IL DIRITTO DI PROPRIETA’ AI GIORNI NOSTRI


Sembra inutile affrontare una riflessione su questo tema ai giorni nostri, eppure non lo è. La contrapposizione tra il diritto di proprietà e, addirittura, la sua abolizione, ha caratterizzato il conflitto tra capitalismo e comunismo del ‘900, e non si tratta, anche oggi, di un conflitto interamente risolto.

Il pensiero liberale è caratterizzato da un atteggiamento di quasi sacralità nei confronti del diritto alla proprietà privata, che può arrivare, nelle frange liberiste più estreme alla negazione stessa dello STATO, inteso come antitesi della libertà individuale assoluta, fondata sulla proprietà privata.

Viceversa, gli statalisti, oggi neppure più comunisti, tendono a concentrare nello Stato tutte le proprietà, assegnando al cittadino un ruolo di sudditanza che assimila la società umana a quella delle api, dimenticando che non siamo insetti.

Senza voler neppure tentare di formulare una rievocazione storica della proprietà nel corso della storia umana, possiamo soltanto dire che la società umana primitiva nasce in assenza del concetto stesso di proprietà, perché l’uomo primitivo aveva ben poco da possedere, salvo la propria vita, ma sviluppa presto il concetto di possesso dei pochi strumenti primitivi di cui cominciava a dotarsi, del cibo che riusciva a procurarsi e del rifugio che era riuscito a trovare o a costruire con le proprie mani. Ma lo sviluppo porta rapidamente gli esseri umani ad estendere il possesso delle cose, ed a concentrarlo grazie allo sfruttamento del lavoro di altri esseri umani ottenuto con l’uso della forza.

Così, se le prime società tribali possono essere vagamente assimilate ad un mondo “socialista”, quelle più evolute assumono un stampo sempre più “capitalista”, con la formazione dei REGNI ed il possesso concentrato della maggior parte dei beni di qualche valore che via via venivano prodotti.

Ed abbiamo tracce storiche imponenti della concentrazione di ricchezza PRIVATA delle società antiche, partendo dall’antico Egitto, e proseguendo poi con Roma, in Europa, e con le civiltà dell’estremo Oriente.
Nel corso dei secoli assistiamo allo sviluppo europeo di stati e staterelli, caratterizzati dal possesso esteso delle TERRE, conquistate con la forza da parte di NOBILI o assegnate ai nobili dai regnanti del momento. Il latifondo, unica fonte, agricola, di ricchezza del tempo, sopravvive sin quasi ai giorni nostri, e la sua frammentazione inizia forse con la rivoluzione francese, per poi proseguire nel tempo, in un mondo che, nel frattempo, mutava con la rivoluzione industriale.

Così arriviamo ai giorni nostri, in un mondo in cui i regnanti conservano, dove ci sono ancora, un ruolo meramente formale, dove gli STATI detengono la sovranità sul territorio che governano, dove il latifondo è sempre più raro, dove il peso dell’agricoltura è sempre più modesto, dove il peso dell’attività industriale è stato predominante, ma adesso viene soppiantato dal peso preponderante della finanza e della distribuzione e comunicazione.
Pensare che all’interno di tutti questi cambiamenti i concetti di proprietà è di stato possano restare immutati mi pare puerile.

Se il latifondo è quasi scomparso, questo è stato sostituito da colossi multinazionali che controllano ingenti risorse che riguardano aspetti oggi essenziali, irrinunciabili e fondativi del nostro mondo, come l’informatica (Microsoft, Apple), i “socials “FaceBook, twitter, ecc), la distribuzione (Amazon), ecc, senza contare i colossi del mondo industriale che hanno da tempo caratteristiche sovranazionali, e riguardano il mondo della finanza, bancaria e non, dell’automobile, della chimica, della farmaceutica, dell’energia, dei fertilizzanti, e via discorrendo.

In un’ottica moderna questi colossi esprimono dei veri e propri REGNI che non operano su territori fisici ma su territori virtuali, governando le risorse delle quali vivono 7,7 miliardi di individui sul pianeta. E tuttavia si conservano gli STATI territoriali, in conflitto latente con questi stati NON territoriali, a cui non riescono facilmente ad imporre la loro sovranità, per esempio sul piano fiscale.

Questa breve panoramica di un percorso che va dalla semplicità estrema alla complessità estrema dovrebbe far percepire come i nostri sistemi di valori siano TUTTI necessariamente obsoleti.

L’umanità non riesce più a governare questa complessità e non riesce ad evitare i conflitti, sia interni ai territori che esterni, siano essi puramente economici oppure armati.

In un tale scenario la frattura storica tra capitalismo e comunismo appare davvero puerile, eppure sussiste, e naturalmente non offre alcuno sbocco di crescita civile possibile.

Dobbiamo ritornare alle origini, alle finalità di tutto quello che ci circonda, per rifondare un modello sociale che sia utile alle nostre finalità, e che si collochi in questo mondo, non in quello ormai scomparso. Quindi dobbiamo rimettere in evidenza i capisaldi del nostro vivere, che potremmo schematizzare in poche parole:
– Libertà di scelta e di movimento, condizionata soltanto dal conflitto potenziale con quella altrui
– Necessità di disporre di beni materiali nella misura necessaria al nostro benessere
– Dovere di auto sostentamento e diritto al conseguente esercizio di attività di produzione di reddito
– Diritto al possesso di un territorio in cui poterci esprimere senza interferenze di terzi
– Sicurezza dalle aggressioni, da qualsiasi fonte provengano
In fondo si tratta di bisogni essenziali che parrebbe facile poter soddisfare, ma non è così.

Il conflitto nasce dalla AVIDITA’ pressoché illimitata insita nella natura umana, che ci porta ad espandere senza alcun limite il nostro BISOGNO DI POSSESSO, di qualsiasi cosa si tratti: territori o cose, e persino altri esseri umani. E’ lo stesso bisogno che determina la formazione di condizioni monopolistiche di mercato partendo da una condizione di concorrenza: l’iniziativa privata in regime di concorrenza cerca di eliminare ogni concorrenza, per operare indisturbata nel suo mercato.

Questo bisogno di crescita anche megalomane è un potente MOTORE di sviluppo, in assenza del quale non c’è sviluppo, ma come tutti i fattori di crescita incontrollata può anche diventare una specie di TUMORE sociale, che uccide l’organismo che lo ospita.

Tutti questi elementi, sempre più distorsivi, sono stati enfatizzati a dismisura dalla GLOBALIZZAZIONE, sia dei mercati, cioè degli scambi di merci, che della circolazione delle persone, con le nuove spinte migratorie e, oggi, persino dalle diffusioni virali pandemiche.

La presenza di grandi capitali in cerca di collocazione determina nuove spinte “imperialistiche”, per usare un termine caro ai vecchi comunisti, perché la loro concentrazione e la presenza di aree depresse del pianeta, Africa in particolare, ma anche il Sud America si presta allo scopo, consento di COMPERARE con il denaro quello che un tempo si conquistava con le armi.

Perché spargere sangue, perché rischiare anche la sconfitta, quando si può COMPRARE un territorio con tutto quel che contiene, o quasi? Mi pare che la Cina, in Africa, abbia fatto o stia facendo qualcosa di simile, seguendo l’esempio degli USA altrove nel mondo, nel corso del ‘900, e degli europei prima di loro.

Ecco che, a questo punto, RIPENSARE IL CONCETTO DI PROPRIETA’, ed anche a quello di SOVRANITA’ in chiave territoriale appare un’esigenza crescente. Non mi pare tollerabile che il denaro possa comperare tutto, tenuto anche conto del fatto che la sua provenienza non è neppure sempre lecita, come non lo era in passato l’uso delle armi.

La formazione di ricchezza, oltre che essere una aspirazione personale irrinunciabile, è un motore di sviluppo potente ed insostituibile, ma è anche vero che l’eccesso di ricchezza induce alla formazione di posizioni di potere socialmente inaccettabili, non soltanto perché stridono con la totale assenza di potere e di ricchezza di intere popolazioni, ma perché sono foriere di conflitti e di fenomeni atti a compromettere lo sviluppo.
In Europa i vecchi STATI ottocenteschi sono un freno allo sviluppo armonico del continente, sotto ogni aspetto, e la compressione delle autonomia territoriali su base più locale riduce gli spazi di libertà e lo stesso sviluppo economico. Al contempo il predominio dei grandi gruppi economici strangola lo sviluppo di attività private in quei settori economici, e quindi compromette il mercato.

Occorre restituire agli individui spazi esistenziali di manovra e di libertà che stanno scomparendo gradualmente ed irreversibilmente, mentre compaiono nuove tentazioni autoritarie ed autocratiche, in un clima di crescente paura e sottomissione, determinato dalla pandemia virale che ha fatto da detonatore ad una crisi economica mondiale di proporzioni mai viste, di cui ancora non abbiamo consapevolezza, ma che misureremo molto presto.
E di fronte a queste catastrofi, a cui non sono neppure estranee quelle climatiche sparse, appariamo totalmente impreparati, anche sotto il profilo dell’immaginazione, che parte dalla comprensione della realtà per sviluppare una progettualità nuova, capace di produrre una nuova evoluzione.

Ing. Franco Puglia – 6 Agosto 2020

2 pensieri su “IL DIRITTO DI PROPRIETA’ AI GIORNI NOSTRI

  1. ottimo e profondo articolo Franco. Concordo sulle tue conclusioni ” Non mi pare tollerabile che il denaro possa comperare tutto” ma non capisco “In Europa i vecchi STATI ottocenteschi sono un freno allo sviluppo armonico del continente”.
    Cercherò di ragionarci sopra. senz’altro avrai ragione. Saluti cordiali, walter

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    • I vecchi stati ottocenteschi sono il prodotto della Storia d’Europa.
      Ciascuno Stato ingloba popolazioni diverse che il tempo ha solo in parte armonizzato.
      La Gran Bretagna e la Spagna sono due esempi eclatanti, ma anche il Belgio.
      L’Italia appare più omogenea ma solo in apparenza.
      Eppure tutti i popoli europei hanno molto in comune tra loro, nonostante le differenza linguistiche e culturali.
      Occorre prendere coscienza delle differenze, piuttosto che inseguire un utopico egualitarismo su scala mondiale.
      Gli Europei sono, e saranno sempre, diversi dagli orientali come dagli africani.
      Questo sul piano culturale. Ma poi ci sono gli interessi economici e geopolitici concreti, che hanno infatti indotto i paesi europei a formare quel simulacro di unione che è l’attuale U.E.
      Però si tratta di un processo incompiuto, perché più che di una vera UNIONE, si tratta di un “accordo” tra i vecchi stati, sulla testa dei loro “sudditi”, in cui la rappresentanza degli interessi e le autonomie amministrative, che si fondano sulla libertà individuale e delle collettività comunque piccole, non trova alcuna espressione concreta, e poi induce a rivolte come quella catalana.
      La presenza nella U.E. di “stati forti” e di “stati deboli” rende debole l’Unione.
      Una “Unione forte” richiede una confederazione di stati deboli, ma liberi ed autonomi per quanto possibile al loro interno.

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