EVOLUZIONE BELLICA NELLA GUERRA DEI CENT’ANNI

Facciamo il punto approssimativo della situazione:

1. Il conflitto russo-ucraino appare stagnante, con notizie contraddittorie che provengono da fonti opposte e notizie false che si propagano ai quattro venti. Ma qualche certezza esiste: la Russia non ha preso il controllo dell’Ucraina, non la ha messa col culo per terra, e la stessa cosa si può dire, per ora, della Russia, che versa in gravi e ben visibili difficoltà, ma non è ancora con le spalle al muro.

2. Il conflitto tra Washington e Teheran non è ancora giunto ad alcuna conclusione: Trump l’ondivago vanta quotidianamente successi di ogni tipo, da uno stretto di Hormuz libero ad un governo iraniano pronto a concludere il negoziato, ma niente di tutto questo è vero: nello stretto di Hormuz si susseguono attacchi a navi mercantili e le forze aeree iraniane non paiono rase al suolo, ma sono sempre in volo, anche se si tratta solo di droni, marchiati magari Korea del Nord, che sostiene anche la Russia putiniana, con mezzi e con uomini sul campo, foraggiata da una Cina che appare silente e lavora sotto le quinte per tenere calda la brace del conflitto, una condizione contraddittoria, perché penalizza i suoi traffici commerciali, e mette in difficoltà le esportazioni di petrolio verso la Cina attraverso lo stretto di Hormuz, ma i cinesi sono di estrazione comunista, quindi molto ideologizzati, e l’ideologia comanda sempre, anche quando ti dai la zappa sui piedi.
Vuoi stravincere, ma sempre nel rispetto dei tuoi dogmi ! In questo tira e molla negoziale tra America ed Iran, quel minus habens di trump non capisce che gli iraniani non ragionano come gli americani, dimenticando che sono un popolo vecchi di migliaia di anni, LA PERSIA, quando gli USA non erano neppure nella mente di Dio. Ed i persiani sono genti astute, determinate, che non prendono di petto gli avversari, ma li aggirano, calcolano i loro punti deboli, mostrano una faccia aperta e nascondono il pugnale dietro la schiena. Non si può negoziare con i persiani: vengono da UN ALTRO MONDO, che puoi solo annientare o subire. E ben che ti vada lo tieni a distanza con armi di difesa del tuo territorio, come ben insegna la storia di Leonida alle Termopili. Ma Trump è un americano ignorante, e non può saperlo. Al contempo tutte le frange filopersiane scite sono sul piede di guerra: i ribelli dello Yemen, quel che resta di Hamas, nonostante le recenti fantasie su accordi di disarmo e di vera fine del conflitto con Israele, gli Hezbollah del Libano, i troppi simpatizzanti ed attivisti europei filoislamici.

3. Emerge una frizione importante ed inattesa tra Marocco e Spagna, che determina una frizione plateale tra Spagna ed Italia. Il bel damerino che risponde al nome di Sanchez e che si è montato la testa sedendo sulla poltrona del potere, guardano a sinistra politicamente, è stato spiazzato dai casi di corruzione emersi nella sua cerchia, che già bastano ed avanzano a chiedere ed ottenere le sue dimissioni, ed ancor più dalla crisi di Ceuta, con l’invasione dei giovani migranti per un giorno provenienti dal Marocco, che hanno varcato il confine spagnolo, pare con l’aiuto governativo marocchino, per poi rientrare in patria in buona parte, in attesa di una prossima incursione già annunciata. E Meloni blocca le frontiere con la Spagna, almeno a parole, denunciando l’accordo di Schengen con la Spagna, le cui politiche migratorie e la cui politica internazionale ha condotto a questo primo sbarco di massa, inatteso,cogliendo impreparata una Spagna che non ha alcuna voglia o intenzione di accoglierli in concreto, mentre favorire uno spostamento ad est, verso l’Italia, caverebbe molte castagne dal fuoco. Ma Meloni mostra carte di picche, e Sanchez, che non si sa perché forse si aspettava carte di cuori confidando nella sua avvenenza maschile non la ha presa bene, ed ha reagito nel meno indicato dei modi, peggiorando la situazione delle relazioni diplomatiche con l’Italia, ma anche con l’Europa, che almeno a Nord non vuole più altri immigrati, men che meno se selezionati dalla Spagna. Così la Spagna di Sanchez, già ai ferri corti con gli USA di Trump, si aliena l’Italia ed almeno una parte consistente dell’Europa. Quale sarà la prossima mossa spagnola? Allearsi con Putin?

4. Sul fronte Israeliano in questi giorni tutto sembra più “tranquillo”. In attesa di altri sviluppi nel conflitto con l’Iran, sino a quando Trump non allenta le briglie, con scontri episodici nella striscia di Gaza ed in Libano, oltre che forse a gaza, di cui ormai i Media non parlano più. Ma è brace sotto la cenere. Il conflitto con l’Iran non è entrato in una fase di risoluzione: tutt’altro. Gli attacchi iraniani agli alleati degli USA ed alle infrastrutture americane in quei territori continuano, e a questo punto si è mobilitata persino l’Arabia Saudita, che dispone di una flotta aerea non trascurabile, e che si è unita ad altri paesi del Golfo per una guerra difensiva contro l’Iran, ben sapendo che dall’Iran ci si difende in una sola maniera: attaccando duramente. Il Patto di Mutua Difesa è l’evoluzione più importante e recente: denominato il “Patto della Mecca” siglato il 7 agosto 2026. Non si tratta di un accordo interno al Golfo, ma di un asse strategico tra tre grandi potenze islamiche:

  • Arabia Saudita
  • Turchia
  • Pakistan

Questo accordo introduce una clausola di mutua difesa sul modello dell’Articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti.
I tre paesi intendono ridurre la dipendenza protettiva dagli Stati Uniti e contenere le pressioni geopolitiche dell’Iran e dei suoi gruppi alleati (come gli Houthi).
Nel frattempo in Siria e Yemen proseguono conflitti interni mai spenti che registrano continue instabilità inter-etniche e attacchi di gruppi ribelli., che si estendono anche ad un sostegno esterno all’Iran dal parte dei ribelli yemeniti, gli Houthi .

E l’Africa sud sahariana non riposa: in Sudan: una drammatica e sanguinosa guerra civile contrappone le Forze Armate Sudanesi (SAF) e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF). È considerata una delle peggiori crisi umanitarie planetarie per numero di sfollati.
In Asia persiste in Myanmar (Birmania) una guerra civile complessa che vede la giunta militare combattere contro una rete diffusa di milizie etniche e forze pro-democrazia alleate.
Tra Thailandia e Cambogia scambi di fuoco intermittenti lungo le linee di demarcazione contese, ed analoga situazione tra India e Pakistan nel Kashmir.
In America latina, in Ecuador, conflitti interni non convenzionali e militarizzati, dove gli eserciti regolari combattono vere e proprie guerre urbane contro i cartelli internazionali della droga e la criminalità transnazionale.

Nel mondo sono attualmente in corso tra i 56 e i 65 conflitti armati attivi di diversa estensione e intensità, il numero più alto registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Queste crisi coinvolgono direttamente o indirettamente oltre 92 Paesi e hanno causato un picco globale senza precedenti di profughi e sfollati interni.

Ing. Franco Puglia – 8 agosto 2026

LA FORZA MILITARE DELL’IRAN

L’Iran è una delle principali potenze militari regionali in Medio Oriente, con circa 820.000 effettivi tra forze regolari (Artesh) e Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Il suo punto di forza risiede in un enorme arsenale di migliaia di missili balistici, missili da crociera e droni a lungo raggio, bilanciato però da un’aviazione obsoleta. 
Ecco i punti chiave della potenza militare iraniana:
Arsenale Missilistico e Droni: L’Iran possiede il più vasto arsenale missilistico della regione, con capacità di colpire fino a 2000 km di distanza (missili Fateh-110, Shahab-3, Sejjil) e droni kamikaze. Secondo l’intelligence USA, anche dopo recenti conflitti, l’Iran conserva una capacità missilistica significativa.
Forze Terrestri Si colloca tra le prime dieci forze di terra al mondo per numero di carri armati e pezzi d’artiglieria.
Strategia Asimmetrica: Più che sulla tecnologia convenzionale, l’Iran punta su una strategia asimmetrica, utilizzando droni, missili e una rete di “proxy” (gruppi alleati) regionali per proiettare potenza e minacciare obiettivi strategici.
Limiti Convenzionali: L’aeronautica iraniana è basata in gran parte su velivoli vecchi, risalenti agli anni ’60 e ’70, limitandone la capacità di combattimento aereo tradizionale. Guardie della Rivoluzione (IRGC): Un corpo d’élite separato dall’esercito regolare, che detiene grande potere politico ed economico, oltre a gestire le tecnologie missilistiche più avanzate.  In sintesi, l’Iran compensa le lacune tecnologiche dell’aviazione con un’elevata capacità di attacco a lungo raggio, rendendolo un attore pericoloso in contesti di guerra asimmetrica.
L’Iran ha 265 aerei da combattimento, ma gran parte della flotta è composta da velivoli progettati tra anni Sessanta e Settanta, ormai obsoleti per una operatività confrontabile con quella degli avversari in questo conflitto. I droni sono uno dei settori più sviluppati, con velivoli per ricognizione e droni “kamikaze” come Shahed-131 e Shahed-136, puntando su produzione nazionale, costi contenuti e capacità di impiego in massa.
Dall’inizio del 2026 l’Iran è attraversato da una pressione interna senza precedenti: proteste diffuse in tutte le 31 province, un bilancio che parla già di centinaia di morti e migliaia di arresti. La risposta del potere guidato dall’ayatollah Khamenei è passata attraverso blackout digitali, restrizioni alle comunicazioni e una repressione sanguinaria affidata soprattutto alle Guardie rivoluzionarie. In un contesto di isolamento internazionale e di tensioni economiche interne ormai strutturali, la capacità del Paese di assorbire l’impatto politico e sociale di un’azione militare esterna risulta limitata.
È su questa fragilità che si innestano le dichiarazioni degli Stati Uniti e la pressione di Israele: Donald Trump ha già affermato di essere pronto a un intervento militare diretto contro Teheran, mentre Tel Aviv non è mistero che spinga perché l’ipotesi diventi realtà. 

L’Iran resta sulla carta una potenza militare imponente, con 610.000 militari attivi e 350.000 riservisti, il contingente più numeroso del Medio Oriente, ma si tratta di una forza pensata soprattutto per il controllo del territorio, la deterrenza regionale e conflitti di massa sul modello delle guerre del Novecento. Resta però la domanda centrale: questa macchina militare, costruita su numeri e quantità, è davvero adatta a reggere un conflitto moderno ad alta intensità?

LA FORZA MILITARE DELL’IRAN A CONFRONTO

La spesa militare dell’Iran

Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, una delle principali fonti internazionali per l’analisi comparata della spesa militare, nel 2024 l’Iran ha destinato 7,9 miliardi di dollari alla difesa, collocandosi al 34° posto nel ranking globale. La quota iraniana rappresenta lo 0,3% della spesa militare mondiale, a fronte del 37% degli Stati Uniti, del 12% della Cina e del 5,5% della Russia, che insieme concentrano oltre metà del totale globale. Il dato va però letto in una prospettiva di medio periodo. Tra il 2015 e il 2024 la spesa militare iraniana è cresciuta complessivamente del 21%, indicando una priorità mantenuta nel tempo nonostante sanzioni internazionali, inflazione e difficoltà economiche strutturali.

Perché l’Iran ha due eserciti

La sua priorità non è soltanto la difesa dei confini, ma la sopravvivenza del regime. 
Accanto alle forze armate regolari opera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, una struttura militare parallela che risponde direttamente alla leadership politica e religiosa di Khamenei, costruita nel tempo per evitare che l’intero apparato militare possa sottrarsi al controllo del potere centrale: un doppio binario pensato per garantire fedeltà, repressione interna e protezione del sistema di potere prima ancora della sicurezza nazionale.
Dentro questa architettura si collocano numeri che, anche nel confronto regionale, restano centrali. Con 610.000 militari in servizio attivo, l’Iran è il primo Paese del Medio Oriente per consistenza delle forze armate. Subito dietro c’è l’Egitto con 438.500 effettivi, seguito dall’Arabia Saudita con 257.000, dal Marocco con 195.800, dall’Iraq con 193.000 e da Israele con 169.500.

La macchina militare del regime

    Dei 610.000 militari iraniani in servizio attivo, 350.000 appartengono all’esercito regolare e 190.000 al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, a conferma del peso centrale attribuito alla struttura che tutela direttamente il regime. All’interno di questo totale rientrano anche 37.000 uomini nell’aeronautica, 18.000 nella marina, 15.000 nella difesa aerea e circa 40.000 tra gendarmeria e forze paramilitari, impiegate soprattutto in compiti di ordine pubblico, controllo del territorio e repressione interna, più che in operazioni militari convenzionali.
    Il sistema è rafforzato da 350.000 riservisti, richiamabili in caso di crisi, e da una coscrizione obbligatoria tra i 18 e i 21 mesi, che garantisce una capacità di mobilitazione elevata sul piano numerico.

    Sono i missili al centro della potenza iraniana

    Il fulcro della potenza militare iraniana non è nei carri armati né nell’aviazione, ma nei missili. L’Iran dispone del più grande arsenale balistico del Medio Oriente, considerato lo strumento principale di deterrenza del Paese. A gestirlo è una struttura dedicata, la Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, composta da 15.000 uomini e separata dalle forze armate tradizionali. È qui che si concentra l’arma più temuta di Teheran, pensata per colpire a distanza e compensare i limiti delle capacità militari convenzionali. L’Iran dispone di fino a 50 lanciatori di missili balistici a medio raggio, in grado di colpire obiettivi fino a 2.000 chilometri, affiancati da fino a 100 lanciatori di missili balistici a corto raggio, destinati a bersagli regionali. Accanto a questi, Teheran ha sviluppato anche missili da crociera per l’attacco terrestre, progettati per volare a bassa quota e rendere più difficile l’intercettazione.

    L’artiglieria come moltiplicatore di forza

    Secondo alcuni analisti del settore, a rafforzare ulteriormente questa capacità di fuoco contribuisce anche l’artiglieria a razzo: i sistemi di lancio multiplo sono almeno 1.476 (poco meno di 1.000 già pronti all’uso), uno dei valori più elevati a livello globale. Un dato che conferma la dottrina iraniana, fondata meno sulla manovra corazzata moderna e più sul fuoco indiretto, sulla saturazione del campo di battaglia e sulla capacità di colpire a distanza.

    Il ruolo dei droni nella difesa iraniana

    Se c’è un settore in cui l’Iran ha ridotto in modo significativo il divario tecnologico, è quello dei droniLe forze armate utilizzano velivoli senza pilota per ricognizione e sorveglianza, impiegati per monitorare il territorio, seguire i movimenti avversari e raccogliere informazioni operative. Accanto a questi operano i droni da attacco, progettati per colpire il bersaglio e distruggersi, come Shahed-131 e Shahed-136.
    Quest’ultimo ha superato i confini regionali ed è stato utilizzato anche dalla Russia nel conflitto in Ucraina. Si tratta di sistemi pensati per lanci multipli, difficili da intercettare in massa e caratterizzati da costi contenuti. Il valore di questo arsenale non risiede nella sofisticazione tecnologica, ma nella produzione nazionale a basso costo e nella possibilità di un impiego esteso e flessibile, sia diretto sia attraverso attori alleati nella regione. È una scelta coerente con la strategia militare iraniana: compensare le carenze dell’aviazione tradizionale con strumenti più economici, sacrificabili e facilmente replicabili.

    Le forze di terra dell’Iran

    Sulla terraferma l’Iran privilegia la massa più che la qualità.  L’esercito schiera oltre 1.500 carri armati, in gran parte modelli progettati tra gli anni Sessanta e Settanta, robusti ma lontani dagli standard tecnologici attuali, affiancati da un apparato di oltre 6.700 pezzi di artiglieria tra cannoni trainati, semoventi e lanciarazzi multipli. È una forza pensata per saturare il campo di battaglia e sostenere combattimenti prolungati, non per operazioni ad alta precisione. La logica è coerente con la strategia iraniana: puntare su mezzi numerosi, prodotti e mantenuti a costi relativamente contenuti, e compensare così i limiti dell’aviazione tradizionale e delle capacità convenzionali più avanzate.

    La debolezza dell’aeronautica iraniana

    Come emerso anche nel recente confronto tra Israele e Iran, il punto più fragile dell’apparato militare iraniano resta l’aeronautica. Teheran dispone di 265 aerei da combattimento, ma la flotta è composta in larga parte da velivoli progettati tra gli anni Sessanta e Settanta, come F-4 Phantom, F-5 Tiger, F-14 Tomcat, MiG-29 e Su-24. Aerei che hanno segnato un’epoca, ma che oggi soffrono una marcata obsolescenza tecnologica, soprattutto nei sensori, nell’elettronica di bordo e nell’integrazione con i moderni sistemi di combattimento. Il risultato è che, al di là dei numeri complessivi, gli aerei realmente impiegabili in uno scenario ad alta intensità sono pochi, rendendo difficile il confronto con caccia di nuova generazione. Per mantenerli operativi, l’Iran ricorre da tempo a soluzioni di emergenza: cannibalizzazione di altri velivoli, recupero di componenti dismessi e produzione locale di pezzi adattati. Una strategia che permette di tenere in linea una parte della flotta, ma che incide sull’affidabilità complessiva, limita l’addestramento e riduce la capacità di sostenere operazioni aeree prolungate su larga scala, nonostante la presenza di strutture di supporto e formazione. In uno scenario di scontro diretto con avversari dotati di superiorità aerea avanzata, l’aeronautica rimane così uno dei principali punti deboli della forza militare iraniana.

    Come protegge i propri cieli Tehran

    Se c’è un ambito in cui l’Iran ha investito con continuità è la difesa aerea. Il Paese dispone di oltre 400 sistemi missilistici antiaerei, organizzati su più livelli per coprire diverse distanze e altitudini. I sistemi a lungo raggio, come l’S-300 di produzione russa e il Bavar-373 sviluppato internamente, sono pensati per intercettare aerei e missili prima che raggiungano obiettivi strategici. A questi si affiancano sistemi a raggio medio e corto, come Hawk e Tor-M1, destinati alla protezione di infrastrutture, basi militari e centri urbani.
    Questa architettura stratificata non rende il Paese inattaccabile, ma risponde a una logica precisa: alzare il costo di un potenziale attacco aereo. È una difesa progettata per scoraggiare, rallentare e complicare qualsiasi operazione dall’alto, più che per garantire una superiorità nei cieli.

    Le forze navali dell’Iran

    In mare l’Iran non si è armata con lo scopo di competere le grandi flotte internazionali.
    La sua forza navale è articolata su due strutture parallele: una marina regolare e una marina controllata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Nel complesso gestiscono 19 sottomarini, in prevalenza di piccole dimensioni e adatti alle operazioni costiere, e oltre 200 imbarcazioni leggere, molte equipaggiate con missili antinave.
    Non si tratta di una flotta da proiezione globale, ma di un dispositivo costruito per un teatro operativo ristretto. La dottrina è quella della guerra asimmetrica. Mine navali, motoscafi veloci e missili antinave sono gli strumenti principali per colpire, rallentare e creare incertezza. L’obiettivo non è il controllo degli oceani, ma essere capace di condizionare ed eventualmente bloccare lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali del traffico petrolifero.

    Fonte: International Institute for Strategic Studies – SIPRI
    I dati sono del 2024, quindi non aggiornati.

    24 Aprile 2026