
L’Italia cerca di uscire, pur con le ossa rotte, dalla crisi pandemica che l’ha devastata, e cerca di farlo nel solito modo: spesa pubblica improduttiva, che agirà come una cura palliativa antinfiammatoria per alcuni, lasciando tanti altri a leccarsi le ferite, mentre tanti altri ne usciranno quasi indenni. Gli effetti economici profondi della pandemia non sono ancora visibili e ci vorrà del tempo perché emergano nei numeri del calo produttivo generalizzato e della disoccupazione dilagante. Al momento la prepotente spinta estiva addormenta un poco le coscienze e l’effetto del rimbalzo dopo la lunga pausa dei consumi induce ad una parvenza di ottimismo, ma sarà di breve durata.
La RINASCITA dopo la batosta epidemica, infatti, non ha solide basi su cui poggiare.
Il prezzo del petrolio sale (siamo a 73 $ al barile), e con lui quello di alcune materie prime, e determina i presupposti per una ulteriore contrazione dei consumi oltre a quella già prodotta dal calo del reddito nazionale. Il PNRR è un libro dei sogni fondato sulla spesa pubblica, in buona parte a debito, ed anche questo non mette realmente le basi di una “rinascita” nazionale, che è economica ma anche sociale e politica, quindi determinata da riforme a costo zero più che da investimenti monetari.
E la politica è alle corde: l’agitazione che la pervade, a sinistra come a destra, non esprime una fase progettuale nascente, bensì gli spasmi dell’agonia. E come potrebbe essere diverso? Gli interpreti sono gli stessi e non possono quindi esprimere alcunché di nuovo ed originale. Senza un vero cambio di passo sul piano politico, tuttavia, non ci sarà nessuna ripresa nazionale, e dovremo affrontare le nuove sfide con l’abituale debolezza, altro che resilienza, non dimenticando che il virus che ci ha sin qui afflitto non ci abbandonerà, anche se la diffusione vaccinale ci fa sperare che la sanità pubblica non debba più trovarsi di fronte ai numeri del passato, ma potrebbero essere numeri sufficienti a restaurare il clima delle restrizioni.
Draghi assomiglia sempre di meno ad un drago e sempre di più ad un burocrate che gestisce, burocraticamente, lo status quo, prolungando l’agonia nell’illusione di una imminente guarigione. Anche la sottomissione della politica corrente al prestigio del banchiere europeo non durerà in eterno: le ragioni del conflitto tra le parti politiche restano accese sotto la cenere.
E in queste ore Grillo si spende in un colpo di teatro, scaricando Conte e riaffermando i valori fondativi del suo movimento, tra i quali quella “democrazia diretta” che adesso invoca contro lo statuto più convenzionale proposto da Conte, definito da Grillo come “ottocentesco” , dimenticando che lui stesso, Beppe Grillo, fondatore del movimento auto nominatosi, da sempre, “garante”, incarna proprio l’antitesi di quella democrazia millantata, ben radicato nel suo ruolo di decisore unico, di leader, quello che Conte propone per se medesimo. Va riconosciuto a Beppe Grillo il merito di una certa coerenza nell’incoerenza. Con questo la frattura tra i due diventa definitiva, e la spaccatura di un movimento ormai frantumato, anche.
Non credo che del movimento originale di Grillo resterà molto alla prossima occasione elettorale, mentre per Giuseppe Conte si apre una partita giocata tutta a sinistra ma in un’ottica anomala: quella del leader senza partito, nell’assenza di un partito che lo esprima come leader.
Se l’Italia di prima della pandemia navigava nel mare di una politica inconcludente e generosa di sprechi, adesso inizia a navigare nello spazio vuoto della politica dissolta, in cui i numeri dei sondaggi a favore dei vari partiti esprimono soltanto percentuali sul numero ristretto dei campioni sottoposti ad indagine, mentre la gente è in fuga da tutto, dalla politica come dai vaccini, dalle restrizioni come dalle proprie paure, esorcizzate con la spavalderia di chi cerca di convincersi che tutto andrà bene, sotto ogni aspetto, perché la realtà che ha di fronte a se non è sopportabile oltre.
E tuttavia qualcuno continua a lavorare con ostinazione, perché può ancora farlo e non ha una diversa scelta, e vuol continuare a credere che alla fine tutto si risolverà.
Ma non accadrà, non come è nelle attese, perché i pilastri su cui sorreggere la nazione sono crollati, è crollata la fiducia della gente, in ogni cosa, anche nella medicina oltre che nella politica.
Il futuro non si può prevedere, ma si può immaginare, e quel futuro, una fessura azzurra in un cielo nero, sarà lo sbocco di quei lavoratori ostinati che si aggrappano al poco che resta, approfittando di ogni opportunità, mentre le mura di un sistema di vita costruito nei decenni crollano tutto intorno, mattone dopo mattone. Qualcuno sopravviverà, neppure pochi, e questi uomini e donne proietteranno in un futuro incerto quel che resta di una nazione disgraziata.
Ing. Franco Puglia
29 Giugno 2021
