia di questo aumento di liquidità (la stragrande maggioranza dei percettori di redditi fissi) mentre offre dei vantaggi ai settori economici meno in crisi, aumentando i loro profitti grazie ad un più basso costo del denaro, ed accelera il processo di decomposizione delle aziende in crisi strutturale, se le banche si lasciano andare al credito facile ed a basso costo, finalizzato a colmare voragini di bilancio.
Certo, può anche servire a salvare qualche azienda in crisi temporanea, ma sostanzialmente sana, ma quante sono?

Fatta questa non breve, ma indispensabile, premessa, veniamo al punto: in questo momento il prime rate di FED e BCE è praticamente a zero.
Era nelle attese un possibile rialzo dei tassi d’interesse della FED, ma non ‘è stato, per ora. La politica preme per NON rialzare i tassi d’interesse, in quanto un rialzo costituirebbe un freno alla ripresa economica.

MA E’ VERO? Ecco il mio dubbio.

Leggo da molto tempo che i mercati mondiali sarebbero stracarichi di liquidità.
Allora perché aumentarla? Ci sono capitali immensi che si spostano sul pianeta in cerca di redditività, e fanno fatica a trovarla, perché, fatte salve quelle grandi multinazionali che, per la loro specificità, continuano a macinare profitti a palate, le aziende NORMALI non sono nelle medesime condizioni, ed il Q.E. americano ed europeo non paiono aver dato molto ossigeno a queste aziende.
Non solo: i risparmiatori comuni, anche quelli con risparmi cospicui, non sanno dove collocare i loro risparmi, perché gli investimenti NON a rischio rendono zero, e allora tanto vale tenere il capitale in banca, liquido, oppure, chi se la sente e ne ha abbastanza, investe nel solito mattone (gli immobili).
Dei pazzoidi che investono in cripto valute non faccio conto: io parlo di investimenti a basso rischio, come i classici titoli di stato.
Siamo persino arrivati al punto che le banche rifiutano di aumentare la liquidità dei loro clienti sui C.C. cercando in tutti i modi di far trasferire buona parte di questa liquidità in investimenti favorevoli per loro.

Quindi la liquidità non manca, e tuttavia non ha effetti di stimolo economico visibili, mi pare. La recente, più millantata e sperata che altro, ripresa economica post pandemica, che poi post non è, perché la pandemia imperversa ancora, così come l’inflazione che l’accompagna, sono fondate sull’inevitabile rimbalzo da crollo dei consumi determinato dai lock down, sull’aumento del costo dell’energia e di molte materie prime, che scarseggiano in questa fase.
Questi ed altri fattori, ma non la liquidità, che abbondava prima come ora.

Allora, cosa accadrebbe se la FED, o la BCE, o entrambe, alzassero i tassi d’interesse, restituendo ai capitali in cerca d’impiego fruttifero una possibilità più sicura di collocazione? Sarebbe come tirare il freno all’economia? Io credo di no.
Come ho detto, il mio è un dubbio, non una certezza.
I tassi d’interesse a zero sono una anomalia del sistema economico e monetario.
Inoltre gli stimoli monetari sono uno strumento ormai esausto, perché sotto lo zero non puoi scendere (a parte i tassi interbancari con le banche centrali, che sono una cosa diversa, peraltro a me non chiara) .

Detto in parole povere: un’attività economica solida, che abbia margini di profitto, non viene scalfita da un costo del denaro superiore a zero, e vorrei ricordare che in un passato abbastanza recente, pochi decenni fa, gli investitori privati ed industriali sopportavano agevolmente persino tassi a due cifre, per acquisti di immobili e infrastrutture industriali. All’epoca erano troppo elevati, ma tra quegli eccessi e lo zero c’è spazio per il buon senso.
Viceversa, chi è con l’acqua alla gola, si affoga più agevolmente quando il costo del denaro è troppo basso e trova qualche incosciente disposto a prestarglielo.
Quanta gente si è impiccata a mutui immobiliari a tassi variabili, bassi, restando appesa per la gola alla minima risalita, e perdendo il suo immobile e tutto il versato?
Tanti, troppi … Stessa cosa per le aziende decotte, che non si salvano grazie al costo del denaro a zero, se manca loro l’ossigeno del mercato.

Non pare che in questo mondo impazzito, travolto dalla pandemia e dalla follia climato-illogica ci sia l’intenzione di riportare le cose ad una condizione di stabilità ragionata. Allo stesso modo in cui si crede che la CO2 sia la responsabile di una catastrofe climatica annunciata o si crede che nei vaccini Covid siano nascosti microchip genetici, si crede di risolvere tutto con la diffusione, pilotata, di miliardate di soldi a favore delle politiche che fanno comodo e che sono integrate nelle nuove ideologie, incuranti di quello che la realtà delle cose mette sotto i nostri occhi ogni giorno.
Avanti così, verso la rovina collettiva.

Ing. Franco Puglia
21.12.2021




DE RERUM CULTURAE

Voglio parlare della cultura, come sempre con un approccio diverso da quello comune.
Prima di tutto andiamo sia significato della parola, sia in chiave semantica che storica.
Sotto il profilo semantico il termine fa assonanza con coltura, coltivazione, e di questo si tratta: la cultura è una coltivazione del sapere umano.
Poi anche storica: il sapere umano ha una sua collocazione epocale, e possiamo risalire ai primordi della storia umana e definire un “sapere”, e quindi una cultura, proporzionato all’epoca storica, ed anche alla collocazione geografica ed al gradi di sviluppo dei popoli dei diversi territori del pianeta.

Indaghiamo sui contenuti di queste antiche culture attraverso i reperti archeologici, per le epoche più remote, ed attraverso la tradizione scritta, in quelle più recenti. In tutti i casi queste culture esprimono ciò che, in quelle epoche, rappresentava un interesse concreto di quei popoli, legato allo stile di vita, alla caccia, al corso delle stagioni, agli aspetti religiosi, agli strumenti della vita quotidiana. In altre parole: la “cultura” del tempo era espressione del “sapere” del tempo, orientato alle necessità del vivere, come cacciare le prede, coltivare la terra, fare la guerra ad altre popolazioni, per difesa o meno, costruire i propri alloggi, i vestimenti, le armi, gli utensili del lavoro, ecc.
Con una sola eccezione: quella del “sapere religioso”, fondato su astrazioni, sempre, su un immaginario comunque raccontato e trasmesso.

Nei millenni più recenti assistiamo ad una evoluzione del fenomeno culturale che inizia ad allentare il legame rigido iniziale con il necessario, per spostarsi nel campo dell’immaginifico, ad esempio con la pittura, la scultura, la musica, i cui prodotti non sono necessari al vivere, ma ne costituiscono un apprezzato corollario. Anche nel campo non figurativo, compaiono i filosofi, che cercano di esprimere un sapere scorrelato dalle necessità quotidiane.
Questa tendenza umana si è estesa a dismisura nel corso del tempo ed oggi il sapere, e quindi la cultura, si esprimono su praterie della conoscenza, che superano ogni immaginazione.
E’ un bene, è un male? Tutto dipende dalle dimensioni: gli aspetti quantitativi nelle cose, troppo spesso trascurati, sono fondamentali. Nel nostro mondo, mi pare, la cultura prevalente è troppo lontana da quella scientifica, ed è ancora troppo ancorata ad una cultura, che spesso chiamiamo “classica”, che aveva un suo maggior peso oggettivo nei secoli scorsi, aiutando alla comprensione del mondo, ma è largamente obsoleta ed insufficiente nel mondo moderno.

Oggi viviamo immersi nella tecnologia e nei prodotti della scienza, che investono ogni aspetto del nostro vivere quotidiano, e nessuno può evitare quotidiane e continuative interazioni con questo mondo: basti pensare alla telefonia mobile ed alla televisione, ai computer ma anche alla medicina, ai farmaci, alla chirurgia moderna.
Nulla, ma proprio nulla, nel nostro mondo è privo di risvolti tecnologici, alimentazione inclusa. L’osservazione è quindi ovvia: come puoi vivere in un tale mondo senza una cultura di tipo scientifico, anche minima? La mia risposta è : non puoi, oppure puoi, ma nelle stesse condizioni degli animali domestici, che non sanno nulla, ma vengono tenuti in vita perché svolgono un compito utile agli umani, restando bestie, però.

Si è sempre detto che la cultura rende l’uomo libero, ed è abbastanza vero, ma oggi bisogna anche chiedersi “quale” cultura; la mia risposta è: non quella più diffusa.
La stragrande maggioranza delle persone possiede una modestissima cultura di base, poco più del leggere e scrivere, e quelli che hanno fatto studi superiori li hanno spesso fatti su argomenti che hanno poco o nulla a che vedere con scienza e tecnologia, e tuttavia queste persone si sentono in grado di ragionare su argomenti complessi, il cui contenuto è eminentemente scientifico o tecnologico. Questi “ignoranti”, sotto il profilo scientifico, occupano spesso posizioni di potere, e formulano delle SCELTE, che ricadono sulle spalle di tutti noi.
Ecco, io credo che, allo stesso modo in cui, in epoche remote, la cultura di base dei bambini era fondata sulla caccia, sulla coltivazione della terra e su altre necessità concrete del vivere, oggi i bambini debbano acquisire sin dall’infanzia una cultura minima di tipo scientifico, ed una capacità di analisi e sintesi dei problemi fondata su solide conoscenze scientifiche di base, per quanto elementari, per quanto inadeguate a specifiche professioni, e questo indipendentemente dalle future scelte professionali.
Le conoscenze elementari di fisica, chimica, matematica, e via discorrendo, debbono essere considerate equiparate al saper leggere e scrivere. A cosa serve saper leggere se non hai gli strumenti per capire quello che leggi? TUTTI, ma proprio tutti, debbono avere gli strumenti minimi per poter comprendere i contenuti di tutto ciò con cui vengono a contatto, avendo la capacità di approfondire, quando necessario e possibile, con idonee letture.

La cultura e l’arte dei giorni nostri non si misurano con il metro di Giotto …