
Il 2026 è stato, e per ora continua ad essere, l’anno più caldo e secco mai registrato dopo il 2003, almeno in anni recenti. La narrazione sui cambiamenti climatici persiste, e non è cambiata sostanzialmente in questi ultimi due anni, salvo qualche vergognoso pudore nell’impiego delle parole, per cui non si sente più parlare di CO2 ma solo di “emissioni”, sotto intendendo quelle derivate dalla combustione di idrocarburi, ma senza esplicitarlo, e si afferma che dobbiamo fare qualcosa per il clima, senza dire cosa, e sotto intendendo che se il clima cambia sia opera nostra, perché se non ci fossimo noi ad interferire col clima, questo sarebbe stabile, temperato, privo di eccessi, ecc. E nella narrazione la causa di tutto questo caldo viene attribuita ai “cambiamenti climatici”, come se il termine descrivesse una causa e non un effetto di fenomeni che non si osa più esplicitare. La favola deve continuare; “the show must go on” anche se la sua credibilità è in picchiata, nonostante il caldo torrido del 2026 determinato dall’ostinazione dell’anticiclone africano a stazionare sull’intera Europa.
In concreto i climi (sempre al plurale) sono cambiati ed il caldo è davvero bruciante, e non ho letto alcuna spiegazione scientificamente credibile dei fenomeni in atto, mentre le conseguenze sono ben visibili e ben percepite.
E parliamo di percezioni: dal mio osservatorio sulle Alpi noto come la temperatura sia molto elevata in rapporto alla quota ed all’ambiente, rispetto al passato.
La condizione dei ghiacciai alpini nella regione del Monte Rosa è drammatica: la neve sopra il ghiaccio è scomparsa quasi ovunque, ed i ghiacciati appaiono come frammenti frastagliati, grigi, di una massa informe che si scioglie rapidamente in rigagnoli d’acqua grigia che scorre verso valle. Lo scioglimento accelera con la riduzione progressiva dello spessore del ghiaccio, come prima della neve, e quindi è in piena accelerazione la scomparsa delle masse glaciali alpine, già in atto da decenni, ma a velocità più moderata.
La temperatura dell’aria, tuttavia, è in qualche modo anomala: mentre in alcune aree anche in quota, la temperatura tocca i 30°C, o almeno i 26..28°C, in altre aree, boschive, sottratte all’irraggiamento solare diretto, la temperatura può scendere anche sotto il 20°C.
Il tutto con una forte umidità atmosferica, proveniente da sud, che si manifesta in addensamenti mattutini e pomeridiani, con brevi ma intensi acquazzoni sparsi, a macchia di leopardo. Ma appena ti esponi al sole la pelle brucia ! La radiazione solare appare molto intensa, e questa percezione non è nuova, ma neppure antica: alcuni anni, pochi. Percezioni, strettamente personali e tuttavia diffuse: stai bene all’ombra, ma guai mettersi al sole. Qualcosa non quadra:
1. La “narrazione” climatica vorrebbe che fosse l’atmosfera a surriscaldarsi, ed immagina che una atmosfera calda possa riscaldare il suolo, cosa fisicamente impossibile, perché il calore atmosferico può viaggiare solo verso l’alto, non verso il basso, per precise ed inconfutabili ragioni fisiche.
2. Il divario di percezione tra caldo insopportabile al sole ed aria temperata all’ombra, nonostante il grado di umidità (con aria secca è normale) induce a pensare che l’aria non assorba più di tanto il calore solare, che colpisce per via radiante tutto quello che viene esposto direttamente al sole: le foreste, gli animali (noi inclusi) ed il terreno, oltre che le acque dei mari e dei laghi.
3. La percezione include anche il calore irradiato dal suolo, che si percepisce molto bene camminando sull’asfalto, e molto meno se si cammina su erba. Questo è ben comprensibile e spiega il clima torrido degli insediamenti urbani, dove asfalto e cemento sono accumulatori di calore che viene ceduto all’aria circostante, quella in cui ci muoviamo. Le isole di calore non sono erbose …
Queste percezioni mi fanno pensare ad una condizione del pianeta nel suo insieme in cui per qualche motivo la quantità di radiazione solare al suolo sia aumentata, mentre l’atmosfera raccoglie quel poco che può raccogliere, e si raffredda rapidamente verso lo spazio grazie alle correnti ascensionali. Se questa percezione fosse suffragata da elementi scientifici, potremmo fare dei ragionamenti più sensati sulle cause dei cambiamenti climatici in atto, e su come difenderci da essi, con strategie di adattamento, abbandonando una volta per tutte la narrazione climatica corrente, mirata solo e soltanto a stimolare il grande business della conversione energetica fondata sulle sabbie mobili del nulla, sia nel campo della termotecnica generale che dell’automotive.
La situazione, invece, è meritevole di approfondimenti scientifici SERI, partendo dalle percezioni, per verificarne la fondatezza o infondatezza. Su cosa si può, e si dovrebbe, indagare:
1. Intensità della radiazione solare rispetto al passato
2. Spettro di frequenza della radiazione solare al suolo, la sola che interessi veramente ai fini della cessione di calore alle masse che possono accumularlo. Infatti il risultato termico al suolo non è lo stesso se venissimo illuminati da un astro che emette solo luce violetta oppure solo luce rossa, a parità di intensità media al suolo.
3. Posizione dell’asse terrestre rispetto al sole e nei diversi punti dell’orbita, sia dell’asse geometrico che dell’asse magnetico, perché il campo magnetico terrestre non è estraneo all’interazione con la radiazione solare, in quanto può deviarla più o meno dall’impatto col pianeta.
Questo per quanto attiene all’interazione diretta Terra-Sole.
Ma non è il solo elemento: altri elementi di cui non siamo in grado di misurare l’impatto termico sono:
– L’attività tellurica, vulcanica e sismica, sia terrestre che sottomarina, fenomeni che implicano uno sviluppo di energia infinitamente superiore a quello di tutte le attività umane.
– La desertificazione dei suoli, sia in condizioni naturali (assenza di vegetazione in aree secche e desertiche) che in condizioni antropiche (insediamenti umani, terreni asfaltati, edifici diversi, e in generale tutto quello che esprime costruzioni umane artificiali, a danno della vegetazione). Aggiungiamo anche la presenza di bacini idrici artificiali, che alterano i microclimi locali, ma sono in genere poco influenti sui climi generali del pianeta, salvo eccezioni.
In altre parole: NON CI INTERESSA STUDIARE L’ATMOSFERA, ma la natura del terreno, e delle acque, perché la vera interazione Terra-Sole è a questo livello, non a livello atmosferico, dove le interazioni termodinamiche sono, appunto, dinamiche, non statiche, fatte di correnti calde ascensionali e correnti fredde discendenti, fatte di evaporazione, umidità e precipitazioni. Ma l’atmosfera NON può riscaldare il pianeta: può solo e soltanto raffreddarsi verso lo spazio. Se al suolo abbiamo +40°C, a 10.000 m di quota ne abbiamo -40°C, anche se ci troviamo sulla verticale del medesimo punto sul globo.
Se è vero, e lo è, che nei cambiamenti climatici sgradevoli a cui siamo sottoposti la composizione atmosferica, la presenza di CO2 e l’impiego dei combustibili fossili c’entrano come i cavoli a merenda, allora dobbiamo cercare di difenderci con interventi di mitigazione del clima a livello locale, ed il solo modo che abbiamo è quello di aumentare a dismisura la forestazione, il solo elemento conosciuto capace di trasformare in MASSA l’energia solare e l’acqua disponibile, assieme alla indispensabile CO2. Restituire CO2 all’atmosfera bruciando i fossili significa ridare vita alla vegetazione morta e scomparsa milioni di anni fa, a condizione di aiutare il processo che, da solo, esiste, ma è lentissimo. E ridurre l’impatto delle isole di calore significa ripensare interamente il modello urbanistico delle città del mondo, inframmezzando vegetazione ed edifici, possibilmente utilizzando legname per le costruzioni (ottimo isolante termico) invece del materiale inerte attuale, che ha un calore specifico elevato.
Non possiamo distruggere i nostri centri urbani, ormai è troppo tardi. Possiamo mitigare, nei limiti del possibile, e confinare tutte le nuove costruzioni ad aree verdi dove abitazioni e vegetazione siano un insieme misto, senza concentrazioni abitative. Perciò è vero che possiamo fare qualcosa per difenderci dal “riscaldamento globale”, ma è molto poco, e non ha niente a che vedere con le strategie in atto, le quali possono soltanto creare, cosa che stanno già facendo, ulteriori difficoltà al nostro vivere, in Europa e nel mondo.
BASTA con le fandonie mirate all’interesse di pochi, certo non della generalità delle persone, e facciamo quel poco che possiamo ancora fare, tardivamente, per migliorare la situazione residenziale al suolo, anche spostando alcuni insediamenti abitativi, dove è ancora possibile. La concentrazione urbana può avere avuto una funzione in passato ma oggi, nell’era digitale, dove la comunicazione è sempre di più digitale che non fisica, non serve essere tutti quanti concentrati in poco spazio, è diventato disfunzionale, mentre servono infrastrutture di comunicazione, telematica come anche fisica, più capillari ed efficienti, distribuendo la popolazione, che è TANTA, sulla vastità dei territori, anche in regioni montuose, anche a quote più elevate delle pianure, riforestando le pianure, riducendo il consumo erboso dei pascoli per il bestiame e quindi l’allevamento del bestiame, che solo in piccola misura è indispensabile all’alimentazione umana.
La RIVOLUZIONE passa da un ripensamento globale del nostro stile di vita sul pianeta, non dalla menzogne interessate di studiosi prezzolati e di imprenditori privi di visione del futuro.
Ing. Franco Puglia
8 agosto 2026