LA FORZA MILITARE DELL’IRAN

L’Iran è una delle principali potenze militari regionali in Medio Oriente, con circa 820.000 effettivi tra forze regolari (Artesh) e Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Il suo punto di forza risiede in un enorme arsenale di migliaia di missili balistici, missili da crociera e droni a lungo raggio, bilanciato però da un’aviazione obsoleta. 
Ecco i punti chiave della potenza militare iraniana:
Arsenale Missilistico e Droni: L’Iran possiede il più vasto arsenale missilistico della regione, con capacità di colpire fino a 2000 km di distanza (missili Fateh-110, Shahab-3, Sejjil) e droni kamikaze. Secondo l’intelligence USA, anche dopo recenti conflitti, l’Iran conserva una capacità missilistica significativa.
Forze Terrestri Si colloca tra le prime dieci forze di terra al mondo per numero di carri armati e pezzi d’artiglieria.
Strategia Asimmetrica: Più che sulla tecnologia convenzionale, l’Iran punta su una strategia asimmetrica, utilizzando droni, missili e una rete di “proxy” (gruppi alleati) regionali per proiettare potenza e minacciare obiettivi strategici.
Limiti Convenzionali: L’aeronautica iraniana è basata in gran parte su velivoli vecchi, risalenti agli anni ’60 e ’70, limitandone la capacità di combattimento aereo tradizionale. Guardie della Rivoluzione (IRGC): Un corpo d’élite separato dall’esercito regolare, che detiene grande potere politico ed economico, oltre a gestire le tecnologie missilistiche più avanzate.  In sintesi, l’Iran compensa le lacune tecnologiche dell’aviazione con un’elevata capacità di attacco a lungo raggio, rendendolo un attore pericoloso in contesti di guerra asimmetrica.
L’Iran ha 265 aerei da combattimento, ma gran parte della flotta è composta da velivoli progettati tra anni Sessanta e Settanta, ormai obsoleti per una operatività confrontabile con quella degli avversari in questo conflitto. I droni sono uno dei settori più sviluppati, con velivoli per ricognizione e droni “kamikaze” come Shahed-131 e Shahed-136, puntando su produzione nazionale, costi contenuti e capacità di impiego in massa.
Dall’inizio del 2026 l’Iran è attraversato da una pressione interna senza precedenti: proteste diffuse in tutte le 31 province, un bilancio che parla già di centinaia di morti e migliaia di arresti. La risposta del potere guidato dall’ayatollah Khamenei è passata attraverso blackout digitali, restrizioni alle comunicazioni e una repressione sanguinaria affidata soprattutto alle Guardie rivoluzionarie. In un contesto di isolamento internazionale e di tensioni economiche interne ormai strutturali, la capacità del Paese di assorbire l’impatto politico e sociale di un’azione militare esterna risulta limitata.
È su questa fragilità che si innestano le dichiarazioni degli Stati Uniti e la pressione di Israele: Donald Trump ha già affermato di essere pronto a un intervento militare diretto contro Teheran, mentre Tel Aviv non è mistero che spinga perché l’ipotesi diventi realtà. 

L’Iran resta sulla carta una potenza militare imponente, con 610.000 militari attivi e 350.000 riservisti, il contingente più numeroso del Medio Oriente, ma si tratta di una forza pensata soprattutto per il controllo del territorio, la deterrenza regionale e conflitti di massa sul modello delle guerre del Novecento. Resta però la domanda centrale: questa macchina militare, costruita su numeri e quantità, è davvero adatta a reggere un conflitto moderno ad alta intensità?

LA FORZA MILITARE DELL’IRAN A CONFRONTO

La spesa militare dell’Iran

Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, una delle principali fonti internazionali per l’analisi comparata della spesa militare, nel 2024 l’Iran ha destinato 7,9 miliardi di dollari alla difesa, collocandosi al 34° posto nel ranking globale. La quota iraniana rappresenta lo 0,3% della spesa militare mondiale, a fronte del 37% degli Stati Uniti, del 12% della Cina e del 5,5% della Russia, che insieme concentrano oltre metà del totale globale. Il dato va però letto in una prospettiva di medio periodo. Tra il 2015 e il 2024 la spesa militare iraniana è cresciuta complessivamente del 21%, indicando una priorità mantenuta nel tempo nonostante sanzioni internazionali, inflazione e difficoltà economiche strutturali.

Perché l’Iran ha due eserciti

La sua priorità non è soltanto la difesa dei confini, ma la sopravvivenza del regime. 
Accanto alle forze armate regolari opera il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, una struttura militare parallela che risponde direttamente alla leadership politica e religiosa di Khamenei, costruita nel tempo per evitare che l’intero apparato militare possa sottrarsi al controllo del potere centrale: un doppio binario pensato per garantire fedeltà, repressione interna e protezione del sistema di potere prima ancora della sicurezza nazionale.
Dentro questa architettura si collocano numeri che, anche nel confronto regionale, restano centrali. Con 610.000 militari in servizio attivo, l’Iran è il primo Paese del Medio Oriente per consistenza delle forze armate. Subito dietro c’è l’Egitto con 438.500 effettivi, seguito dall’Arabia Saudita con 257.000, dal Marocco con 195.800, dall’Iraq con 193.000 e da Israele con 169.500.

La macchina militare del regime

    Dei 610.000 militari iraniani in servizio attivo, 350.000 appartengono all’esercito regolare e 190.000 al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, a conferma del peso centrale attribuito alla struttura che tutela direttamente il regime. All’interno di questo totale rientrano anche 37.000 uomini nell’aeronautica, 18.000 nella marina, 15.000 nella difesa aerea e circa 40.000 tra gendarmeria e forze paramilitari, impiegate soprattutto in compiti di ordine pubblico, controllo del territorio e repressione interna, più che in operazioni militari convenzionali.
    Il sistema è rafforzato da 350.000 riservisti, richiamabili in caso di crisi, e da una coscrizione obbligatoria tra i 18 e i 21 mesi, che garantisce una capacità di mobilitazione elevata sul piano numerico.

    Sono i missili al centro della potenza iraniana

    Il fulcro della potenza militare iraniana non è nei carri armati né nell’aviazione, ma nei missili. L’Iran dispone del più grande arsenale balistico del Medio Oriente, considerato lo strumento principale di deterrenza del Paese. A gestirlo è una struttura dedicata, la Forza aerospaziale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, composta da 15.000 uomini e separata dalle forze armate tradizionali. È qui che si concentra l’arma più temuta di Teheran, pensata per colpire a distanza e compensare i limiti delle capacità militari convenzionali. L’Iran dispone di fino a 50 lanciatori di missili balistici a medio raggio, in grado di colpire obiettivi fino a 2.000 chilometri, affiancati da fino a 100 lanciatori di missili balistici a corto raggio, destinati a bersagli regionali. Accanto a questi, Teheran ha sviluppato anche missili da crociera per l’attacco terrestre, progettati per volare a bassa quota e rendere più difficile l’intercettazione.

    L’artiglieria come moltiplicatore di forza

    Secondo alcuni analisti del settore, a rafforzare ulteriormente questa capacità di fuoco contribuisce anche l’artiglieria a razzo: i sistemi di lancio multiplo sono almeno 1.476 (poco meno di 1.000 già pronti all’uso), uno dei valori più elevati a livello globale. Un dato che conferma la dottrina iraniana, fondata meno sulla manovra corazzata moderna e più sul fuoco indiretto, sulla saturazione del campo di battaglia e sulla capacità di colpire a distanza.

    Il ruolo dei droni nella difesa iraniana

    Se c’è un settore in cui l’Iran ha ridotto in modo significativo il divario tecnologico, è quello dei droniLe forze armate utilizzano velivoli senza pilota per ricognizione e sorveglianza, impiegati per monitorare il territorio, seguire i movimenti avversari e raccogliere informazioni operative. Accanto a questi operano i droni da attacco, progettati per colpire il bersaglio e distruggersi, come Shahed-131 e Shahed-136.
    Quest’ultimo ha superato i confini regionali ed è stato utilizzato anche dalla Russia nel conflitto in Ucraina. Si tratta di sistemi pensati per lanci multipli, difficili da intercettare in massa e caratterizzati da costi contenuti. Il valore di questo arsenale non risiede nella sofisticazione tecnologica, ma nella produzione nazionale a basso costo e nella possibilità di un impiego esteso e flessibile, sia diretto sia attraverso attori alleati nella regione. È una scelta coerente con la strategia militare iraniana: compensare le carenze dell’aviazione tradizionale con strumenti più economici, sacrificabili e facilmente replicabili.

    Le forze di terra dell’Iran

    Sulla terraferma l’Iran privilegia la massa più che la qualità.  L’esercito schiera oltre 1.500 carri armati, in gran parte modelli progettati tra gli anni Sessanta e Settanta, robusti ma lontani dagli standard tecnologici attuali, affiancati da un apparato di oltre 6.700 pezzi di artiglieria tra cannoni trainati, semoventi e lanciarazzi multipli. È una forza pensata per saturare il campo di battaglia e sostenere combattimenti prolungati, non per operazioni ad alta precisione. La logica è coerente con la strategia iraniana: puntare su mezzi numerosi, prodotti e mantenuti a costi relativamente contenuti, e compensare così i limiti dell’aviazione tradizionale e delle capacità convenzionali più avanzate.

    La debolezza dell’aeronautica iraniana

    Come emerso anche nel recente confronto tra Israele e Iran, il punto più fragile dell’apparato militare iraniano resta l’aeronautica. Teheran dispone di 265 aerei da combattimento, ma la flotta è composta in larga parte da velivoli progettati tra gli anni Sessanta e Settanta, come F-4 Phantom, F-5 Tiger, F-14 Tomcat, MiG-29 e Su-24. Aerei che hanno segnato un’epoca, ma che oggi soffrono una marcata obsolescenza tecnologica, soprattutto nei sensori, nell’elettronica di bordo e nell’integrazione con i moderni sistemi di combattimento. Il risultato è che, al di là dei numeri complessivi, gli aerei realmente impiegabili in uno scenario ad alta intensità sono pochi, rendendo difficile il confronto con caccia di nuova generazione. Per mantenerli operativi, l’Iran ricorre da tempo a soluzioni di emergenza: cannibalizzazione di altri velivoli, recupero di componenti dismessi e produzione locale di pezzi adattati. Una strategia che permette di tenere in linea una parte della flotta, ma che incide sull’affidabilità complessiva, limita l’addestramento e riduce la capacità di sostenere operazioni aeree prolungate su larga scala, nonostante la presenza di strutture di supporto e formazione. In uno scenario di scontro diretto con avversari dotati di superiorità aerea avanzata, l’aeronautica rimane così uno dei principali punti deboli della forza militare iraniana.

    Come protegge i propri cieli Tehran

    Se c’è un ambito in cui l’Iran ha investito con continuità è la difesa aerea. Il Paese dispone di oltre 400 sistemi missilistici antiaerei, organizzati su più livelli per coprire diverse distanze e altitudini. I sistemi a lungo raggio, come l’S-300 di produzione russa e il Bavar-373 sviluppato internamente, sono pensati per intercettare aerei e missili prima che raggiungano obiettivi strategici. A questi si affiancano sistemi a raggio medio e corto, come Hawk e Tor-M1, destinati alla protezione di infrastrutture, basi militari e centri urbani.
    Questa architettura stratificata non rende il Paese inattaccabile, ma risponde a una logica precisa: alzare il costo di un potenziale attacco aereo. È una difesa progettata per scoraggiare, rallentare e complicare qualsiasi operazione dall’alto, più che per garantire una superiorità nei cieli.

    Le forze navali dell’Iran

    In mare l’Iran non si è armata con lo scopo di competere le grandi flotte internazionali.
    La sua forza navale è articolata su due strutture parallele: una marina regolare e una marina controllata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Nel complesso gestiscono 19 sottomarini, in prevalenza di piccole dimensioni e adatti alle operazioni costiere, e oltre 200 imbarcazioni leggere, molte equipaggiate con missili antinave.
    Non si tratta di una flotta da proiezione globale, ma di un dispositivo costruito per un teatro operativo ristretto. La dottrina è quella della guerra asimmetrica. Mine navali, motoscafi veloci e missili antinave sono gli strumenti principali per colpire, rallentare e creare incertezza. L’obiettivo non è il controllo degli oceani, ma essere capace di condizionare ed eventualmente bloccare lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali del traffico petrolifero.

    Fonte: International Institute for Strategic Studies – SIPRI
    I dati sono del 2024, quindi non aggiornati.

    24 Aprile 2026

    UN CONFLITTO CHE, AL MOMENTO, APPARE SENZA SBOCCHI

    Per una persona intelligente dovrebbe essere impossibile non schierarsi a fianco del popolo ucraino, e non riconoscere per quello che è la realtà dell’aggressione russa all’Ucraina. Eppure ci sono migliaia di sostenitori filorussi che sostengono il killer del KGB che risponde al nome di Vladimir Putin.
    Essere al fianco degli ucraini, almeno col cuore, non implica tuttavia che non si possa capire le ragioni, ma sarebbe meglio dire i torti, della posizione russa.

    Putin, ed il suo entourage, provengono dal disfacimento dell’URSS, che era un impero comunista esteso da est a ovest, dalla Siberia all’Ungheria. Con Gorbaciov l’impero crollò come un castello di carte, perché era fragile nelle sua fondamenta, vuoi perché fondato su un’ideologia economica fallimentare, vuoi perché aveva la pretesa di imperare da Mosca su una varietà di popoli e di condizioni di vita, e di risorse economiche le più diverse.
    Una follia, quella di tutti i sogni imperiali che la Storia ha registrato.
    Oggi questi uomini, rifiutando l’insegnamento della Storia, sperano di ridare vita al passato, ricostituendo una URR (Unione delle Repubbliche Russofile) con l’annessione diretta o il controllo indiretto dei paesi all’epoca sotto l’URSS.
    L’Ucraina non poteva che essere la vittima designata di questo disegno imperialistico, perché molto vicina a Mosca per ragioni storiche, importante per ragioni economiche e strategica perché si frappone tra Mosca ed il Mar Nero.

    Una politica intelligente da parte di Mosca sarebbe stata quella di portare la Russia a stringere un patto d’acciaio con l’Ucraina, ma su basi democratiche, costruendo una regione euro-orientale di grande interesse economico capace di restituire all’area quel peso geopolitico che sembra tanto mancare a Putin. Infatti non c’erano venti di guerra da Mosca durante la presidenza di Yanukovich, fedele a Mosca e subordinato ai voleri del Cremlino. Peccato che il duopolio Russia-Ucraina con Yanukovich non fosse paritetico, ma subordinato al regime moscovita. Da qui l’ascesa di Zelensky, inaspettato interprete di una sorta di rivoluzione ucraina. E visto l’atteggiamento di Mosca, quella prospettiva cadeva inevitabilmente. All’inizio Putin pensò di eliminare Zelensky riportando in sella un equivalente di Yanukovich, ma il piano fallì. Restavano soltanto le armi, e ancora una volta Putin sottovalutò la capacità ucraina di resistere e la sua volontà assoluta ed inalienabile di non dipendere da nessuno se non da se medesima.

    Senza l’Ucraina il progetto russo si dissolve come neve al sole. Ecco perché Putin sta investendo tutte le sue risorse nel tentativo di sottomettere Kiev una volta per tutte, aprendo la strada all’espansione del suo progetto imperiale. Io credo, per quello che mi è dato di sapere, che le basi negoziali con Mosca sin qui esplorate non ci siano. Donald Trump e la sua corte non hanno abbastanza intelligenza per capire come muoversi in un contesto tanto difficile, e si stanno muovendo come elefanti in cristalleria, cercando di blandire Putin, una strategia assurda con un tale uomo, che apprezza le blandizie, ma le considera come una approvazione esplicita del suo agire.

    Questo conflitto ha due soli sbocchi possibili che non siano tragici per l’Ucraina:
    1. Mettere in ginocchio la Russia, militarmente, cosa che richiede un ben diverso presidente USA ed una Europa coesa ed in sintonia su una strategia di difesa aggressiva direttamente nei cieli ucraini, se non ancora sul terreno di combattimento.
    2. Offrire alla Russia una via d’uscita che soddisfi l’orgoglio moscovita con un progetto di integrazione russo-europea, certamente appoggiato dagli americani, che restituisca ai russi la sensazione di avere un ruolo di primo piano all’interno di questo progetto, sacrificando la sua amicizia con la Cina, che è quanto vorrebbero gli americani. Inoltre è fondamentale che la regione del Donbass che si affaccia sul Mar Nero abbia una sua identità autonoma da mosca come da Kiev, e possa svolgere un ruolo di collante e di tramite dei movimenti economici tra l’Europa dell’Est ed il Mar Nero, cosa fondamentale per Mosca.
    Diversamente lo spargimento di sangue continuerà da entrambe le parti sino all’esaurimento delle forze, ed occorre ricordare che tanto gli USA che l’Europa non sono in grado di sopportare a lungo uno sforzo bellico senza prospettive.

    Ing. Franco Puglia
    4 dicembre 2025