UNA LETTURA PERSONALE DEI CONFLITTI IN CORSO

Quello che stiamo vivendo, di cui l’ultima puntata è il blitz americano a Caracas con la cattura di Maduro, è soltanto un’altra tappa del conflitto planetario in corso, definito anche guerra ibrida, che si estende al Medio Oriente ed al conflitto russo-ucraino, per non parlare di quanto accade altrove nel mondo.
Si possono dare molte letture di quanto sta accadendo, e la lettura che ne do io non è necessariamente la migliore. Io leggo nei conflitti in corso un conflitto mondiale generalizzato tra due culture, storicizzate, che oppongono paesi diversi ma anche forze sociali diverse all’interno degli stessi paesi.
Il grande cambiamento, a mio avviso, nasce con le rivoluzioni politiche del primo 900, che hanno già radici nella rivoluzione francese del 1789, e mettono in discussione la struttura della società e del potere emersa dal Medioevo. Se queste rivoluzioni avevano la loro ragion d’essere e la loro connotazione negli squilibri sociali drammatici di quelle epoche, il loro sviluppo mantiene questa connotazione sino a forse il 1945, per poi virare gradualmente verso qualcosa di diverso, e di radicalmente diverso ai giorni nostri.
Infatti questo movimento di massa, diffuso in tutto il mondo, si era trasformato rapidamente in una religione laica, radicalizzandosi nel comunismo, e diventando una sorta di PATOLOGIA DELLE COSCIENZE, che gradualmente si allontana dalle sue origini per diventare un contropotere in conflitto con il potere ereditato da quello tradizionale, prima dei regnanti, poi delle democrazie di stampo liberale affermatesi in Europa ed in America.
Ai giorni nostri il mondo appare diviso in due grandi blocchi, che è puerile descrivere come orientati uno a sinistra ed uno a destra, anche se alcuni contenuti si possono ascrivere a queste due classificazioni politiche.
Quello che vediamo è l’esistenza di paesi che si possono collocare nell’area delle pur datate e logore democrazie, e quelli che si collocano senza ombra di dubbio nelle autocrazie, magari mascherate da istituzioni pseudodemocratiche.
Nella prima categoria possiamo collocare l’Unione Europea con l’Inghilterra, gli USA, il Canada, l’Australia, l’attuale Argentina, l’India, il Giappone, la Korea del Sud, e forse qualche paese che dimentico, mentre nella seconda possiamo collocare la Russia, la Cina, la Turchia, l’Iran, il Venezuela, almeno sino a ieri, il Brasile, la Korea del Nord, molti paesi centro-africani e nordafricani, alcuni paesi sudamericani., ecc.

I paesi che si collocano in queste due categorie sono ostili tra loro, anche se non in conflitto aperto, e prendono posizione su sponde opposte nelle grandi questioni internazionali. L’aspetto interessante è che la politica dominante nei paesi della seconda categoria NON è connotata dal comunismo, salvo eccezioni, ed anche in questi casi la connotazione è più formale che sostanziale. Si tratta di autocrazie con una amministrazione pubblica fortemente centralizzata, che del comunismo conserva l’autoritarismo indiscusso del potere e la concentrazione della ricchezza, che viene in qualche modo “distribuita” alla popolazione, per quel poco che resta, visto che questi regimi sono in genere incapaci di produrre ricchezza e sfruttano quella delle risorse naturali, con la sola autorevole eccezione della Cina, sedicente comunista, che ha costruito una imponente struttura industriale e fonda la sua ricchezza sulle esportazioni.
Una parte a se stante è occupata dal mondo islamico, ancorato ad una visione del mondo antica, sclerotizzata, in conflitto stridente con la modernità, di cui però sfrutta ogni risorsa.
Tutti questi paesi sono fortemente militarizzati, e la quota di spesa pubblica destinata al benessere della popolazione è minoritaria. Della visione del mondo originaria, che parte con la rivoluzione francese, restano poche tracce, direi gli escrementi.

Nella prima categoria collochiamo il mondo delle democrazie, orientato allo sviluppo industriale, alla ricerca del benessere allargato, ed in parte distribuito, alla popolazione tutta, quasi bigotto nell’osservanza del diritto, diffuso ovunque ed in tutto, anche se spesso sorvolato, affetto da sensi di colpa storici per le devianze del passato da questo modello idealistico, ciò che lo allontana dal pragmatismo brutale dei paesi della seconda categoria, indebolendolo, però, rendendolo fragile, facilmente attaccabile, anche dall’interno.
Ed il nemico peggiore si colloca proprio all’interno, con una forte contaminazione della popolazione da parte di quell’altro mondo, con la sua cultura ideologizzata, un cavallo di Troia interno, che indebolisce questi paesi di fronte al NEMICO, numericamente preponderante su scala mondiale. Una contaminazione estesa anche a causa della forte componente di immigrati, provenienti sempre da quell’altro mondo, sempre pronto al conflitto, ma non a dar da mangiare alla sua popolazione.

Questa dicotomia tra due mondi diametralmente opposti, presenti sul medesimo pianeta, con una popolazione di oltre 8 miliardi di esseri umani, equivale su scala umana alle due semisfere di una bomba atomica tradizionale, pronta alla deflagrazione se le due semisfere entrano in contatto tra loro formando la massa critica.
Lo scenario oppone oggi la debole Europa e la problematica America di Trump, con Giappone a Korea del sud presumibili alleati orientali, ed Israele in Medio Oriente ad una Russia ripiombata nella cultura degli Zar, ad una Cina alleata strumentale della Russia e ad alcuni paesi marginali, ma di peso non trascurabile, che hanno legami con il Medio Oriente, come la Turchia, la cui partecipazione alla Nato è strumentale ma non strutturale, come l’Iran, alleato della Russia e sua longa manu sullo scenario mediorientale.
Non mi esprimo sull’Africa, che offre un panorama variegato ma non ha peso geopolitico ed è soltanto terra di conquista economica da parte cinese e di altri.

In questo scenario parlare di pace è soltanto ipocrita, o espressione di demenza cognitiva.
La prospettiva, purtroppo, è bellica, sanguinosa, perché senza un orizzonte temporale visibile di conclusione, e perché la sua conclusione passa soltanto attraverso la distruzione dell’una o dell’altra fazione, cosa che, dati i numeri in gioco, richiede un conflitto secolare, una GUERRA DEI CENT’ANNI, da condursi su tutti i fronti, non soltanto su quello militare, e che deve avvalersi anche della morte naturale della popolazione più anziana.
Il ricambio generazionale, se formato in larghissima prevalenza sulla prima o sulla seconda cultura, potrà condurre ad una sorta di pacificazione globale, con una popolazione planetaria profondamente cambiata.

Mie fantasie? Forse, ma fondate su una realtà attuale visibile, molto concreta. La speranza che tutto questo si risolva in fretta con un volemose bene, questa si, mi pare fantasia.

Ing. Franco Puglia
4 gennaio 2026

UN CONFLITTO CHE, AL MOMENTO, APPARE SENZA SBOCCHI

Per una persona intelligente dovrebbe essere impossibile non schierarsi a fianco del popolo ucraino, e non riconoscere per quello che è la realtà dell’aggressione russa all’Ucraina. Eppure ci sono migliaia di sostenitori filorussi che sostengono il killer del KGB che risponde al nome di Vladimir Putin.
Essere al fianco degli ucraini, almeno col cuore, non implica tuttavia che non si possa capire le ragioni, ma sarebbe meglio dire i torti, della posizione russa.

Putin, ed il suo entourage, provengono dal disfacimento dell’URSS, che era un impero comunista esteso da est a ovest, dalla Siberia all’Ungheria. Con Gorbaciov l’impero crollò come un castello di carte, perché era fragile nelle sua fondamenta, vuoi perché fondato su un’ideologia economica fallimentare, vuoi perché aveva la pretesa di imperare da Mosca su una varietà di popoli e di condizioni di vita, e di risorse economiche le più diverse.
Una follia, quella di tutti i sogni imperiali che la Storia ha registrato.
Oggi questi uomini, rifiutando l’insegnamento della Storia, sperano di ridare vita al passato, ricostituendo una URR (Unione delle Repubbliche Russofile) con l’annessione diretta o il controllo indiretto dei paesi all’epoca sotto l’URSS.
L’Ucraina non poteva che essere la vittima designata di questo disegno imperialistico, perché molto vicina a Mosca per ragioni storiche, importante per ragioni economiche e strategica perché si frappone tra Mosca ed il Mar Nero.

Una politica intelligente da parte di Mosca sarebbe stata quella di portare la Russia a stringere un patto d’acciaio con l’Ucraina, ma su basi democratiche, costruendo una regione euro-orientale di grande interesse economico capace di restituire all’area quel peso geopolitico che sembra tanto mancare a Putin. Infatti non c’erano venti di guerra da Mosca durante la presidenza di Yanukovich, fedele a Mosca e subordinato ai voleri del Cremlino. Peccato che il duopolio Russia-Ucraina con Yanukovich non fosse paritetico, ma subordinato al regime moscovita. Da qui l’ascesa di Zelensky, inaspettato interprete di una sorta di rivoluzione ucraina. E visto l’atteggiamento di Mosca, quella prospettiva cadeva inevitabilmente. All’inizio Putin pensò di eliminare Zelensky riportando in sella un equivalente di Yanukovich, ma il piano fallì. Restavano soltanto le armi, e ancora una volta Putin sottovalutò la capacità ucraina di resistere e la sua volontà assoluta ed inalienabile di non dipendere da nessuno se non da se medesima.

Senza l’Ucraina il progetto russo si dissolve come neve al sole. Ecco perché Putin sta investendo tutte le sue risorse nel tentativo di sottomettere Kiev una volta per tutte, aprendo la strada all’espansione del suo progetto imperiale. Io credo, per quello che mi è dato di sapere, che le basi negoziali con Mosca sin qui esplorate non ci siano. Donald Trump e la sua corte non hanno abbastanza intelligenza per capire come muoversi in un contesto tanto difficile, e si stanno muovendo come elefanti in cristalleria, cercando di blandire Putin, una strategia assurda con un tale uomo, che apprezza le blandizie, ma le considera come una approvazione esplicita del suo agire.

Questo conflitto ha due soli sbocchi possibili che non siano tragici per l’Ucraina:
1. Mettere in ginocchio la Russia, militarmente, cosa che richiede un ben diverso presidente USA ed una Europa coesa ed in sintonia su una strategia di difesa aggressiva direttamente nei cieli ucraini, se non ancora sul terreno di combattimento.
2. Offrire alla Russia una via d’uscita che soddisfi l’orgoglio moscovita con un progetto di integrazione russo-europea, certamente appoggiato dagli americani, che restituisca ai russi la sensazione di avere un ruolo di primo piano all’interno di questo progetto, sacrificando la sua amicizia con la Cina, che è quanto vorrebbero gli americani. Inoltre è fondamentale che la regione del Donbass che si affaccia sul Mar Nero abbia una sua identità autonoma da mosca come da Kiev, e possa svolgere un ruolo di collante e di tramite dei movimenti economici tra l’Europa dell’Est ed il Mar Nero, cosa fondamentale per Mosca.
Diversamente lo spargimento di sangue continuerà da entrambe le parti sino all’esaurimento delle forze, ed occorre ricordare che tanto gli USA che l’Europa non sono in grado di sopportare a lungo uno sforzo bellico senza prospettive.

Ing. Franco Puglia
4 dicembre 2025