FACCIAMO CHIAREZZA SUI VACCINI ANTI COVID

La questione vaccinale ha assunto connotazioni socio-politiche, almeno in Italia, dove è presente nella popolazione una forte corrente di pensiero No-Vax, non contrastata dalle forze politiche di destra, mentre a sinistra la posizione favorevole ai vaccini appare più diffusa, e tuttavia i casi di reazioni avverse, che hanno portato alla sospensione temporanea di alcuni vaccini, hanno destato molte preoccupazioni nella popolazione.

In Italia sono disponibili quattro vaccini autorizzati da EMA ed AIFA per prevenire Covid-19, lo tsunami sanitario che ci ha investiti nel 2020. Sono di due tipi: quelli a mRNA (PfizerModerna) e quelli a vettore virale (AstraZeneca e Johnson & Johnson).
Sono stati autorizzati – TUTTI – solo per adulti con più di 16-18 anni, solo perché gli studi sperimentali non hanno coinvolto la popolazione pediatrica. In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, si è deciso di diversificare l’uso dei vaccini in base all’età a causa della comparsa di rari eventi caratterizzati da un calo del numero piastrine (trombocitopenia) associato a trombosi soprattutto venose e talora fatali.

La maggior parte dei casi segnalati si è verificata in soggetti di età inferiore a 60 anni, entro due settimane dalla vaccinazione e quasi esclusivamente dopo somministrazione di vaccini a vettore virale. Questo ha indotto le agenzie regolatorie per i medicinali, europea (EMA) e italiana (AIFA), a condurre un’indagine al termine della quale è stato confermato che i benefici del vaccino superano i rischi, ma in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, viene somministrato il vaccino a vettore virale solo dopo i 60 anni, fatta eccezione per coloro che avevano già ricevuto una prima dose con questo vaccino. Anche per il vaccino Janssen di Johnson & Johnson è stata data la medesima indicazione per età.

Si è parlato di “rischio trombosi” legato al vaccino, ma di cosa si tratta veramente?
Lo chiarisce il dott. Corrado Lodigiani, Responsabile del Centro Trombosi e Malattie Emorragiche di Humanitas.

Cos’è la trombosi ?

E’ la formazione di un coagulo di sangue (trombo) in un vaso sanguigno, cioè di un aggregato solido di globuli bianchi, globuli rossi e soprattutto piastrine che ostacola la circolazione all’interno del vaso stesso. Un evento frequente e potenzialmente grave, che determina eventi come l’infarto cerebrale, o ictus, l’infarto del miocardio e l’embolia polmonare. Rappresenta la prima causa di morte nel mondo industrializzato.

Trombosi arteriosa e venosa.

Nel primo caso il fenomeno si verifica nelle arterie (per esempio in caso di infarto cardiaco o di ictus cerebrale), nel secondo interessa il distretto venoso. Le arterie sono i vasi sanguigni che portano il sangue ricco di ossigeno agli organi, mentre le vene hanno il compito di raccogliere quello “sporco” da un organo e di portarlo, attraverso il cuore, ai polmoni dove viene “ripulito”. Trombosi arteriosa e venosa hanno cause differenti.
La prima è prevalentemente causata dall’aterosclerosi, che ha come fattori di rischio l’ipercolesterolemia, l’ipertensione, il fumo di sigaretta e l’obesità. La seconda è invece in genere correlata a ridotta mobilità, traumi, interventi chirurgici, tumori e altre malattie infiammatorie o alterazioni genetiche della coagulazione (trombofilia).
Nelle donne, soprattutto se in sovrappeso, fumatrici e trombofiliache, può essere favorita anche dalla pillola anticoncezionale o dalla terapia ormonale sostitutiva.

Vaccini: quelle osservate NON sono trombosi comuni

I fenomeni di trombosi sin qui osservati durante la campagna vaccinale mondiale sono rarissimi: solo 40 casi su oltre 35 milioni di pazienti vaccinati con AstraZeneca e 6 casi su 7 milioni di soggetti vaccinati con Johnson & Johnson.
Le trombosi finora descritte – spiega il dottor Lodigiani – non sono nella maggior parte dei casi le trombosi più comuni. Si tratta di trombosi rare – osservate anche in contesti clinici non vaccinali – che avvengono nelle vene del cervello (seni venosi cerebrali) e più raramente nelle vene degli organi interni dell’addome (trombosi splancniche).
Fenomeni rari perché, mentre la trombosi venosa profonda degli arti inferiori ha un’incidenza di circa un caso su 1000 soggetti all’anno (che può arrivare addirittura a un caso su 100 nei pazienti anziani), le trombosi venose cerebrali hanno un’incidenza di circa un caso su 100mila soggetti. Quelle osservate nel corso della campagna vaccinale sono dunque trombosi estremamente rare, atipiche e che non riconoscono gli stessi fattori di rischio noti per il tromboembolismo venoso più tradizionale.

Sembra essere implicato un meccanismo di tipo autoimmune correlato a una reazione anomala che qualunque organismo può avere nei confronti di un farmaco (in questi casi il vaccino o “il virus-vettore” stesso). Paradossalmente il meccanismo sembra essere identico a quello che si verifica in rarissimi casi (con un’incidenza molto simile a quella del vaccino) nei pazienti cui viene somministrata l’eparina, un farmaco utilizzato quotidianamente su centinaia di migliaia di pazienti proprio per prevenire o curare la trombosi. I casi osservati nel corso della campagna vaccinale riguardano prevalentemente pazienti sani, sotto i 60 anni di età e nella maggior parte donne.  È bene sottolineare che un evento trombotico pregresso, una malattia vascolare o la presenza di alterazioni anche genetiche a livello del sistema della coagulazione non sono di per sé fattori di rischio per questi rarissimi casi.

La trombosi causata da Covid-19

Ciò che dobbiamo temere è la malattia COVID-19, non il vaccino. Se la probabilità di avere una trombosi dopo vaccinazione anti-COVID-19 è di 1 su un milione circa, sono invece 164mila su un milione i pazienti che possono sviluppare una trombosi in corso di infezione COVID-19. La trombosi non è l’unica causa di morte, ma la trombosi del circolo polmonare è uno dei motivi principali per cui i pazienti con COVID-19 si ammalano in forma grave, con esiti anche fatali. Infatti la forte infiammazione dell’endotelio polmonare prodotta dal virus attiva i fattori della coagulazione, con conseguente trombosi locale, un meccanismo diverso dalla più classica embolia polmonare: le trombosi da COVID-19 sono infatti a livello del microcircolo polmonare, e non causate da frammenti (emboli) di un trombo che, formatosi negli arti inferiori, si dissemina attraverso il sistema venoso fino al polmone. Il quadro clinico è simile, dovuto ad un’alterazione della funzionalità dei polmoni che non riescono a garantire gli scambi respiratori, ma la causa è differente.

I casi osservati sono rarissimi e non devono destare eccessiva preoccupazione: ci si può vaccinare in totale sicurezza. Tutti i vaccini tra quelli finora approvati contribuiscono in maniera significativa a prevenire forme severe di COVID-19 e pertanto sono preziosi e fondamentali nell’affrontare la pandemia. La malattia, come abbiamo purtroppo visto nel corso dell’ultimo anno, può generare quadri clinici molto complessi: non dobbiamo rinunciare al vaccino per paura, ma vaccinarci con fiducia.

Questo articolo è stato tratto dal sito di Humanitas e sintetizzato per quanto possibile, a scopo divulgativo ulteriore e per facilitarne la lettura senza rinunciare ai contenuti.

UNO SGUARDO D’INSIEME

L’Italia è un paese in cui i problemi sono tali e tanti che un libro non basta per riassumerli, eppure occorre individuare alcune macro aree di intervento capaci di imprimere una robusta sterzata a questo veicolo traballante, stracarico di esseri umani confusi, depressi e svagati al contempo, spesso rabbiosi, sempre scontenti, conflittuali oltre i limiti del possibile, individualisti e sbandati.
Occorre RAZIONALIZZARE il tutto, che è un insieme caotico sotto ogni aspetto.

Alcuni temi :

Il debito pubblico, il macigno che pesa sulla nostra credibilità come paese che possa contribuire a trainare l’Europa, invece di affondarla.
Quando un solo soggetto si indebita per far fronte alle esigenze di molti soggetti, questo diventa sempre meno credibilmente solvibile. Il medesimo debito, se suddiviso tra i tanti soggetti che ne beneficiano, si frantuma in una pluralità di debiti, alcuni più sostenibili altri meno, ma in un sistema in cui l’insolvenza di uno non rappresenta l’insolvenza del tutto.
Il debito pubblico statale va ripartito in larga misura tra i territori che, con le loro esigenze di spesa, hanno contribuito a produrlo. Come ? C’è un solo modo per farlo, gradualmente e con il minimo dei traumi : sospendere per sempre i trasferimenti statali alle amministrazioni territoriali, ridefinendo il perimetro dello Stato centrale ai soli compiti che lo Stato centrale non può delegare alla periferia, come la Giustizia, la Difesa militare, la Polizia di Stato, ed altro ancora.
L’importo complessivo dei trasferimenti sospesi DEVE essere immediatamente tradotto in defiscalizzazione delle imposte statali, IRPEF, in primo luogo, ed accise diverse, con una organica e radicale semplificazione del sistema fiscale, riducendo le fonti di entrata statale per coprire la sola spesa puramente statale ed una quota destinata ad abbattere il debito pubblico statale, vistosamente, visibilmente, anche se su un arco di tempo non breve, ma predeterminato.

Tutto questo implica una SERIA riforma costituzionale del Titolo V e la rifondazione della Terza Repubblica, se siamo nella seconda, su base federale.
Ed implica anche che i vari territori debbano imporre ai loro cittadini una fiscalità locale suppletiva, per fare fronte alla cessazione dei trasferimenti statali.
Le necessità di spesa locale dei territori sono diverse, in funzione della popolazione residente, e di innumerevoli altri fattori. Anche il reddito pro capite prodotto è diverso.
Questo fa presumere che la capacità contributiva dei cittadini nelle zone meno ricche del paese possa essere insufficiente per coprire le spese pubbliche locali.
Questa condizione presenta analogie con le differenze che esistono in ambito europeo tra i vari Stati, più ricchi e meno ricchi. In Europa tutti gli stati sopravvivono, chi meglio, chi peggio, chi con molti servizi pubblici, chi no, con condizioni reddituali molto diverse tra nord, sud ed est europeo.
Non per questo l’Unione Europea trasferisce fondi perequativi ai vari stati se non a fronte di precisi progetti di sostegno economico volti a favorire l’integrazione europea.
Analogo modello può essere attuato nei territori italiani : non trasferimenti “a la carte” ma soltanto a fronte di progetti di sviluppo infrastrutturale credibili e produttivi.

Ai fini di questa riflessione è irrilevante quali debbano essere i territori “autonomi” con governo locale distinto, se debbano coincidere con le attuali Regioni, con le vecchie Province o con territori diversamente delimitati. Ciascun territorio dovrà far fronte alle proprie necessità chiamando in causa i suoi cittadini, non tutto il paese, avvalendosi di risorse fiscali locali e di indebitamento a suo esclusivo carico e rischio, senza copertura statale. Ciascuno deve essere responsabile del suo.

La semplificazione amministrativa d’insieme ha come effetto immediato :

  • la ripartizione del “debito pubblico” più soggetti, quindi con riduzione del “rischio paese”.
  • la responsabilizzazione di enti locali e cittadini, che non possono più contare su aiuti esterni, se non circoscritti ad aree di intervento specifiche.
  • la concorrenza fiscale determinata dalle tasse locali in rapporto ai servizi offerti, che può indurre una riallocazione delle risorse produttive su base di convenienza.
  • un rimescolamento di carte anche nella composizione politica del paese, perché il peso della politica locale di maggior successo diventerebbe determinante nell’orientare anche quella nazionale.

La spesa pensionistica ed assistenziale

Si tratta di una delle voci più pesanti della spesa pubblica nazionale.
L’attuale struttura di INPS non è funzionale ad una sua razionalizzazione volta a raggiungere un equilibrio strutturale dei suoi conti. Occorre operare alcune distinzioni fondamentali e separare le diverse gestioni, più similmente a come era in passato :

  1. I lavoratori tutti del mondo delle imprese, siano essi lavoratori dipendenti o autonomi, agricoli, industriali o del terziario, sono i PRODUTTORI del reddito nazionale e la contribuzione previdenziale versata nel corso di anni di lavoro DEVE essere destinata a loro, ed a loro soltanto, con gestione separata.
  2. I lavoratori della Pubblica Amministrazione, il cui reddito proviene dai versamenti fiscali dei cittadini che producono reddito, debbono avere un trattamento previdenziale separato, come era in passato, con versamenti previdenziali destinati ad una sola cassa previdenziale statale, a prescindere dal fatto che il lavoratore sia dipendente dello Stato centrale o di una P.A. Locale.
  3. Tutti i trattamenti di tipo pensionistico non correlati a versamenti previdenziali del cittadino, debbono essere a carico di un terzo ente, che si occupi soltanto di trattamenti assistenziali, con oneri a carico dello Stato centrale. Io credo che tra gli oneri assistenziali debbano rientrare le indennità di disoccupazione, i contributi a sostegno degli incapienti, le pensioni di invalidità civile o a qualsiasi altro titolo, ecc.
  4. Le pensioni di reversibilità ai supersiti, che non corrispondono a versamenti previdenziali pagati di superstiti, debbono essere abolite, integrando se necessario il reddito dei superstiti come nei confronti di qualsiasi altro cittadino che ne abbia diritto.

Questa prima suddivisione è fondamentale, ma non basta :

a) Occorre limitare, progressivamente nel tempo, la quota di reddito destinata ai versamenti previdenziali obbligatori, in modo da ridurre il cosiddetto cuneo fiscale, senza eccedere in riduzione, ma mirando ad una pensione futura, calcolata secondo un algoritmo contributivo, che conduca ad un tetto massimo di pensione individuale per tutti.
Chiarisco : immaginando che tale tetto possa essere, ad esempio, 2000 € di pensione mensile netta, se il contribuente avesse un reddito superiore ai 3000 €/mensili verserebbe un’aliquota (quale che sia) calcolata su tale reddito, non su quello eccedente.
Se il contribuente volesse garantirsi un reddito futuro più elevato dovrebbe provvedere in via privatistica, con fondi pensioni privati, risparmio privato ed altro ancora.

b) Eliminazione della detraibilità dal reddito, ai fini fiscali, degli importi previdenziali versati, per la pensione pubblica o per fondi privati. Lo scopo è fare in modo che in futuro il pensionato possa liberamente disporre del suo reddito, senza ulteriori imposte sul reddito delle persone fisiche, libero quindi di trasferirsi anche all’estero senza che questo costituisca danno per l’erario italiano.

c) Pensione variabile, su base annua, con equilibrio strutturale tra entrate previdenziali ed uscite pensionistiche, per i contribuenti del settore privato, di cui ai punti 1 e 2.
Significa che, se la base lavorativa cresce, crescono i contributi e quindi il monte pensioni da distribuire; se scende anche le pensioni si riducono, adattandosi al ciclo economico.

NOTA : oggi i dipendenti della P.A. godono di un trattamento pensionistico medio pari al doppio del trattamento pensionistico medio dei lavoratori del settore privato.
Questo è dovuto al fatto che il livello professionale medio dei dipendenti della P.A. è forse più alto di quello del settore privato (ma non ci sono prove di questo) e forse anche le retribuzioni sono mediamente più elevate per una proliferazione dei ruoli dirigenziali.
La correzione di cui al punto a) precedente non impedisce i trattamenti retributivi smisurati nella P.A. ma limita almeno la pensione futura a carico dello Stato, grazie al limite superiore nel reddito su cui calcolare la contribuzione previdenziale, che per i dipendenti pubblici è quasi formale, oggi, (un giro conto) ma con una tale riforma costituzionale potrebbe diventare meno formale, grazie alla separazione fiscale tra enti territoriali e Stato federale.

Il punto 3 riguarda i trattamenti assistenziali nel loro insieme, una voce pesante della spesa pubblica, in un paese di vecchi, di emarginati dal tessuto produttivo, disoccupati o ridotti in povertà. Qui la materia diventa complessa e non posso entrare in dettaglio : mi limito a dire che la gestione di questo settore deve essere basata su :

  1. Accertamenti rigorosi, per scremare i soliti furbetti
  2. Trattamento economico distinto tra :
    a) disabili incapienti e non (cioè privi, oppure no, di patrimonio proprio o di rendite)
    b) incapienti temporanei (disoccupazione) o permanenti (superstiti, altro ..)

La Sanità pubblica

Altro grande capitolo della spesa pubblica, mangiatoia per molti, serbatoio di inefficienza in molti territori, con eccellenze in altri. Il sistema attuale, con il Servizio Sanitario Nazionale su base regionale, presenta vistose lacune di servizio e costi di gestione elevati.

I punti dolenti :

  1. Il ruolo del medico di base è sempre più lontano da quello che dovrebbe essere il ruolo di un medico nel rapporto con suoi pazienti, che sono troppi, non lasciano spazio ad un rapporto medico paziente serio ed approfondito, perché il tempo è troppo poco, demandano tutto a visite specialistiche, trasformando il medico di base in un burocrate prescrittore di ricette SSN.
  2. Le unità ospedaliere di pronto soccorso sono intasate da pazienti, molti dei quali potrebbero rivolgersi al proprio medico di base, se questo avesse conservato il ruolo e la professionalità che aveva in origine, alleggerendo il carico sulle strutture di pronto soccorso.
  3. I tempi di attesa per le prestazioni ospedaliere, visite ed esami, sono sempre eccessivi, utili soltanto per gli esami periodici, ma non per quelli derivanti da patologie contingenti.
  4. Questa situazione porta i pazienti a rivolgersi sempre di più a medici e strutture in regime privatistico, con costi elevati e senza neppure poter scaricare fiscalmente per intero la spesa sostenuta.
  5. La spesa per i farmaci e per le prestazioni ospedaliere, escludendo alcune categorie di cittadini per reddito, è coperta molto parzialmente dal SSN. I primi, invece, avvalendosi di esenzioni non sempre correttamente motivate, abusano spesso della loro posizione, grazie a medici compiacenti, anche se talvolta loro malgrado.

Oggi abbiamo strutture ospedaliere pubbliche e strutture ospedaliere private ma convenzionate con il SSN. Vien da chiedersi : non sarebbe più semplice, più razionale e più economico per tutti trasformare il SSN in un sistema di tipo assicurativo rivolto al singolo assistito, con convenzioni con tutte le strutture sanitarie territoriali e rimborso della spesa sanitaria del cittadino in analogia con quello che accade con le assicurazioni private ?