LA QUESTIONE SESSUALE

Il sesso ed i rapporti tra i sessi occupano una posizione centrale nella vita umana e determinano le caratteristiche sociali che una comunità esprime. Il movente riproduttivo originario rimane primario e caratterizza le motivazioni esistenziali delle femmine, deputate alla riproduzione in termini molto più sostanziali, rispetto al maschio, dovendo portare in grembo l’embrione, poi feto, da sviluppare sino alla nascita, nella specie umana, evoluta rispetto alla sua origine meramente animale, e determina stili di vita e comportamenti fondativi delle società in cui viviamo.

Gli esseri umani sono stimolati a formare coppie a carattere riproduttivo, maschio + femmina, tendenzialmente stabili, anche se il movente iniziale non è riproduttivo e basta, ma di piacere libidico, determinato dalle cariche ormonali presenti negli organismi, che condizionano anche l’orientamento psichico dei soggetti verso la ricerca costante di un partner sessuale, con cui condividere non soltanto il sesso ma anche innumerevoli altri aspetti della vita. Il matrimonio esprime la formalizzazione di questo rapporto umano, ed il suo scopo originario è quello di garantire alla prole gli elementi di sviluppo e sussistenza che la madre, da sola, avrebbe difficoltà a garantire. La coppia esprime una più solida garanzia per la prole, che richiede molti anni prima di poter raggiungere un grado minimo di autosufficienza.

E’ ragionevole assumere che il maschio, se non stimolato dalla femmina in tal senso, non avrebbe mai, storicamente, costituito questo tipo di legame stabile, in quanto la sua pulsione sessuale non è monogama ma poligama, come avviene in genere nel mondo animale, pur con alcune eccezioni. La femmina, tuttavia, attiva delle precise strategie per attirare il maschio di suo interesse e poi condizionarlo ad un legame esclusivo. Nessuna femmina, salvo rare eccezioni, persegue il suo interesse riproduttivo usando il maschio come mero contribuente riproduttivo, per poi allontanarlo volutamente ed occuparsi in via esclusiva della prole che verrà generata. In campo maschile esistono, tuttavia, alcuni stimoli che vanno a favore delle necessità della femmina: la prole, infatti, rappresenta una continuità vitale del SE individuale, oltre la morte, ed un ausilio in vita, un tempo prezioso, legando a se in maniera indissolubile individui che, da adulti, costituiranno per il padre un sostegno fisico importante, per non dire vitale.

Nei secoli scorsi una famiglia numerosa era una garanzia di futuro per il padre, come per la madre, e la limitazione delle nascite non albergava neppure nella fantasia, anche perché la mortalità infantile era già, di per se, fin troppo elevata. Il maschio, tuttavia, non derogava, e non deroga tuttora, al suo istinto poligamo, che incontra il suo limite nell’ostilità della femmina a perdere il controllo esclusivo del SUO maschio, garanzia di assistenza alla prole, ed anche fonte di reddito, e quindi di sopravvivenza, per se medesima, in particolare in passato. Il maschio, quindi, ha sempre cercato di accoppiarsi anche con altre femmine, all’insaputa dell’unica compagna, un comportamento che, tuttavia, ha riscontro anche nel femminile, ma con minore frequenza se non esistono motivazioni di forte insoddisfazione del rapporto in essere. Il maschio, invece, è disponibile ad accoppiarsi con altre femmine, in qualsiasi misura, anche se il suo rapporto con la compagna principale non presenta importanti elementi di insoddisfazione.

L’autolimitazione del maschio in questo atteggiamento è dettata da motivi di opportunità, dalle occasioni, presenti o meno, dal rischio di compromettere un rapporto stabile, che garantisce una vita ordinata, da considerazioni di ordine intellettuale, morale o religioso, ecc. Questa attitudine del maschio, molto diversa rispetto a quella femminile, dipende dalle caratteristiche biologiche dei due sessi, in cui la pulsione sessuale maschile, in età giovanile, è sempre presente, persistente e frequente, con manifestazioni anche visibili (erezione) mentre nella femmina ha un carattere periodico, sul piano strettamente fisiologico (ovulazione e mestruazione), ed un carattere intellettuale ed emotivo a livello psicologico.

Per quanto la stimolazione sessuale abbia eminenti caratteristiche psicologiche, sia per il maschio che per la femmina, e le cosiddette “fantasie sessuali” giochino un ruolo importante negli stimoli all’accoppiamento, questo aspetto psicologico è determinante nelle femmine, mentre è accessorio nel maschio. Il maschio umano, notoriamente, viene attivato da stimoli visivi, laddove nel mondo animale prevalgono quelli olfattivi, mentre la femmina, sia nel mondo umano che in quello animale, è più attenta ad aspetti comportamentali del maschio, e richiede il cosiddetto “corteggiamento” in via preliminare all’accoppiamento.
Sappiamo bene che il fenomeno del corteggiamento è vistoso nel mondo animale, con modificazioni fisiche anche visibili in alcune specie, come gli uccelli, che usano il piumaggio come stimolo di attrazione. Quali che siano le forme espressive, il corteggiamento prelude a qualsiasi accoppiamento tra animali, che in genere non formano coppie stabili ma occasionali, nei periodi di riproduzione. In campo umano, invece, il corteggiamento maschile si esprime nella fase inziale del rapporto che, se a carattere duraturo, diluisce poi le attenzioni maschili verso la femmina, stemperandole nell’abitudine, senza tuttavia rinunciare ai momenti destinati all’accoppiamento.

C’è un altro aspetto della sessualità maschile che occorre sottolineare: quello dell’aggressività correlata ad una predisposizione ormonale (testosterone, ecc) che condiziona tanto lo stimolo sessuale che i rapporti con altri individui della stessa specie, o di specie diverse. Il maschio umano è un PREDATORE, né più né meno di un leone, ed alle sue origini si è sempre nutrito con la caccia, prima che con l’agricoltura. Solo col passare del tempo l’alimentazione da fonte agricola è diventata preminente, ma solo per alcune popolazioni del pianeta. L’istinto alla predazione si manifesta anche nei confronti dell’accoppiamento sessuale con le femmine umane. Questo istinto viene controllato per ragioni sociali all’interno delle comunità in cui vive, ma si esprime con tutta la sua brutalità negli stupri condotti da truppe d’occupazione nel corso delle guerre, sia nell’antichità che nel passato recente, ed immagino anche nel presente. La femmina viene percepita come una preda, da divorare metaforicamente, possedendone il corpo non attraverso la bocca, ma attraverso la penetrazione sessuale.

Nei mammiferi la forma di espressione sessuale maschile richiede uno stimolo forte, aggressivo, di possesso e dominio assoluto sull’oggetto del desiderio, per il breve tempo che precede la conclusione del rapporto. Nei mammiferi è spesso presente la simulazione dell’accoppiamento, anche tra individui del medesimo sesso, volendo con questo esprimere dominanza di chi copre su chi viene coperto, un comportamento osservabile anche tra femmine. Questa forte componente istintuale del sesso maschile va tenuta ben presente nei rapporti umani tra i sessi. Il maschio è sempre, per le femmine, un potenziale aggressore, uno stupratore virtuale, magari solo con la fantasia, ma qualche volta la fantasia si trasforma in drammatica realtà.

Il tema della violenza sulle donne è di questi giorni, o meglio, se ne parla sui Media a causa di alcuni episodi di cronaca, ma è un tema costante che ricorre ad ogni piè sospinto.
E’ forse una novità, qualcosa che prima non esisteva? No: nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo. E’ un fenomeno sociale che si può sopprimere? No, come tanti altri, purtroppo. La violenza sulle donne, unitamente alle molestie che ancora violenza non sono, fa parte della categoria istintuale del maschile, che soltanto il controllo intellettuale può dominare e reprimere. Serve, tuttavia, anche un ambiente culturale idoneo a smorzare questa pulsione atavica negli umani, partendo dall’adolescenza e proseguendo nell’età adulta. Infatti, se prestiamo attenzione al problema nelle diverse culture e popolazioni, vediamo come l’atteggiamento maschile verso il femminile presenti numerose e vistose differenze, come ci ha ben mostrato l’episodio di Ursula Von Der Layen di fronte al presidente turco Erdogan. Un tale atteggiamento sarebbe oggi impensabile in una società laica occidentale, ma non lo è ancora nel mondo islamista.

E la marcata differenza di ruolo e di atteggiamento non è tipica del solo mondo islamico ma rappresenta un arcobaleno di sfumature correlate ad abitudini storicizzate delle varie popolazioni del pianeta, anche in rapporto alle tradizioni religiose locali. Non dimentichiamo, ad esempio, la barbara pratica dell’infibulazione, ben peggiore di quella della circoncisione ebraica, una pratica diffusa in Africa e non soltanto tra popolazioni islamiche, perché l’Islam in se non la suggerisce, ma sono le culture sottostanti, antiche, che la praticavano e continuano a praticarla. Il mondo civile, per fortuna, ha avuto la capacità di restituire alla condizione femminile un ruolo almeno formalmente non diverso da quello maschile, ma dobbiamo ammettere che le differenze persistono, e si esprimono in forme diverse.

Io credo che lo sviluppo civile del mondo, tuttavia, non possa e non debba mai dimenticare la basi su cui si costruisce: vale in tutti i campi, a partire da quello economico per finire con quello dei rapporti tra i sessi. Se formuliamo delle riflessioni partendo dal terreno della realtà, oltre a guardare al maschile dobbiamo anche guardare al femminile.
Le donne non sono prive di responsabilità nei confronti della loro condizione: se un tempo questa condizione era imposta dall’alto con la forza, e non c’era modo di sottrarsi se non pagando prezzi elevati, oggi questo non è più vero.
Le donne non hanno limitazioni formali al loro sviluppo ed alla crescita della loro condizione sociale, intesa in senso lato, ma la condizione umana di ciascuno di noi non è mai un regalo, bensì una conquista personale, da raggiungere anche grazie al proprio comportamento, oltre che ad un poco di fortuna.

Se una donna parte dalla consapevolezza della sua natura biologica e di quella maschile, senza avanzare la pretesa ideologica di cancellarle dal sociale, ma con l’atteggiamento razionale del volersi muovere all’interno della realtà volgendola a proprio favore ed evitando accuratamente i rischi, ecco che anche tanti episodi di cronaca non si verificherebbero.
Una frase tipica ricorrente nel maschile quando si vuole attenuare il movente di uno stupro è: “se la è andata a cercare”. E’ una brutta frase, ma non è priva di senso.
Se io, maschio adulto, mi avventuro da solo, di notte, in una strada poco frequentata se non da balordi pericolosi, e poi mi succede qualcosa, ebbene si, “me la sono andata a cercare”.

I pericoli esistono, e si evitano; i pericoli non si eliminano con operazioni ideologiche.
Le donne dovrebbero essere consapevoli del loro stato di “prede potenziali” da parte di maschi aggressivi, e non soltanto prede sessuali, perché anche una rapina è più facile nei confronti di un soggetto femminile, fisicamente più debole, rispetto ad uno maschile, che potrebbe reagire. Quante volte ho raccomandato a mia moglie di usare cautela ed attenzione passeggiando da sola a Milano, anche in zone frequentate, in quanto facile preda di rapinatori, più di quanto non lo sia un maschio. Ma sembra che le donne da questo orecchio ci sentano poco: rifiutano per principio la loro condizione di debolezza fisica e pensano che basti affermare un diritto, che esiste, affinché questo sia reso automaticamente effettivo. Bene, non è così, mai, per nessun diritto umano. Questo principio di precauzione nei confronti dei maschi va esteso a tutte le situazioni in cui una donna può venirsi a trovare: l’uso ed abuso di alcool o di sostanze stupefacenti mette la donna in una condizione di ulteriore debolezza e la espone più facilmente ad aggressioni, a scopo di stupro, ma non solo.

Anche l’abbigliamento femminile non è estraneo a questo principio di precauzione.
Ho detto prima che lo stimolo sessuale maschile umano proviene dal senso della vista, in via prevalente. Le femmine lo sanno benissimo e fanno di tutto per stimolare l’interesse maschile con una cura del proprio aspetto che eccede di parecchie lunghezze quella del maschio su di se. Questa cura del proprio aspetto, volta ad esaltare la propria bellezza, passa attraverso l’acconciatura dei capelli, il trucco del viso, l’abbigliamento più o meno vistoso, l’esposizione di parti del corpo o la loro sottolineatura con vestizioni aderenti, che stimolano la fantasia. Sebbene le donne in genere lo neghino, questa specifica cura di se ha un preciso obiettivo di attrazione nei confronti dei maschi, non di un maschio specifico, però, perché è rivolto a chiunque.

Nel mondo animale accade il contrario: la femmina emette segnali odorosi di disponibilità potenziale ed è il maschio, in alcune specie, ad esibire segni visibili di virilità per attirare l’attenzione della femmina e predisporre il corteggiamento e successivo accoppiamento.
Qui l’esibizione è in genere mirata ad uno specifico soggetto femminile: in campo umano, no. Questo comportamento femminile generalizzato, tanto più presente e vistoso quanto più il soggetto femminile è giovane, determina una diffusa attenzione maschile, che gratifica la femmina, facendola sentire desiderabile e quindi soggetto di successo nella ricerca del maschio con cui accoppiarsi. Questo atteggiamento, però, persiste anche quando la femmina è già parte di una coppia, e quindi una ricerca del partner non ha più ragion d’essere. In campo umano, però, la femmina non rinuncia mai a questo suo ruolo di “oggetto del desiderio” e così facendo si espone continuamente ad attenzioni anche indesiderate ed indesiderabili. Le femmine dei mammiferi si guardano bene dall’emettere segnali odorosi persistenti tutto l’anno, e li limitano ai periodi di ovulazione, in cui sono fertili e disponibili quindi all’accoppiamento riproduttivo.

Le donne hanno da tempo rivendicato, almeno nel mondo occidentale avanzato, il diritto ad esprimersi anche in forme di aperta provocazione sessuale, come fu nella metà degli anni ‘60 con l’adozione delle “mini gonne” da parte delle ragazze più giovani, una moda partita dell’Inghilterra. Prima di allora l’abbigliamento femminile appariva piuttosto castigato, in ossequio ad una cultura, di ispirazione religiosa, che aveva represso la condizione femminile nascondendone le fattezze come meglio poteva, non diversamente da quanto accade anche oggi nel mondo musulmano, e senza alcun legame con l’impostazione delle antiche culture mediterranee, da quella greca a quella romana.
Ogni epoca ha le sue usanze, comunque motivate; ciò che mi importa qui sottolineare è che l’uso che le donne fanno del loro corpo non è mai avulso dal contesto sociale in cui vivono, e non è avulso dalla condizione in cui i diversi sessi entrano in rapporto tra loro.
Ciò che voglio dire è che la moderazione nell’impiego delle “risorse” femminili volte alla valorizzazione soggettiva assume anche una funzione di moderazione della risposta sociale in campo maschile, insufficiente ad evitare gli episodi di violenza, o anche solo di molestia, ma certamente in grado di stemperare il clima in cui questi episodi vengono prodotti, riducendone la frequenza.

Viviamo, al contrario, in un clima di perenne conflitto tra opposti, in campo politico ma anche sociale, un conflitto che è anche salutare sino a quando è moderato, ma che può sfociare nella violenza, se esasperato, come nelle tifoserie da stadio. Il mondo giovanile, di cui così spesso si parla, quello che dovrebbe “rifondare il futuro”, non lo sta facendo su solide basi, ma su basi di fragile argilla, con un impiego sempre più diffuso di droghe e di alcool, con assembramenti di massa, quale che ne sia il movente, che stimolano gli istinti, tutti, non l’intelletto, ed all’interno dei quali la violenza, quale che sia ciò verso cui viene diretta, rappresenta una conseguenza inevitabile, se non sempre, in numerose occasioni.
Le ragazze di oggi dovrebbero cercare di ricordarsi che i loro simpatici compagni di scuola o di ritrovo sono dei predatori, spesso anche inconsapevoli, e le femmine sono prede, e solo in seguito, alcune, diventeranno compagne, madri, e quant’altro. Frasi comuni scambiate tra maschi come “me la sono fatta”, “me la sono scopata”, ed altre analoghe esprimono quel contenuto strumentale di fondo presente nella natura maschile, che trasforma le compagne in oggetto del desiderio e del possesso in quanto tale, ben oltre la connotazione sessuale che è la forma in cui si realizza. Il maschio che si scopa questa e quella è un “maschio dominante” nel branco di maschi in cui si confronta, e l’emulazione spinge altri a perseguire analoghi obiettivi, con tutti i mezzi a disposizione, dove alcool e droghe non sono “armi improprie”, perché oggetto di consumo abituale, come fossero Coca Cola.
Per i maschi la femmina arrendevole perché sbronza è solo “una che ci sta”, e non si pongono il problema della sua temporanea condizione mentale.
La femmina, negli animali come negli umani, non è mai facilmente disponibile ad accoppiarsi, e va gradualmente convinta, con i rituali del corteggiamento. La resa della femmina è sempre graduale, e quindi i maschi sono abituati ad incontrare resistenza, una resistenza che poi viene meno, ed il maschio non sa cosa abbia vinto le resistenza della femmina e neppure si pone il problema. Il maschio usa tutti i mezzi a sua disposizione per convincere la femmina che desidera, leciti e talvolta non leciti. Fa sfoggio di denaro e di potere, se ne dispone, di prestanza fisica, se ne è dotato, di relazioni, se ne ha, e spesso, oggi, anche di sostanze psicotrope, tra le quali l’alcool spesso basta ed avanza.

Questo produce una serie di situazioni in cui può essere difficile determinare con assoluta certezza le circostanze di un rapporto tra i sessi che, in seguito, la femmina trovi sgradito e sia portata a denunciare come stupro o molestia, per averlo vissuto in quel modo da subito o solo dopo aver ripreso il controllo di se.
Care donne, siete voi ad avere il controllo della situazione, mentre il maschio è sempre un pesce che abbocca all’amo, ma può essere anche un pescecane che vi divora.
Fate in modo da non diventare un’esca appetitosa; evitate i rischi, le situazioni pericolose, in cui potete diventare prede di predatori pericolosi.

Il sesso e l’amore sono il sale e lo zucchero della vita: fate in modo che non si trasformi in veleno.

Ing. Franco Puglia

5 Maggio 2021

IL FANTASMA DELLA LIBERTA’

Il 25 Aprile ha dato la stura ai pistolotti sulla libertà, quella negata, quella violentata, ma tra questi trovano posto anche strumentalizzazioni che reclamano alcune libertà, in genere le proprie, dimenticandosi delle altre.
Perciò voglio dire che la LIBERTA’ è una aspirazione, a cui tendere sempre, ma è una astrazione, non fa parte della realtà delle cose, perché NOI NON SIAMO LIBERI, sin dalla nascita. Siamo SCHIAVI delle nostre necessità vitali, prima fra tutte quella alimentare, che ci costringe al lavoro, non sempre gradito, non sempre gratificante ma spesso faticoso, umiliante, sproporzionato al reddito che ne ricaviamo.
Non siamo LIBERI di fare tutto quello che vogliamo: non vivendo isolati ma, di necessità, in un qualche contesto sociale, siamo costretti a vivere all’interno di REGOLE, spesso stringenti, limitanti, mal tollerate, anche irragionevoli e comunque non congruenti con le nostre INDIVIDUALI esigenze.

Molte limitazioni ci vengono imposte dall’alto, ma tante altre sono frutto di nostre scelte, e tuttavia vengono tollerate, bene o male. In realtà i nostri spazi di libertà sono ridottissimi: basta soffermarsi a riflettere e ci si rende conto di quanti siano gli ostacoli sul nostro cammino quotidiano. Questa consapevolezza rende pretestuosi alcuni reclami di libertà, legittimi, comprensibili, ma comunque prodotti da limitazioni determinate da esigenze collettive, non meno delle altre. E queste limitazioni, spesso, hanno un peso REALE di molto inferiore a tutte quelle che quotidianamente subiamo senza colpo ferire.

Mi riferisco all’insofferenza, che tocca anche me, determinata dalle restrizioni anti contagio virale, restrizioni che, alla luce di una fredda analisi razionale, sono risibili rispetto a tutte le altre. Eppure queste limitazioni ci paiono gigantesche: non andare a ristorante la sera appare come trovarsi all’interno di una prigione con robuste sbarre, quando invece si tratta di un PLUS neppure alla portata di tutti. La vera, ed unica, limitazione grave è quella della libertà di impresa di quanti sulla ristorazione, come sugli spettacoli e su altre forme di intrattenimento, ci campano, SCHIAVI del loro bisogno di produrre reddito, non LIBERI di produrlo.

Nessuna libertà è RINUNCIABILE, eppure tutte lo sono, in un equilibrio dinamico che determina la nostra sopravvivenza. Allora mettiamo in soffitta la retorica della libertà e cerchiamo di ricostruire margini più ampi, modificando col nostro personale impegno gli ostacoli che ci impediscono di esercitarla, invece di invocarla come se fosse una concessione divina.

Ing. Franco Puglia – 25 Aprile 2021