NAPOLEON, UN FILM, E L’EUROPA DI OGGI

Non vado molto al cinema, ma ieri ho voluto vedere Napoleon, un film su Napoleone Bonaparte, uscito di recente.
Mi è piaciuto, contrariamente a molti altri.
Ci sono elementi del film suscettibili di critiche? Ci sono sempre, ma resta la sostanza della rievocazione storica, più o meno aderente alla realtà storica, che poi è solo quella raccontata, quindi reale sino ad un certo punto. Ma non è di questo che voglio parlare.

Il film ripercorre la vita di Napoleone Bonaparte sin dai tempi della Rivoluzione Francese del 1789, attraverso la sua ascesa al potere e le sue principali battaglie campali, sino alla disfatta di Waterloo ed al successivo esilio, e ci racconta l’Europa di quei tempi, oltre due secoli or sono, ci racconta di milioni di morti sacrificati sull’altare del sogno di gloria napoleonico, un sogno imperiale, che periodicamente si ripete nel corso della Storia, che fu di Alessandro il Macedone, che fu di Giulio Cesare e di chi lo seguì alla testa di Roma, che fu di molti regnanti europei nel corso dei secoli, e più recentemente dell’ultimo Zar russo, che Vladimir Putin ha cercato di imitare, fuori tempo, dopo la sconfitta dell’Impero Russo fondato sul comunismo ed impersonato da Stalin.

La così definita “grande guerra” dal 1915 al 1918 produsse oltre 11 milioni di morti, niente rispetto alle guerre napoleoniche. E tra il 1940 ed il 1945 abbiamo fatto di meglio: oltre 60 milioni di morti, perché le armi erano più efficienti ed i territori di scontro più estesi.
Non sorprende che la popolazione mondiale facesse fatica a crescere, con queste falcidie, e che il boom demografico nasca dopo il 1945, anche se adesso, in Europa, la popolazione è in calo.

Gli interpreti di questi conflitti di ieri sono i medesimi di oggi: Inghilterra, Francia, Russia, Germania, (in senso lato, includendo anche l’Austria), Italia, e solo nel ‘900 gli USA.
Più ai margini la Spagna, che fu una potenza militare in epoche pre-napoleoniche.
I vari paesi est europei e balcanici furono coinvolti, ma avendo un ruolo diverso da quello dei principali interpreti.
Dopo il 1945 tutti questi paesi hanno convissuto IN PACE, di più, hanno cercato di unificarsi in una forma federale sostitutiva delle antiche ambizioni imperiali dell’uno o dell’altro.
Questa unione ha funzionato? Si, ma poco e male. Gli interessi dei singoli paesi sono rimasti ben radicati, ed una versa visione NEO EUROPEA non ha mai preso piede.
Purtroppo i popoli europei di oggi sono ancora quelli di ieri; parliamo lingue diverse, unificate in qualche modo dall’inglese, assunto al ruolo di linguaggio internazionale di comunicazione.
Ed il ricordo di quei sanguinosi conflitti, è davvero scomparso? I tedeschi non sono più i nazisti di ieri? Ed i russi di oggi cosa sono?

L’aggressione all’Ucraina da parte dei Russi ha riportato nel cuore dell’Europa morte e distruzione, che parevano appartenere ad altri mondi lontani.
La riaccensione del conflitto arabo-israeliano attorno alla striscia di Gaza fa, adesso, da arma di distrazione dal conflitto nella mittel Europa, che è tuttora in corso, ma se ne parla meno, e sembra non voler avere mai fine.

Ma tutto questo DA DOVE TRAE ORIGINE? Perché tutte queste guerre? Perché la Francia di Napoleone aggredì l’Austria, perché si sentiva minacciata da Inghilterra e Russia?
Ed oggi, perché la Russia di Putin dice di essersi sentita minacciata dall’Occidente, oggi, con un’Europa che vuole accogliere in se chiunque sia propenso a farne parte, sfiorando anche l’inclusione di paesi dalla cultura radicalmente diversa come la Turchia islamica, erede dell’Impero Ottomano, e dell’ambizione maomettana di supremazia araba su basi religiose?

Sono certo che molti pensano di avere delle risposte a queste domande, mentre io faccio molta fatica ad immaginarne. Le guerre, all’epoca dei regni, appaiono nella Storia quasi come un gioco di società tra i regnanti dei grandi paesi europei, all’interno di un mondo di diretta derivazione medioevale, con la classe nobiliare europea, prima con poteri limitati a piccoli territori, ducati, contee, sempre riferiti ad un Re, poi a territori più estesi, con piccoli regni. LOTTE DI POTERE, PER IL POTERE, che offre tutto, specie in epoche in cui non esisteva niente, se non braccia per lavorare la terra, campi da coltivare, territori di caccia o per allevare bestiame.
E questo poteva ancora valere in epoca napoleonica: siamo all’inizio dell’800, il mondo industriale è ancora di la da venire; ma in seguito? Cosa determina i grandi conflitti del ‘900?
No, no voglio ragionare assieme agli storici, non voglio fare l’anatomia di un’epoca per analizzare i vari reperti anatomici di ordine economico o politico.
Dietro ad ogni nazione europea c’erano UOMINI, personaggi di riferimento che erano stati capaci di conquistare il potere, un potere assoluto, capace di controllare le masse popolari non soltanto con la forza dei gendarmi, ma anche grazie ad un consenso tributato per istinto, per spirito di imitazione, per convenienza personale, o per inerzia, per incapacità di reagire, per ignoranza radicata e profonda.

Vedo scorrere nel film le immagini di Napoleone, non diverse da quelle di un altro celebre film che descrive le imprese di Alessandro il Macedone, e penso alle folle oceaniche di Piazza Venezia a Roma, che inneggiano al Duce, ed a quelle analoghe in Germania, verso il Fuhrer, Adolf Hitler, personaggi, oltretutto di spessore umano prossimo a zero, eppure idolatrati, condottieri verso una INEVITABILE VITTORIA …
Ed oggi abbiamo Vladimir Putin in Russia, e Xi Jin Ping in Cina, degno erede di quel Mao Tse Tung che riuscì ad irretire persino tanti giovani europei.

Piango su questo mondo di uomini e donne in preda a pochi, potenti ed ambiziosi; esseri umani sopraffatti dal quotidiano, impotenti per scelta, aggrappati alla loro spesso miserabile vita, pur che sia, perché non c’è altro a cui aggrapparsi, e gli DEI sono lontani, o sono morti.
Ascolto storie di ordinaria violenza, omicidi declinati al femminile, contro le donne, contro chi è più indifeso, pachi morti, in fondo, rispetto ai tanti che ogni giorno soccombono sotto i proiettili, in Medio Oriente come ormai nuovamente in Europa, ma anche altrove nel mondo, dove anche se mancano le basi di un conflitto allargato ci si accontenta almeno di spargere sangue accanto a casa, sparando all’impazzata in una scuola, senza sapere perché, in preda ad un male oscuro che ci divora, perché nasce nel profondo di coscienze malate, contaminate, stravolte.

Napoleone ha perso tutte le sue battaglie, anche quelle che ha vinto, e tutti gli altri dopo di lui, lasciandoci il mondo in cui viviamo.

Ing. Franco Puglia
27 novembre 2023


ESSERE, AVERE, APPARIRE

L’evoluzione dell’umanità assume aspetti diversi, alcuni visibili, come lo sviluppo demografico, la commistione delle etnie, lo sviluppo tecnologico, altri meno visibili, perché strettamente individuali, e tuttavia visibili quando assumono connotazioni di massa.
Rispetto al mondo animale, noi umani disponiamo di tre diverse forme di relazione col mondo, che non sono alla portata degli animali: la consapevolezza dell’ESSERE, la capacità di possedere cose, cioè l’AVERE, e la capacità di APPARIRE, assumendo un aspetto che nasconde, o modifica comunque l’aspetto esteriore in rapporto a ciò che siamo, al nostro ESSERE.

Nessuno di questi tre aspetti è negativo, in sé, anzi, sono tutti e tre indispensabili, ma come in tutte le cose vanno modulati, senza che nessuno diventi preponderante sugli altri.
Il mondo di oggi ci porta ad accentuare la ricerca dell’AVERE e dell’APPARIRE, trascurando completamente la ricerca dell’ESSERE, laddove nell’Oriente classico, di cultura induista o buddista, la ricerca dell’essere appare prioritaria, almeno in teoria, perché la ricerca dell’AVERE è ben più sviluppata di quanto si pensi in Occidente, ispirandosi ai miti, mentre quella dell’apparire non credo abbia il peso che ha ormai, preponderante, nel mondo occidentale.

Gli squilibri tra queste tre variabili sono molto pericolosi, e come minimo conducono all’infelicità, o alla precarietà esistenziale.
La consapevolezza dell’ESSERE, l’autocoscienza, la conoscenza di se, l’equilibrio individuale senza la necessità di stampelle esterne, è la base stessa dell’esistenza, o almeno di un’esistenza equilibrata e serena per quanto la vita reale lo consenta, e permette all’individuo di resistere alle sollecitazioni del mondo esterno nella maniera migliore possibile.
L’AVERE, spesso vituperato, è stata la chiave di volta dello sviluppo umano al di sopra del mondo animale: avendo sviluppato la capacità di costruire COSE di cui dotarci, abbiamo offerto alla specie umana maggiori opportunità di sopravvivenza ed abbiamo ridotto in parte l’impegno richiesto per la mera sopravvivenza, a favore di uno sviluppo intellettuale e di un edonismo gratificante che hanno reso la nostra vita meno brutale di quella animale.
Lo sviluppo in questa direzione, tuttavia, ci ha portato rapidamente a degli eccessi, già presenti nell’antichità, con la concentrazione in poche mani delle poche ricchezze prodotte; nel mondo moderno questo sviluppo è diventato abnorme, ed è ormai anche parte di un meccanismo economico la cui interruzione ci farebbe precipitare in un baratro di miseria.
AVERE, però, è diventato un imperativo irrinunciabile che condiziona pesantemente le nostre vite, e per soddisfare il quale dobbiamo ridurre spesso anche la qualità della nostra vita.
Lo sviluppo tecnologico ha fatto proliferare a dismisura la quantità delle COSE di cui poter disporre, e per averle c’è chi venderebbe sua madre. L’ESSERE, in rapporto all’AVERE, è finito nel dimenticatoio.

Ma negli ultimi decenni ha preso piede prepotentemente il terzo aspetto, l’APPARIRE, che soprattutto nei più giovani parrebbe voler soppiantare l’AVERE, che uno sviluppo economico distorto allontana un poco dalle ultime generazioni.
L’APPARIRE si avvicina all’ESSERE, e quindi assomiglia ad una sorta di marcia indietro, che si allontana, un passo dopo l’altro dall’AVERE, meno raggiungibile, (la volpe e l’uva), per esprimersi nell’APPARIRE, stimolando le pulsioni narcisistiche che sono presenti, in misura diversa, in ogni essere umano.
Ma apparire NON significa essere; la confusione, qui, diventa totale.
Su queste basi il nostro sviluppo sociale si basa sempre di più su un mondo parzialmente virtuale, completamente al di fuori di noi, da cui dipendiamo totalmente.
Se tu sei ciò che hai, e per come appari, concretamente non sei nessuno, come individuo non esisti, perché sei una forma esterna, e dall’esterno dipendi per la tua esistenza in vita.
Le dipendenze psicologiche sono un fenomeno diffuso e socialmente devastante. Producono fragilità interiore, ansia, insicurezza, ricerca affannosa di esternalizzazione dei propri bisogni interiori, da materializzare nelle cose, o nelle persone, trasformandosi ai fini della comunicazione, assumendo un aspetto funzionale a quello che si crede essere il modello da introiettare.

Questo atteggiamento espone l’individuo ad ogni sorta di tempesta esistenziale, ne condiziona la vita affettiva e lavorativa, lo indirizza verso professioni in cui la visibilità conti più di una qualsiasi competenza, perché essere visibile diventa, esso stesso, uno strumento professionale, e come tale viene utilizzato nell’ambito della comunicazione di massa.
Ed il passaggio tra visibile ed invisibile è un confine sottile: e quando diventi invisibile, cessi di esistere, perché come individuo non sei mai nato: sei soltanto un’immagine, riflessa in uno specchio.

Come ho detto all’inizio del discorso, nessuna di queste tre variabili è, in se, negativa, ma il loro abuso può rivelarsi letale.
La persona equilibrata conta prima di tutto su se stesso, vive e cresce senza dipendere strettamente da altri, con i quali si relaziona, ma liberamente, in piena autonomia. Sviluppa le proprie capacità e competenze, perché vuole poter contare soprattutto su se stesso, pur non disdegnando l’aiuto altrui, e collaborando con gli altri anche a loro vantaggio.
E’ stabile emotivamente: ama prima di tutto se stesso, ed ha cura di se, rendendosi disponibile anche ad amare altri, ma senza diventarne dipendente, perché sta stare in piedi da solo, senza stampelle.
E non ha bisogno di travestimenti, di apparire diverso da quello che è, non ha bisogno di interpretare un personaggio: appare per come è veramente, e viene amato per questo, da qualcuno, e detestato da altri. E va bene così: a che scopo essere amati, o rispettati o stimati da persone che non si trovano sulla tua stessa lunghezza d’onda?
Per essere in sintonia col mondo devi essere in sintonia con i tuoi simili, non con elementi dissonanti.

La persona equilibrata è socialmente utile, e non pesa sulla società, a cui contribuisce. Gli “squilibrati”, intendendo con questo termine quanti dipendono in maniera preponderante da uno o solo due dei tre aspetti descritti, avranno un impatto distorcente sulla società in cui vivono, allontanando anche altri, per induzione, dalla condizione di equilibrio, col risultato di promuovere una società instabile, non coesa, conflittuale, potenzialmente distruttiva.

Ing. Franco Puglia
23 novembre 2023