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Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

CONFLITTI EPOCALI

Ogni epoca della Storia umana ha avuto i suoi conflitti. In passato i conflitti erano più “semplici”, più facilmente interpretabili. Oggi non più, perché le società del globo sono più complesse ed interconnesse in quel groviglio inestricabile di interessi e conflitti che confluiscono in ciò che noi chiamiamo GLOBALIZZAZONE. Nonostante questo possiamo individuare alcune grandi aree di conflitto, e su questa base cercare di orientarci, come paese e come individui.

1. Conflitto tra mondo della PRODUZIONE e mondo dei servizi, pubblici e privati.

Il mondo del lavoro ha una sua struttura piramidale: un qualsiasi prodotto finito, che vada al generico consumatore, è un prodotto di SINTESI di altri elementi, materiali ed immateriali, che concorrono a formare il risultato. Alcuni di questi elementi sono, per così dire, “indispensabili”, ma altri no. Sul prodotto finito incidono, ad esempio, costi FISCALI che servono a finanziare servizi pubblici ritenuti necessari, ma non sempre necessari, e non sempre insostituibili.

Il conflitto si esprime nel contrasto di interessi tra quanti ricavano il loro reddito da un lavoro alla base della piramide, e quanti invece lo ricavano da un lavoro a livelli più alti, specie se spesati dalle entrate fiscali (dipendenti pubblici) oppure da “servizi” imposti in rapporto a requisiti di legge che i produttori debbono rispettare, non richiesti per contribuire alla formazione del prodotto finito.

Questo conflitto supera, anche se solo in parte, l’antico conflitto tra “lavoratori” e “padroni” delle società dei secoli che precedono il 21° secolo attuale.

Gli interessi materiali di lavoratori e datori di lavoro coincidono, sempre di più. I livelli salariali e le condizioni di lavoro restano un motivo di conflitto con i datori di lavoro, ma hanno sempre di più un carattere negoziale, se non ancora “commerciale”, analogamente ad altre transazioni economiche più convenzionali.

Gli interessi delle classi sociali che, invece, prosperano sulla spesa pubblica e sulla proliferazione normativa (il mondo delle consulenze e similari) sono conflittuali con il mondo della produzione, perché lo ostacolano in diversi modi e costituiscono un onere economico che grava sui costi di produzione.

Mentre questo mondo dei “servizi” riesce a trovare rappresentanza politica grazie all’intima connessione tra mondo della politica e mondo della pubblica amministrazione, quello della produzione non riesce più a trovare una sua autentica rappresentanza politica, a causa delle altre fratture ideologiche che lo attraversano, e di cui parliamo nei punti che seguono.

Un poco a se il mondo della finanza, che è di fatto un servizio che NON crea valore, ma lo redistribuisce, e però non appartiene alla sfera pubblica, se non in misura marginalissima, ma viene percepito come conflittuale con il mondo della produzione.

2. Conflitto tra ideologie di stampo religioso e visioni pragmatiche della Storia

Le religioni, antiche come la storia umana, non si sono mai estinte. Il mondo occidentale avanzato è ancora fortemente influenzato dal Cristianesimo, nelle sue diverse impostazioni, mentre il mondo islamico attraversa una fase di crescita numerica (per motivi demografici) ed anche ideologica, con il ritorno ad un integralismo coranico reinterpretato in funzione di obiettivi di potere di minoranze politiche che lo usano come strumento per condizionare le coscienze.

Mondo islamico e mondo cristiano sono antitetici, per ragioni storiche, territoriali, culturali, ed economiche. Altri mondi che non si riconoscono in queste due correnti religiose principali, si rifanno ad antiche filosofie orientali ed a modelli misti di “religione laica”, come Cina e Giappone, ed in forme diverse tutto l’estremo oriente, con le eccezioni islamiche del caso.

La connotazione anche territoriale di questa fondamenta di ordine religioso acuiscono un conflitto che è anche economico, perché i territori in questione si trovano in fasi di sviluppo diverse tra loro, ed anche in competizione. Così assistiamo ad una crescente competizione conflittuale tra mondo occidentale e Cina, in maniera eclatante, ed in maniera meno evidente tra mondo occidentale e paesi emergenti in genere. Non si fa più sentire in maniera sensibile la competizione giapponese, forse anche per motivi demografici, correlati all’invecchiamento della sua popolazione.

La risoluzione dei conflitti

La politica ha, o dovrebbe avere, come asse portante della sua esistenza la MEDIAZIONE dei conflitti. In tal senso la politica si contrappone al sistema militare, che cerca di risolvere i conflitti con le armi, portandoli alle loro estreme conseguenze.

L’esperienza storica ci racconta che la politica, da sola, non è mai riuscita a risolvere i conflitti, salvo eccezioni, e neppure i conflitti militari, da soli, sono stati interamente risolutivi, perché le macerie che lasciano vanno poi ricostruite dalla politica.

Allora è naturale chiedersi se i conflitti attuali possano essere risolti soltanto con gli strumenti della politica, oppure no. La mia risposta, purtroppo, è no. Cioè, non interamente.

Una fase di scontro violento resta, purtroppo, propedeutica alla soluzione diplomatica.

E’ molto triste dover ammettere che il millenario percorso della civiltà non ci abbia fatto ancora superare questa infelice condizione.
La cosa più grave è che i conflitti che ho descritto sono anche trasversali tra loro. Non c’è guerra che possa determinare il confronto armato di questi conflitti tutti assieme. Perciò dobbiamo affrontare conflitti separati ed indipendenti, anche armati.

Prospettive italiane

Nell’immediato il conflitto più evidente che riguarda il nostro paese è quello delineato al punto 1, quello tra mondo della produzione e mondo dei servizi, pubblici in particolare.

Molto orientativamente si tratta di uno scontro tra la DESTRA e la SINISTRA italiane, ma questa è una grossa semplificazione, perché la “destra” che si esprime nei partiti noti non è propriamente espressione di un insieme di interessi omogeneo alla classe produttiva.

Quindi una vittoria elettorale delle destre non coincide con la sconfitta dello statalismo di sinistra, ma esprime soltanto una parziale vittoria di alcuni valori della destra rispetto a quelli della sinistra (nazionalismo contro terzomondismo, ad esempio).

In pratica è soltanto un aspetto di una medesima faccia della medaglia, come ben dimostrò la destra berlusconiana, espressione di una parte della classe produttiva, cioè di quella legata al potere statale, non diversamente dalla sinistra di potere, con Renzi e successori.

E la sconfitta della “sinistra” non può essere solo elettorale, perché “questa sinistra” permea tutto il tessuto di potere nazionale, dalla magistratura alle banche, alla pubblica amministrazione, compresa la scuola e le università.

Ed è qui che scatta lo stimolo bellico: non disponiamo di strumenti per una soluzione politica complessiva dei conflitti, perché i momenti elettorali creano alternanze all’interno di un medesimo sistema di potere, anche corrotto, qualsiasi connotazione abbia.

Questa debolezza nasce dalla insufficienza abissale del nostro sistema democratico, che non esprime democrazia neppure alla lontana, ma esprime soltanto uno strumento di alternanza di potere all’interno di un sistema politico statalista che ha regole precise ed immutabili, che ha creato una casta di persone in grado di controllare quasi tutto, mediando oltre il 50% del PIL nazionale.

E la popolazione, di fronte ad una rivoluzione democratica autentica, appare impreparata e non sa neppure da dove cominciare.

Resta quindi soltanto lo strumento dell’insurrezione popolare, sostenuta da risorse militari.

Se un tale sbocco sia realistico e con quale tempistica io non lo so, ma so che il sistema di potere versa in difficoltà crescenti, e l’aggravamento delle condizioni economiche, produttive e debitorie nazionali, determinato anche dalla pandemia, potrebbe portare già nel 2021 a sbocchi che appaiono improbabili in un paese assonnato come l’Italia, ma potremmo avere delle sorprese.

Uno sbocco di questo tipo non conduce finalmente alla creazione di una democrazia compiuta, ma si limita a RIPULIRE il sistema corrotto, destrutturando il sistema di potere esistente, almeno in parte, per ricostruirne un altro, su basi diverse ma analoghe, sempre di stampo verticistico e non democratico. Una fase di passaggio comunque inevitabile.

Prospettive internazionali

Il conflitto tra l’Occidente ed il mondo esterno ad esso, che non definirò “terzo mondo”, appare crescente ed insanabile. Trump ha avuto almeno il merito di “rompere il ghiaccio”, con la sua politica di rottura degli equilibri esistenti, sul piano economico, con restrizioni, più minacciate che realizzate, al commercio estero con gli USA.

I suoi progetti, poi, sono stati messi in crisi dalla pandemia e dalla disastrosa gestione americana, ma “il dado è tratto” e lo stimolo in quella direzione è passato, e trova sponda negli affioranti nazionalismi europei. Al di la dei giudizi sull’uomo, che in sé appare più un buffone che uno statista, le politiche di Trump segnano l’inizio di un ripensamento del modello di globalizzazione dei mercati sin qui messo in atto, che tuttavia non può non coinvolgere anche gli USA a rovescio, delimitando il potere di tante sue imprese multinazionali.

La pandemia rema nella medesima direzione, perché ci fa capire che la libera circolazione di merci e persone implica anche la libera circolazione di veleni, di qualsiasi natura essi siano, biologici o ideologici.

Inoltre gli squilibri esistenti, aggravati dalle nuove condizioni di sfruttamento dei mercati e dalle crisi interne dei paesi più deboli sul piano economico e politico hanno scatenato i fenomeni dell’immigrazione di massa e del terrorismo di matrice islamica.

La risposta a questi fenomeni è stata, in molti casi, quella delle armi (vedi Siria, ma anche Libia).

In un tale drammatico contesto, con l’economia mondiale messa in serie difficoltà anche dalla pandemia oltre che dai suoi problemi strutturali e politici locali, la bomba sociale dell’emigrazione non appare neppure ancora esplosa, ma con la pressione crescente quello che vediamo adesso è solo un insignificante assaggio di quanto può accadere.

Ed il contenimento della pressione migratoria non può non essere cruento: chi non ha molto da perdere si muove in massa, e che sia armato oppure no gli effetti del suo spostamento territoriale in massa sono i medesimi. Nessun paese al mondo può sopportare senza gravi danni l’impatto crescente di popolazioni “affamate”, in senso lato, portatrici di una diversa cultura e stile di vita.

La reazione difensiva violenta è inevitabile, qualsiasi cosa dicano i sostenitori della sostituzione etnica indolore a compensazione dei cali demografici.

Tutto questo, in un modo o nell’altro, conduce ad un drastico ridimensionamento dei rapporti internazionali, con tutto quel che segue, e con l’impiego di strumenti anche di carattere militare.

Nessuno ha avuto il coraggio, sin’ora, di fermare con le armi le carrette del mare invece di soccorrerle.

Nessuno ha avuto il coraggio di limitare gli ingressi extraeuropei provenienti da terra o dal cielo.

Ma oggi tutti questi movimenti di massa significano anche VIRUS epidemici, non soltanto elementi di destabilizzazione sociale.

E questo presumibile ridimensionamento degli scambi internazionali significa anche crollo di un PIL che negli ultimi decenni è stato fondato in maniera crescente su questi scambi, turismo in testa, con tutto il suo indotto.

Gli scenari che si aprono, quindi, sono più che preoccupanti, e dobbiamo prepararci ad affrontare tempi molto difficili, dopo il più lungo periodo di tregua della Storia umana, almeno in Europa.

Ing. Franco Puglia

31 Agosto 2020

TUTTO QUELLO CHE NON SAPPIAMO SU SARS COV-2

Per un NON medico come me, ma attento osservatore delle cose, appare che ciò che NON sappiamo sui virus e sulle difese immunitarie ecceda di gran lunga ciò che sappiamo, cioè quanto la conoscenza medico scientifica presume di sapere.
E questo emerge con prepotenza in occasione di questa pandemia da cui non pare riusciamo a venir fuori. Vediamo più in dettaglio.

1. Il virus si propaga attraverso la cavità orale e le vie respiratorie. Sin qui nessun dubbio. Ma una volta contaminati, dove si insedia? In apparenza viene catturato, almeno in una prima fase, dal muco naso faringeo, quello in cui si va a prelevare il muco per accertare la positività al virus, cioè la sua presenza a bordo del potenziale paziente covid.
Ma non sappiamo se, nei pazienti asintomatici, sia presente anche altrove nell’organismo.
Sappiamo che, nei pazienti deceduti, è diffusamente presente nel tessuto polmonare, dove sviluppa una infiammazione che può essere letale.

2. Siamo in presenza di una significativa percentuale di pazienti asintomatici nella popolazione che viene controllata, per un motivo o per l’altro, e viene trovata positiva al Sars Cov-2.
Ma non sappiamo quanto diffusa sia la sua presenza nella cittadinanza che NON viene controllata e che non presenta alcun sintomo patologico.

3. E’ stato detto che una volta contagiati dal virus il periodo di incubazione della malattia in genere non supera le due settimane, ma può essere più lungo.
Quanto più lungo? Non lo sappiamo, come non sappiamo se quando viene effettuato un tampone ad un paziente e questo viene trovato positivo al virus, questi lo abbia contratto immediatamente prima del controllo oppure molto tempo prima.

4. La statistica epidemiologica ci racconta che il contagio con successivo sviluppo della malattia è più frequente negli anziani, meno nei giovani e quasi assente nei bambini. Una anomalia non da poco, considerato che i bambini contraggono con estrema facilità virus della medesima categoria, e si ammalano, e si contagiano tra loro e contagiano i loro genitori. Perché? Da cosa dipende questa anomalia?
In che cosa il sistema immunitario infantile differisce da quello degli adulti in maniera così marcata per questa patologia virale? Non lo sappiamo.

5. Il prof. Galli, dell’ospedale Sacco di Milano, ben noto al pubblico attraverso le frequenti interviste televisive, sostiene che questo virus non può convivere nell’uomo come ospite permanente, come altri virus e batteri. Questo significa che, se contagiati, o si sviluppa la malattia, oppure il paziente, asintomatico, distrugge il virus con i suoi anticorpi. Non sappiamo quanto tempo richieda questo processo, di sviluppo della malattia o distruzione del virus.

Tuttavia lo stesso prof. Galli ammette in TV che alcuni pazienti avrebbero coltivato in se la positività al virus per parecchi mesi! Ora, una cosa è non conoscere la durata, ma breve, della lotta tra virus ed anticorpi all’interno dell’organismo, altra cosa è osservare che questa convivenza in equilibrio possa perdurare per mesi …
Poi, forse, il virus si estingue, o il soggetto si ammala, ma una convivenza tanto lunga fa presumere che vasti strati della popolazione possano essere portatori sani del virus per mesi, senza manifestare alcun sintomo, ma pronti a contagiare o ad ammalarsi in qualsiasi momento.
Perciò non sappiamo, a conti fatti, quanto tempo il virus possa convivere con noi ed in quali condizioni il portatore possa essere contagioso o possa ancora ammalarsi.

6. Si parla spesso di “carica virale” , cioè della quantità di virus presenti nell’organismo contagiato, che possono essere trasmessi con un solo sternuto, o semplicemente parlando o con la espirazione ad altre persone. I medici ci raccontano che se la carica virale trasmessa è modesta, è possibile che le persone investite da un flusso d’aria contaminata possano non sviluppare la malattia.
Ma non sappiamo se in queste condizioni diventino comunque contagiati asintomatici, oppure no. E non sappiamo, o almeno non è mai stato detto, che alla presenza di una carica virale elevata in un paziente controllato corrisponda poi lo sviluppo della malattia.

7. Tutto quello che non sappiamo su Sars Cov-2 dipende anche da tutto quello che non sappiamo sui virus in generale, e sulle difese immunitarie umane. Tra le altre cose rilevo che fonti mediche affermano che i virus, contrariamente ai batteri, NON sarebbero esseri viventi, giustificandolo con considerazioni biochimiche che evito di riprendere. Affermazione bizzarra, perché se è vero, e lo è, che i virus si replicano, si moltiplicano e si diffondono, e questa NON sarebbe vita, allora mi chiedo cosa sia la vita. Ciò che distingue la materia vivente da quella che non lo è dovrebbe essere la capacità di riproduzione.
Detto questo, l’equilibrio tra i virus e batteri presenti negli organismi viventi, animali ma anche vegetali, dipende dall’esito del conflitto tra queste molecole ed altre molecole antagoniste, di natura assimilabile, presenti negli organismi, tra i quali anche altri batteri “esterni”, definiti “buoni”, ospiti abituali degli organismi, in concorrenza con qualsiasi altro intruso con cui competono per il controllo e sfruttamento del “territorio” biologico.
Io non so quanto approfondite siano le conoscenze in questo campo, che chiamo genericamente di biologia molecolare, e certamente sono cresciute nel tempo. Resta il fatto che nella lotta contro le molecole patologiche, batteriche o virali, adottiamo più spesso terapie chimiche piuttosto che biologiche, ad esempio con gli antibiotici, che non agiscono in maniera specifica su determinate molecole batteriche o virali, ma “avvelenano” le molecole “target” ed anche quelle che non lo sono.
Equivale a dire che NON sappiamo come combattere i singoli patogeni, salvo nei casi in cui riusciamo a produrre dei “vaccini”, che NON sono dei farmaci, ma più spesso molecole del patogeno, “disarmate” per non produrre la patologia ma ben riconoscibili dalle difese immunitarie che determinano la condizione di immunità a quel patogeno.
E non sappiamo neppure quale meccanismo determini la condizione di immunità al patogeno, dopo vaccinazione. Sappiamo che la risposta immunitaria determina una condizione di immunità verificabile, ma finisce qui.

Di più: la vaccinazione induce una risposta immunitaria, capace di determinare la condizione di immunità stabile al patogeno, ma noi non facciamo assolutamente nulla per riprodurla. Voglio dire che ci limitiamo a stimolare, grazie al vaccino, una risposta immunitaria che è pre-esistente. Significa che, potenzialmente, il nostro organismo, come quelli animali in genere, è in grado di reagire con successo a qualsiasi aggressione patologica, salvo eccezioni da documentare, a certe condizioni: QUALI ? Non lo sappiamo.
Quando veniamo contaminati da un batterio o da un virus, le nostre difese immunitarie ne riconoscono la presenza (oppure non sempre? Non lo sappiamo) e dovrebbero ingaggiare un combattimento per eliminarli. Eppure non sempre lo fanno, oppure lo fanno, ma sono perdenti, perché le forze nemiche (carica batterica o virale e velocità riproduttiva) sono preponderanti.
La vaccinazione, quando esiste ed è possibile, induce un conflitto tra difese immunitarie e carica batterica o virale debole, con un esito di successo scontato per le nostre difese.
Ma qui sorge spontanea una domanda: COSA ha prodotto in noi questo processo? Perché dopo una vaccinazione anche se veniamo contaminati da una forte carica batterica o virale le nostre difese immunitarie risultano sempre vincenti? Non lo sappiamo, credo.
Chiarisco per non essere frainteso: il vaccino induce la produzione di anticorpi “specifici” per il batterio o virus che intendiamo combattere, anticorpi che, prima, non erano presenti nel nostro organismo.
Ma la domanda è: perché questi anticorpi non vengono immediatamente prodotti non appena l’organismo entra in contatto col patogeno? Lo fa nei confronti del patogeno attenuato del vaccino, ma non lo fa nei confronti del patogeno aggressivo dell’infezione? Come è possibile? Perché? Non lo sappiamo.
Concludo dicendo che molte delle affermazioni contenute in questo testo potrebbero essere smentite dal medico X o Y dicendo che invece un certo meccanismo è conosciuto e sfruttato nelle terapie. Può darsi, ed in alcuni casi sarà anche vero. In tutti questi “non lo sappiamo” c’è tutta la mia ignoranza della materia microbiologica e biochimica, ma c’è anche la certezza in merito ai RISULTATI concreti di questa conoscenza presunta: se la medicina mi offre soltanto un antibiotico per combattere un batterio, significa che non è in grado di offrirmi una alternativa di carattere biologico immunitario, e così via.

Lascio alla buona volontà e conoscenze dei lettori la possibilità di integrare queste riflessioni con le informazioni certe di cui sono in possesso, o con ulteriori riflessioni.

Ing. Franco Puglia

28 Agosto 2020