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Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

LA PERSONALITA’ UMANA ED IL RAPPORTO CON GLI ALTRI

Prendo spunto da un problema che vive indirettamente una mia amica, che riguarda però sua nipote, una ragazza di 22 anni, che avrebbe dei problemi di relazione esterna, con chi è dentro e fuori dalla sua cerchia familiare.
Il bambino, alla nascita, equivale ad un tubo digerente inconsapevole. La sua formazione cerebrale di impronta genetica, tuttavia, gli consente di acquisire rapidamente una crescente consapevolezza di se e del mondo esterno.
Le sue primissime manifestazioni comportamentali sono imperative, di bisogno vitale, cibo innanzi a tutto, ed intervento su altri bisogni secondari, ma comunque importanti, come la pulizia personale, l’induzione al sonno, e molte altre cose. Poco alla volta, con lo sviluppo e l’aumento della consapevolezza, il bambino inizia ad agire comportamenti più incisivi nei confronti dei genitori, che sono la sua unica fonte di confronto esterno, e poi, in seguito, con altre persone e bambini con cui impara a relazionarsi.
Questo primo periodo della sua vita è FONDAMENTALE per la caratterizzazione del suo futuro mondo di relazione e per lo sviluppo di sinapsi cerebrali, assenti alla nascita, che servono a determinare in maniera rapida, intuitiva, riflessa e non ragionata le sue reazioni comportamentali. Questa fase iniziale dello sviluppo determina in buona misura cosa sarà l’individuo in età adulta.

Le fasi di sviluppo successive contribuiranno allo sviluppo di quel bagaglio di collegamenti sinaptici tra neuroni e di accumuli mnemonici che costituiranno il patrimonio complesso di quell’essere umano, ma questa crescita probabilmente incide poco sulle sinapsi originarie, le fondazioni su cui poggia l’intera personalità. Ovvio che in molti si siano cimentati a studiare la materia, ma mancano gli elementi oggettivi per fondare teorie inconfutabili e scientificamente inoppugnabili sul funzionamento del cervello, che resta ancora avvolto tra le nebbie del mistero, per quanti progressi possano essere stati fatti nella sua conoscenza. Questo meccanismo è presente, assolutamente analogo, negli animali, dove viene chiamato IMPRINTING, e venne studiato anche da Darwin e descritto nelle sue teorie sull’evoluzione. Ecco perché la fase educativa familiare, genitoriale, dei primissimi anni di vita assume un ruolo fondamentale, formativo delle basi su cui il soggetto umano potrà costruire la sua personalità.

LE GESTIONE DEI CONFLITTI

Il bambino, nel corso del suo sviluppo, sperimenta l’esistenza dei conflitti in primo luogo con i genitori. Questo si può fare, questo no. Il bambino non ha ancora sviluppato il concetto di confine delle sue azioni, come anche il concetto di pericolo. Poco alla volta incontra ostacoli, di natura diversa, e reagisce irrazionalmente. I genitori aiutano il bambino a gestire queste difficoltà, prima in maniera grezza, poi, ci si augura, in maniera più ragionata, inducendo il bambino a razionalizzare la natura dei conflitti ed il modo di affrontarli. Il bambino si adegua, grosso modo, agli insegnamenti, li introietta, ma resta in lui una esigenza primordiale ed insopprimibile di autonomia di scelta, di superamento dei confini. Il solo modo infantile di misurarsi con il mondo esterno, nei primissimi anni di vita, sono i genitori, con i quali prova a confrontarsi con la disubbidienza, misurando la possibilità di superare degli ostacoli, oppure no, e valutando il peso delle sanzioni. Questa fase determina una prima struttura cerebrale di gestione dei conflitti, che immagino sia basilare e da cui immagino possano dipendere tutte le strategie successive dell’individuo. Crescendo, il bambino allarga il suo mondo e la sua rete di relazioni esterne, con una proporzionale crescita delle occasioni di conflitto, con in compagni, nella scuola, e poi, via via, con una pluralità di altri esseri umani, in età adolescenziale e poi adulta, nel mondo del lavoro, delle amicizie, degli amori.
La sua esperienza cresce ed i modi di gestione dei conflitti si diversificano in funzione della natura dei conflitti stessi, raggiungendo risultati soddisfacenti, oppure no.

LA GESTIONE DELLA PAURA E DELL’AGGRESSIVITA’

Paura ed aggressività sono due pulsioni emotive fondamentali in ogni essere vivente.
Sono pulsioni VITALI, da cui dipende l’esistenza stessa dell’individuo: questo DEVE avere paura quando il pericolo incombente può essere letale o comunque produrre gravi danni alla persona, e DEVE manifestare aggressività nella misura in cui questa sia utile ad allontanare il pericolo, sino alle sue estreme conseguenze distruttive. In natura l’aggressività ha anche scopi alimentari, tenendo conto del fatto che buona parte del mondo animale, oltre che umano, si nutre di altri esseri veneti animali, e non soltanto vegetali. Il bambino, ma anche gli animali, si rende conto delle conseguenze della paura e dell’aggressività mano a mano che si misura con queste. Il soggetto DEVE avere modo di confrontarsi con la paura, o con l’aggressività, per conoscerle, misurarle, gestirle in maniera proporzionata. La sua capacità di gestione ottimale dipende solo e soltanto dall’esperienza: non si può INSEGNARE. E l’esperienza porta con se tutti i suoi rischi. Nella fase educativa del bambino i genitori tendono naturalmente, ed egoisticamente, a tenere il bambino lontano dai pericoli (paura) e da condizioni che lo inducano a risposte aggressive. E’ comprensibile, ma NON è educativo, perché soltanto l’esperienza diretta educa una personalità in corso di formazione.
E’ ragionevole, quindi, confinare i rischi nei limiti tollerabili, non cercare di allontanarli a tutti i costi. Un bambino deve anche potersi fare male, e sperimentare il dolore fisico, facendo attenzione che il male che può farsi sia contenuto. Ed anche la sua naturale risposta aggressiva non va interamente strangolata, ma moderata, valutando attentamente le conseguenze. Non è facile, è chiaro, ma se non si vogliono affrontare queste cose è meglio non mettere al mondo figli che poi saranno disadattati. Paura ed aggressività entrano in gioco anche nelle relazioni tra i diversi individui, sia nel mondo animale che in quello umano. I due sentimenti emergono nel corso dei conflitti, che il soggetto può affrontare in forme diverse:
– evitando i conflitti, non appena ne percepisce l’odore
– sottraendosi ai conflitti con l’allontanamento, se non può evitarli altrimenti
– cercando di manipolare il conflitto, smorzandone i toni, riducendone la pericolosità
– reagendo aggressivamente nel conflitto, per indurre alla ritirata l’avversario
– dandosi alla fuga se il conflitto lo travolge con violenza
– scatenando la violenza di fronte all’aggressione violenta
Ovviamente questa è solo una schematizzazione e le cose possono svolgersi in maniera anche meno schematica, secondo le circostanze e la natura del conflitto.

LE PERSONALITA’ RISULTANTI DAL PROCESSO FORMATIVO

Nella nostra esperienza di vita abbiamo incontrato un’infinità di persone, tutte diverse tra loro, ma con alcuni caratteri assimilabili. La maggioranza di loro conduce una vita normale, affronta i suoi problemi più o meno bene, senza profondo disagio. Altri no: esprimono un disagio esistenziale che si esprime in forme diverse, ed in circostanze diverse.
La varietà dei soggetti e dei comportamenti non permette di fare molte classificazioni.
Possiamo dire che esistono alcuni comportamenti visibili che denotano alcuni caratteri:

  • Il prudente, che evita accuratamente qualsiasi situazione di rischio potenziale, sia nel rapporto con le cose che con gli altri. Può essere un soggetto visibilmente timido nelle relazioni umane, ma anche no. Può apparire disponibile verso gli altri, ma mai conflittuale, mai assertivo, sempre condiscendente. Può essere insincero, perché la sincerità espone a dei rischi In genere è accomodante, tollerante.
  • L’assertivo, sicuro di se e delle proprie convinzioni, poco incline ad accondiscendere a posizioni altrui che non condivide. In genere aperto nelle relazioni umane, può essere attrattivo ma altre volte arrogante, aggressivo. Dovrebbe essere sincero, in quanto non timoroso delle conseguenze che la sincerità può comportare, ma anche no: può essere razionalmente insincero per dare forza alla propria posizione, anche mentendo. I soggetti assertivi sono più disponibili ad assumersi dei rischi, sono pro-attivi, non passivi, possono essere intransigenti, possono essere anche violenti.
  • Il pauroso, che sopravvaluta i rischi potenziale, sia nel rapporto con le cose che con gli altri. Visibilmente timido nelle relazioni umane, anche sfuggente, sino alla misantropia/misoginia. Non è verso gli altri, non è conflittuale, mai assertivo, sfuggente. In genere insincero, perché la sincerità espone a dei rischi. Può essere aggressivo, anche violento, perché la paura, anche se a fronte di un pericolo sopravvalutato, mette il soggetto in una condizione di reazione estrema, dove entra in gioco la sua stessa esistenza.

Queste classificazioni sono il frutto della mia esperienza umana, e sono meramente indicative, schematiche, non esaustive, e la complessità delle personalità umane produce soggetti che non sono riconoscibili interamente in queste classificazioni.
E’ materia ludica per psicologi ed assimilabili.

IL COMPORTAMENTO: SONO QUEL CHE FACCIO.

Esistono diverse scuole di psicologia, da Freud in poi, e ciascuna analizza i comportamenti umani nella sua ottica, ma un elemento di fondo resta, ed è inconfutabile:
IL COMPORTAMENTO.
Indagare nei meandri della mente umana è impresa ardua, per non dire impossibile.
I comportamenti, invece, sono ben visibili a chiunque, anche senza laurea in psicologia.
E sono la sola cosa che conta veramente: importa a noi tutti QUELLO CHE FAI ! Perché lo fai, in fondo, è affar tuo, fa parte della tua sfera intima, che appartiene a te e a nessun altro.
Ma la cosa interessante è che TU SEI QUELLO CHE FAI.
Non solo: QUELLO CHE FAI DETERMINA CIO’ CHE SEI.

In altri termini, quello che tu credi di essere è irrilevante. Perché difficilmente sei davvero diverso da quello che fai. La tua natura, il tuo modo di essere sono condizionati dalle tue azioni. Ecco quindi che se hai un problema di relazione che ti crea un disagio esistenziale, il solo modo di superarlo è quello di modificare forzosamente il tuo comportamento, adattandolo alla circostanza che induce il disagio. Puoi riuscirsi da solo o con l’aiuto di uno psicoterapeuta di scuola comportamentale. Il risultato non è immediato, non è garantito, ma è la sola strada credibilmente percorribile per raggiungere qualche risultato.
Il meccanismo è quello innato, in noi come negli animali, della ABITUDINE. Il cervello tende a farci seguire comportamenti ripetitivi, prodotti per nostra scelta, o indotti dall’ambiente.
La costruzione della personalità passa attraverso un percorso formativo, autonomo e/o con l’aiuto di altri, che porti il soggetto ad individuare degli obiettivi, propri, individuali, ed a mettere in atto comportamenti ripetitivi che dimostrino di produrre i risultati voluti.

Facciamo tutto questo? No, a partire da me. Le nostre pulsioni sono spesso più forti, la nostra formazione è radicata e non usciamo dal nostro percorso di vita, non cambiamo, guidati dall’istinto più che dalla ragione, e ci becchiamo quel che ci spetta.
Questo SAPERE viene dall’Oriente, ed è antico di millenni …

Ing. Franco Puglia – 23 aprile 2025

LE GUERRE DEI PRESIDENTI USA DOPO IL 1945

Harry Truman (1945-1953, Democratico) è stato l’uomo della Guerra di Corea.
E la Corea era sotto attacco comunista, con la Cina alle spalle.

Dwight D. Eisenhower (1953-1961, Repubblicano) ereditò la Guerra di Corea e giunse all’armistizio ma impegnandosi nell’escalation della Guerra Fredda: aveva l’idea che gli americani dovessero essere più aggressivi nei confronti di Mosca.
E ancora una volta siamo al contrasto con il comunismo russo, e con la sua politica espansionistica su base ideologica.

John Fitzgerlad Kennedy (1961-1963, Democratico) portò in pochi mesi i consiglieri militari statunitensi in Vietnam da qualche centinaio a 16.000 e, di fatto, fu l’iniziatore del conflitto che avrebbe segnato l’America per generazioni. Fu anche il presidente della Baia dei Porci, e cioè del tentativo, fallito, di invadere la Cuba di Fidel Castro.
E ancora una volta siamo al contrasto con il comunismo russo, e con la sua politica espansionistica su base ideologica.

Lyndon Johnson (1963-1969, Democratico) fu colui che prese il posto di Kennedy e verrà ricordato per l’escalation della Guerra del Vietnam. Nel 1965, Johnson ordinò anche l’invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino.
Ancora contrasto al comunismo, ed alla sua espansione.

Richard Nixon (1969-1974, Repubblicano) chiuse la guerra in Vietnam dopo un’escalation di bombardamenti a tappeto sulle città e le campagne del Nord e, segretamente, in Cambogia e Laos. Divenne, nonostante non lo avesse iniziato, il simbolo negativo di quel conflitto.
E ancora una volta siamo al contrasto con il comunismo, qui di marca cinese, e con la sua politica espansionistica su base ideologica.

Gerald Ford (1974 -1977, Repubblicano): in così poco tempo, il successore di Nixon non combattétecnicamente alcuna guerra, anche se chiese al Congresso il permesso di farne una. Infatti, nonostante gli accordi di Pace di Parigi del 1973, nel dicembre del 1974, le colonne militari nord-vietnamite si diressero verso il Sud e il governo sud-vietnamita chiese aiuto agli Usa. Ford allora decise l’intervento ma Capitol Hill disse di no.
Prosegue il contrasto al comunismo di marca cinese.

Jimmy Carter (1977-1981, Democratico): quando l’unione sovietica invase l’Afghanistan mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i sauditi e i pachistani.
Fu la sua guerra e l’embrione di quella che divenne la jihad di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti. Carter fallì anche il blitz militare per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran.
Proseguimento del conflitto con la Russia, sia pure per via indiretta.

Ronald Reagan (1981-1989, Repubblicano), dopo aver chiuso la Guerra Fredda, fu protagonista di due azioni militari: l’invasione di Grenada nel 1983, decisa perché un regime filo marxista non si affiancasse a quello di cubano in quell’area; il bombardamento di Tripoli nel 1986 con l’obiettivo di colpire Gheddafi.
Prosegue il contrasto al comunismo di marca russa. Con Gheddafi si affacciano i problemi di mantenimento del controllo sulla maggiore area di produzione petrolifera del mondo.

George H. W. Bush (1989-1993, Repubblicano) combatté e vinse la prima guerra del Golfo, dopo l’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait. Diede anche l’ordine di invadere Panama: nel dicembre del 1989, 24.000 soldati americani sbarcarono nel piccolo, ma importantissimo stato del Centroamerica per abbattere il dittatore Manuel Noriega.
Mantenimento del controllo petrolifero sui pasi del Golfo, sottraendoli a influenze russe.
Abbattimento di una dittatura feroce e scomoda.

Bill Clinton (1993-2001, Democratico) inviò e poi ritirò le truppe americane dalla Somalia.
Due anni dopo, ordinò i raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e, dopo gli accordi di Dayton, dispiegò una forza di pace nei Balcani. Nel 1998, in risposta agli attentati di Al Qaeda, per ritorsione fece bombardare obiettivi in Afghanistan e in Sudan.

Un anno dopo, il teatro di guerra tornò ad essere i Balcani: gli Usa furono protagonisti della Guerra del Kosovo e della caduta di Milosevic.
Lotta al terrorismo islamico e sottrazione di un’area dei Balcani all’influenza serba e quindi russa.

George W. Bush (2001-2009, Repubblicano) è il presidente delle due ultime guerre americane (a questo punto, “penultime”) in grande stile: Afghanistan e Iraq come risposta all’attacco delle Torri Gemelle. Se la prima ebbe l’appoggio di quasi tutti gli americani, la seconda invece venne largamente contestata dall’opinione pubblica statunitense e mondiale.
Lotta al terrorismo islamico.

Barack Obama (2009-2017, Democratico) è da subito contrario all’invasione dell’Iraq, eletto per far tornare le truppe a casa da Bagdad e Kabul, e vincitore del Nobel per la Pace, oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, ha bombardato anche lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Secondo alcuni analisti è stato il presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo.
Lotta al terrorismo islamico.