IL PRINCIPIO DI AFFINITA’

Forse è qualcosa su cui le persone non si fermano abbastanza a riflettere.
Per questo motivo voglio parlarne. E’ un principio che descrive la strada preferenziale di aggregazione delle cose. E’ già presente a livello atomico e molecolare, dove possiamo osservare l’unione di particelle ed atomi in funzione di alcune caratteristiche specifiche di ciascuno. Attenzione: affinità non significa uguaglianza, ma compatibilità, attrazione reciproca, finalità analoghe, quali che siano. In natura, ad esempio, troviamo grandi affinità nella formazione di molecole tra alcuni atomi specifici, a causa di loro peculiari caratteristiche, alcune delle quali forse solo immaginate, ipotizzate, non veramente provate. E’ il caso del Carbonio e del Silicio, ad esempio, due atomi con 4 valenze di legame elettronico, con un peso atomico rispettivamente di 12 e 28, non così distanti, dopotutto, e tuttavia così diversi. L’atomo di Carbonio è la base della vita, quello del Silicio no.
E l’atomo di Carbonio ha dimostrato una grande affinità verso gli atomi di Ossigeno e di Idrogeno, formando assieme a questi prima l’anidride carbonica (CO2) e l’acqua (H2O) e poi tutti i carbo-idrati, cioè le molecole comunque complesse che sono i mattini della materia vivente. I carboidrati si aggregano poi anche con altri elementi, per formare molecole complesse che stanno alla base della vita vegetale ed animale, ma i mattoni di base, senza quali il seguito non sarebbe possibile, sono C, O ed H, che grazie alla loro AFFINITA’ hanno dato inizio al processo di creazione della vita planetaria.

L’affinità, tuttavia, tocca infiniti aspetti dell’esistenza delle cose, naturali ed umane.
I POPOLI sono un insieme di esseri umani che presentano alcune importanti affinità, di ordine territoriale, etnico, linguistico, religioso, culturale, ecc.
Queste affinità sono un collante potente: UNISCONO, laddove le differenze dividono.
Chi parla di ricchezza della multiculturalità, in un medesimo territorio, dimostra gravi insufficienze cognitive, perché la “pluralità delle culture” , ed il loro confronto e scambio di conoscenze, sono una cosa MOLTO diversa dal multiculturalismo moderno, che pretende di mescolare le diversità per ottenere qualcosa di nuovo ed indistinto, nell’illusione di superare, con questo, i conflitti tra le differenze. L’affinità è anche quella che unisce i sessi opposti, e pare strano, viste le differenze tra i sessi, ma affinità non significa uguaglianza, bensì complementarietà per finalità condivise.

Anche nei climi del pianeta troviamo all’opera il principio di affinità: badate che ho detto climi, al plurale, e non clima, perché esistono innumerevoli climi diversi sul pianeta, caldi e freddi, desertici e ad intensa presenza vegetale, urbanizzati e non.
Le caratteristiche specifiche dei territori determinano, per affinità, alcuni climi e non altri.
E’ cosa nota che, salvo eccezioni, sui deserti non piova mai, o quasi mai.
Ed è cosa nota che nelle “foreste pluviali”, equatoriali o tropicali, la pioggia sia una costante, con rari omenti di tregua.

Una frase della saggezza popolare riassume queste cose in :”piove sul bagnato” .
E si, perché è più facile che piova dove piove abitualmente, piuttosto che non dove le piogge sono rare. I meccanismi che governano questi processi sono in parte evidenti, di facilissima comprensione. L’aria calda è meno densa dell’aria fredda, e quindi, se si forma nei pressi del suolo, tende a salire verso l’alto, creando correnti ascensionali.
Lo sanno bene gli uccelli, che “galleggiano” ad ali spiegate sopra le correnti ascensionali, come fanno analogamente gli sportivi che veleggiano col parapendio.
Le correnti calde ascensionali ostacolano l’ingresso di altre correnti, determinando un clima locale specifico dell’area. Troviamo ovunque delle correnti calde ascensionali, determinate dall’insolazione dei suoli, e funzione della loro natura, cioè dell’attitudine ad aumentare la loro temperatura accumulando calore, che restituiscono all’aria circostante meno calda.
Ma accade anche sulle acque, fiumi , laghi e mari, dove il fenomeno è evaporativo, cioè si formano correnti ascensionali di vapore “caldo” determinato dall’assorbimento superficiale di calore solare da parte delle acque.

Questo fenomeno mi fu particolarmente evidente moltissimi anni fa, sorvolando in aereo la costa dell’Oceano Pacifico, da nord verso sud, all’altezza degli altopiani Andini del Perù.
La rotta dell’aereo sorvolava a bassa quota la spiaggia costiera; a sinistra era possibile intravvedere il cielo azzurro terso, che sovrastava gli altipiani andini , aridi, desertici.
A destra si vedeva la spiaggia, ed il mare, con una copertura nuvolosa densa, bluastra, incombente, che ricopriva tutto l’oceano a perdita d’occhio, ma si fermava ai bordi della costa, come se un muro invisibile di vetro non le permettesse di passare. Ed il muro c’era, ed erano le correnti ascensionali calde prodotte dalla terra ferma, che bloccavano completamente l’evaporazione marina, ben visibile sotto forma nuvolosa.

Due climi completamente diversi: quello marino, sopra l’oceano, quello desertico degli altopiani, appena accanto. Questo poi non significa che i due climi non possano avere punti di contatto, e che l’umidità del mare non possa penetrare nella terra ferma, ma servono altre condizioni, non verificate in quel momento. Ho osservato un analogo fenomeno in California, dove l’oceano resta quel che è, e l’interno dello Stato è desertico, ma le quote a ridosso della costa non sono elevate, e l’umidità marina penetra più agevolmente all’interno, producendo fitte nebbie, che si fermano a ridosso delle alture, dove il cielo sereno ricompare.

Nel clima, caldo chiama caldo, freddo chiama freddo e pioggia chiama pioggia, nonostante la contraddizione che vorrebbe un trasferimento del caldo verso il freddo, cosa che accade anche, quando intervengono altri motori climatici. Una delle difficoltà climatiche che sono tuttavia emerse nel corso dell’ultimo secolo, determinate dall’invadenza della presenza umana, sono le avanzate dei deserti, la desertificazione, a cui contribuiscono fattori diversi, ma anche quello umano. Si parla sempre di climi locali, non di un CLIMA generalizzato, che non esiste. Le foreste sono un catalizzatore di umidità: la producono con l’evaporazione del fogliame, e questo determina un microclima che pare essere sostenuto anche da afflussi umidi di altre provenienze. Si produce così il “clima pluviale” delle foreste tropicali.

Ma anche alle nostre latitudini, sulle Alpi ed in Appennino, possiamo osservare una diversa piovosità in funzione del tipo di vegetazione e della sua densità.
Le latifoglie, data la superficie del fogliame, evaporano molto e creano nel loro territorio le condizioni per una maggiore piovosità. Le conifere aghifoglie, invece, espongono all’evaporazione una superficie di gran lunga minore, ed il loro contributo alla piovosità locale è scarso. Queste differenze sono ben evidenti a chi vive in territori montuosi. Insomma esiste una AFFINITA’ tra foreste e piogge, come esiste una affinità tra aree desertiche e siccità, o tra aree fortemente urbanizzate e scarsità di piogge.
Poi, naturalmente, intervengono anche altri fattori climatici, con perturbazioni atmosferiche importanti che sorvolano sulle affinità con i territori che attraversano, e li investono senza tanti complimenti.

Come abbiamo visto, il principio di affinità gioca un suo ruolo importante nella nostra vita ed in quella del pianeta, e tocca numerosi aspetti della nostra esistenza.
Ogni nostra azione dovrebbe tenerne conto, interrogandosi sulle conseguenze che determina anche in relazione al principio di affinità. Mogli e buoi dei paesi tuoi, dice un vecchio adagio, volendosi riferire alla provenienza di chi forma una coppia.
E non a torto, perché le coppie che hanno maggior successo, che sono più stabili di altre, sono fondate sulle affinità reciproche, meno frequenti da trovare se di provenienze molto diverse, per gli elementi culturali, religiosi e storici che le caratterizzano.

Parlando di clima, mentre è semplicemente FOLLE inventare di sana pianta teorie astratte sui motori del clima, per di più di un “clima globale”, ha molto senso, invece, guardare il nostro ombelico, cioè quanto ci sta attorno, perché il microclima risente dell’ambiente locale, anche se la sua influenza è limitata, e come ho già detto le grandi perturbazioni se ne infischiano di tutto. La presenza della vegetazione aiuta a mitigare il caldo estivo, e determina maggiore evaporazione e quindi un’atmosfera meno secca al suolo, cosa che può rendere il caldo più sgradevole, per certi versi, ma è il solo modo di mitigarlo.
Più in generale, la riforestazione opera come mitigatore climatico, cosa che l’estesa presenza di prati non riesce a compensare. Stessa cosa con la presenza di acque in superficie (laghetti, bacini, corsi d’acqua) ; poca cosa, ma tutto fa …
Viceversa la posa di campi estesi tappezzati di pannelli solari può, si, dare un limitatissimo contributo alle nostre necessità di energia, ma altera gravemente il terreno sottostante, inaridendolo, surriscaldandolo, e contribuendo all’inaridimento eventuale circostante, in assenza di foreste di compensazione.
Lasciamo in pace, invece, la CO2 atmosferica, che gioca un ruolo pari a ZERO.
Continuiamo ad usare i composti del carbonio per produrre energia, siano essi di origine fossile o naturale (legname e derivati) , cosa che NON fa alcuna differenza ai fini della produzione di CO2, che è sempre la stessa per il consumo da parte della vegetazione, per cui NON esiste un combustibile “carbon neutral”, se è a base di carbonio.
Occupiamoci però di filtrare sempre meglio i composti della combustione, non la CO2, che è priva di effetti nocivi e NON è un inquinante, ma gli incombusti (CO, e polveri carboniose), ed i composti azotati, inevitabili nella combustione (NOx), che non sono la fine del mondo, anche se acidificano le piogge, perché nel terreno sciolgono i carbonati di calcio, ed altri ancora, formando dei nitrati, che sono un alimento per la vegetazione.
Qui, naturalmente, CONTA LA QUANTITA’, per cui abbattere anche questi inquinati per quanto possibile è certamente un obiettivo da perseguire.

Ing. Franco Puglia
Milano, 3 maggio 2024

VALOR MEDIO E MEDIA PONDERATA

In questi ultimi anni i Media ci massacrano di informazioni manipolate, a sostegno della tesi del riscaldamento planetario di origine antropica, e conseguenti cambiamenti del clima.
E per farlo ci raccontano che ogni anno la temperatura media del pianeta è cresciuta di qualche frazione di grado e che, se non facciamo qualcosa, tra alcuni anni sarà salita di qualche grado e sarà una catastrofe. Ma come fanno ad affermare questo? Misurano con dei termometri la temperatura in un numero abbastanza elevato di punti del globo e poi calcolano una TEMPERATURA MEDIA. In che modo? E chi lo sa …

Giova allora fare qualche riflessione sul significato di queste misure e sui risultati relativi. Prima cosa: misurare la temperatura in un punto ha lo scopo di dare indicazioni sulla capacità di quella zona di irradiare calore in atmosfera.
Seconda cosa: a casa vostra, in cucina, avete in genere 4 o 5 bruciatori, alcuni più piccoli altri più grandi. Bruciano tutti lo stesso gas, e la temperatura della fiamma è la stessa, però i bruciatori più grandi, con superficie maggiore, erogano più calore, quelli più piccoli ne erogano meno. Per questo le dimensioni sono differenti: per adattarsi alle differenti esigenze di cottura. La temperatura, da sola, non determina la cottura: la superficie del bruciatore è determinante.

Veniamo ora alle misure di temperature del pianeta: prendiamo, semplificando alla grande, un numero limitato di temperature, in soli 10 punti, espresse in °C: +16, +22, +28, +36, +40, +5, +8, -10, -25 – 30. Facciamo la somma di questi numeri: risulta 110.
Il valore medio, dividendo per 10, è uguale a +11°C.
Se questi 10 valori rappresentassero le sole temperature misurate sul pianeta in un medesimo giorno, ad una medesima ora, in zone differenti del pianeta, diremmo che la temperatura media è di +11°C. Se aumentiamo da 10 a 10mila, o a 100mila, o a un milione i punti di misura, otterremo un numero diverso, ovviamente, e non dimentichiamo che ad ogni minuto che passa quel numero cambia, perché sui vari punti del globo passano nuvole, oppure, no, c’è insolazione, oppure notte, ecc, ecc. Quindi una registrazione simultanea di tutti i punti di misura ci darebbe una curva di difficile interpretazione, essendo un mix di temperature diurne e notturne, montane e marine, equatoriali e polari, ecc, ecc.

Ma restiamo sui nostri 10 numeri esemplificativi ed associamo ciascuno di loro ad un elemento DI MASSA/SUPERFICIE, cioè alla capacità fisica della zona in cui si fa la misura di irradiare calore, per effetto di massa/superficie, a parità di temperatura.
Temperature: +16, +22, +28, +36, +40, +5, +8, -10, -25 – 30.
Indice di massa: 20, 21, 25, 16, 12, 18, 20, 12, 10, 8
Moltiplichiamo ciascuna temperatura per il suo indice di massa, sommiamo i risultati e dividiamo per la somma degli indici di massa.
Somma prodotti massa x temperatura:
320, 462, 700, 576, 480, 90, 160, -120, -250, -240 = 2.178
Somma indici di massa : 162 ;
se divido 2.178 per 162 ottengo una temperatura media di +13,44°C

Una bella differenza !!!! Proviamo ancora con altri numeri:
Temperature: +16, +22, +28, +36, +40, +5, +8, -10, -25 – 30.
Indice di massa: 12, 15, 20, 16, 5, 14, 10, 22, 18, 15
Somma prodotti massa x temperatura:
192, 330, 560, 576, 200, 70, 80, -220, -450, -450 = 888
Somma indici di massa : 147;
se divido 888 per 147 ottengo una temperatura media di +6,04°C

I numeri sono puramente casuali, tuttavia, usando il medesimo campione di temperature ma PESANDOLO con la capacità termica della zona di cui vuole esprimere la temperatura otteniamo numeri molto diversi di temperatura media equivalente, più rappresentativa della capacità della superficie del pianeta di irradiare calore verso l’atmosfera.
Ecco perché affermo che calcolare la MEDIA aritmetica di un qualsivoglia numero di campioni di temperatura sul pianeta NON HA ALCUN SENSO FISICO, perché non è la temperatura della fiammella di un fiammifero che può riscaldare l’atmosfera, ma il contributo termico complessivo di masse abbastanza omogenee di materia solida, liquida o gassosa, in funzione della loro superficie esposta, del loro calore specifico, della loro emissività radiante, e della capacità di trasmissione termica sottostante, tutti fattori fuori controllo, non misurabili, non calcolabili, non modellabili matematicamente.

La pretesa di poter esprimere un modello matematico di comportamento del clima del pianeta è la più grande opera di mistificazione scientifica di tutti i tempi e si appoggia su affermazioni prive di fondamento ai fini climatici, come la misura delle temperature in punti discreti del globo, per non parlare delle mistificazioni e manipolazioni della realtà sul ruolo di gas definiti ad effetto serra pur nella loro irrisoria concentrazione atmosferica, almeno ai fini climatici, e nell’assenza di caratteristiche fisiche e chimiche idonee ad esprimere un qualsivoglia effetto termodinamico diverso da quello della preponderante massa dei gas atmosferici principali, azoto ed ossigeno (99% !!!).

Ing. Franco Puglia

20 aprile 2024