Avatar di Sconosciuto

Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

IL FALLIMENTO DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA

Il modello di democrazia dei paesi occidentali e, più in generale di quanti non sono governati da forme politiche autoritarie, ha mostrato non solo tutti i suoi limiti, ma anche chiari sintomi di fallimento storico. L’alternativa, sino ad oggi, conduce esclusivamente ai governi autoritari. Ma in cosa consistono e da cosa dipendono le ragioni di questo fallimento?

Il fallimento del sistema si manifesta con alcuni elementi visibili:

1. La frammentazione delle forze politiche organizzate, tanto quelle rappresentate nei parlamenti che quelle minori, sotto soglia di eleggibilità.

2. La difficoltà crescente di formare delle maggioranze parlamentari e di governo stabili ed autorevoli.

3. La difficoltà di ciascuna forza politica nell’esprimere un insieme di interessi coerente, data la molteplicità di interessi diversi delle società contemporanee.

4. Il principio di maggioranza, in cui la maggioranza parlamentare, anche risicata, può schiacciare, se compatta, la minoranza politica, che tuttavia rappresenta interessi diversi ma con un peso politico analogo.

5. La scarsa partecipazione attiva dei cittadini alle forze politiche organizzate, piccole e grandi.

6. L’assenza di un processo di selezione e formazione del personale politico dei partiti, che permette spesso ai peggiori soggetti l’accesso alle cariche pubbliche, da cui la definizione di “peggiocrazia”.

Come si vede gli aspetti negativi sono molteplici, e nessuno secondario.

Il punto di partenza è rappresentato, senza dubbio, dalle organizzazioni dei partiti, cioè dall’incubatore dei futuri rappresentanti del popolo nelle istituzioni. A questo va aggiunto il fatto che i partiti non si limitano a svolgere il ruolo di incubatore, ma esprimono centri di potere non elettivo che condizionano pesantemente quello istituzionale degli eletti, ciascuno dei quali si preoccupa più della sua posizione all’interno del partito di appartenenza che non degli interessi della classe sociale che dovrebbe rappresentare per delega elettorale.
Ed è paradossale che proprio nel partito che pretendeva di esprimere una forma di “democrazia diretta” fondata su una piattaforma digitale, cioè il Movimento 5 stelle, sia stato teorizzato da Beppe Grillo, suo fondatore, il predominio del partito (cioè SUO) sui parlamentari eletti, con un “vincolo di mandato” che la Costituzione non prevede, anzi, vieta espressamente.

Su un piano meramente teorico, la funzione dei partiti dovrebbe limitarsi a quella di collettore del consenso popolare su una visione di società e su un programma politico di legislatura, capace di esprimere un processo di selezione del personale politico che si candida al Parlamento attraverso il procedimento elettorale. Una volta costituito il Parlamento, la funzione dei partiti dovrebbe entrare in stand by, perché spetta agli eletti governare il Paese attraverso le diverse istituzioni. Ma NON è così, in nessuna parte del mondo, che io sappia, salvo forse la Svizzera, in qualche misura. Il potere dei partiti si concentra, poi, nelle mani di una leadership, o di un leader, che esprimono un gradimento dei simpatizzanti manipolato attraverso gli strumenti di comunicazione di massa, TV e giornali in particolare. Quella che, un tempo, era la BASE dei partiti, particolarmente attiva in Italia nel PCI ma anche nella DC, oggi è praticamente assente. Il ruolo del POPOLO nelle scelte politiche ha un carattere puramente demagogico, attraverso i “sondaggi” che misurano il gradimento o meno delle posizioni assunte dai leaders.

Tutto questo è molto lontano dalla “democrazia” …

E tutto questo conduce più alla frammentazione che all’aggregazione, col risultato di contrapporre forze politiche che solo grazie a fragili alleanze riescono a comporre una maggioranza parlamentare. E la non omogeneità delle alleanze determina scelte di compromesso, spesso dettate dalla solita pressione demagogica, scelte che non riescono a risolvere i problemi e, anzi, spesso li aggravano.
Non solo: l’opposizione viene schiacciata, perché la contrapposizione ideologica tra maggioranza ed opposizione è frontale, e questo determina odio sociale, perché chi si riconosce nelle forze di opposizione percepisce come profondamente ingiusto subire le scelte oppressive della maggioranza. Inutile prendersela con gli ODIATORI della rete se è il sistema stesso a favorirne la proliferazione. Questo quadro di degrado complessivo induce le persone ad orientarsi verso scelte radicali, auspicando l’avvento dell’UOMO FORTE, espressione della loro parte ideologica, capace di schiacciare gli avversari senza più alcun ostacolo. La debolezza delle democrazie ha SEMPRE spianato la strada alle dittature, anche feroci.

Ma esiste una via d’uscita?

In teoria si, ma ci sono diversi problemi pratici:

1. Bisogna immaginare un nuovo scenario di “democrazia reale”

2. La gente comune deve “capire” in quale realtà sta vivendo, e perché il sistema sia corrotto.

3. Chi detiene il potere in base al sistema attuale deve essere disposto ad abbandonarlo a favore di un sistema diverso, in cui il potere sia molto più distante dai soggetti politici che lo esprimono.

4. Il potere non può essere delegato all’ignoranza popolare, ma deve essere espresso da persone che siano all’altezza del loro compito, intellettualmente e culturalmente, risultato di un processo di selezione che tuttavia emerga dal popolo, e che non le isoli da tale base popolare.

5. Le scelte politiche devono esprimere il risultato di una mediazione che non schiacci la minoranza con il potere della maggioranza: significa ricercare e mettere in atto un procedimento di convergenze successive in cui ad ogni passaggio la convergenza sia sostenuta da un numero sempre crescente di persone.

6. La sede del processo legislativo non può essere soltanto il Parlamento, e non può essere il “governo”, il cui solo compito dovrebbe essere quello di “amministrare” quello che c’è, richiedendo interventi legislativi ogniqualvolta vengano superati i limiti di discrezionalità amministrativa.

Questi punti prefigurano un sistema politico lontano anni luce da quello attuale.

Il “fattore umano”

Quando mi imbarcai nell’avventura, di breve durata, volta alla formazione di una “lista civica” per le elezioni comunali milanesi di questo 2021 avevo in mente un progetto politico ben preciso, che prescindeva dai “contenuti” programmatici per la città, ma che guardava soprattutto alle FORME di espressione della partecipazione politica all’interno del movimento, la quale avrebbe, in seguito, contribuito a far emergere un programma per la città e le persone adatte a portarlo avanti. E tutto questo era SCRITTO a chiare lettere nello Statuto dell’associazione, e nei regolamenti.
Ma non è servito a nulla.
Il “fattore umano” ha stravolto completamente il progetto, a causa della partecipazione largamente insufficiente ed a causa delle ambizioni di potere di alcuni, eletti e non eletti negli organi di controllo, che hanno avanzato e messo in atto la pretesa di DIRIGERE lo sviluppo del progetto politico sulla sola base delle LORO scelte, del LORO sentire, del LORO modo di agire. Nulla di diverso da quanto accade in uan qualsiasi formazione politica nazionale. Statuto e regolamenti? Carta straccia…

Questa esperienza, che mi ha fatto abbandonare il movimento, di cui ero fondatore e parte dirigente, altro non è stata che la ripetizione di analoghe esperienze in altre situazioni di aggregazione associativa. Il “modello” conficcato nella testa della gente comune resta quello “autoritario”, paternalistico, anche se questa autorità viene conferita con un passaggio elettivo. Anche qui la “delega” esprime da parte degli elettori una “rinuncia” all’esercizio del potere di scelta, un “rinuncia alla libertà individuale” ed una “soggezione delegata” ad un potere conferito. Questo atteggiamento esprime una “pigrizia” verso il coinvolgimento personale, con dispendio di tempo ed energie, dando alle conseguenze delle scelte del potere delegato un peso inferiore a quello del proprio impegno politico. Questo squilibrio tra il peso dell’impegno personale nella politica ed il peso delle scelte altrui va risolto, se si vuole fare qualche passo avanti sul percorso di una nuova democrazia reale.

In che modo?

La RETE ci offre certamente degli strumenti in tal senso.
Il modus operandi, tuttavia, non è certamente quello sperimentato da Grillo/Casaleggio con la loro piattaforma di manipolazione delle coscienze. La “rete” è uno strumento tecnico, ma quello che può dare dipende dal modello di relazioni sociali che lo strumento è poi chiamato a realizzare. Cominciamo col dire che NESSUNO è in grado di esprimere da solo l’insieme di TUTTE le competenze che il singolo cittadino ha bisogno di trovare nei suoi delegati.
Se questo è vero, e lo è, significa che ciascun cittadino dovrebbe poter essere rappresentato da un numero grande a piacere di delegati, ciascuno dei quali esprime il massimo gradimento del cittadino nella materia in cui crede di potersi esprimere al meglio. Come dire: delego a mister X, medico, le mie scelte in materia sanitaria, delego a mister Y, ingegnere, le mie scelte in materia urbanistica, delego e mister Z, geologo, le mie scelte in materia di riordino territoriale.

Ed a quale “partito” appartengono mister X, Y e Z ? A nessuno, e tuttavia ciascuno di loro esprime una sua “visione” tematica, diversa da quella di altri. Ogni visione tematica potrebbe essere “connotata” politicamente con le categorie attuali, ma perché farlo?
Che importanza ha? Quello che conta è che in un ipotetico parlamento di questo mondo che non c’è potrebbero trovare posto, ad esempio, 10 eletti di tipo X, dei quali 4 sarebbero connotabili in un certo modo, altri 3 in un modo diverso e gli altri in un modo ancora diverso. Se una riforma sanitaria dipendesse da loro, dovrebbero trovare una convergenza, e non sarebbe controllata o predeterminata dalla visione sanitaria di qualche non competente che tuttavia controlla il “partito di appartenenza” di questi eletti. Ora, ciascuno di questi personaggi potrebbe emergere da un lungo processo di selezione attraverso i “comodi” strumenti della rete, che aiuterebbero a conoscerlo a fondo, a pesarne la cultura e la preparazione, nel confronto con altri soggetti simili, sino ad arrivare al momento della “delega” della scelta del cittadino.

Certo, il “parlamento” come lo conosciamo oggi cesserebbe di esistere.
I nostri parlamenti attuali sono polifunzionali, legiferano su tutto, in genere molto male, e si avvalgono di squadre di “esperti” che nessuno conosce, ed a cui nessun cittadino ha mai delegato le sue scelte. Questi “parlamentari esperti e credibili”, invece, sarebbero espressione di un consenso popolare e di un confronto costante attraverso gli strumenti della rete, che permetterebbero anche di superare la mediazione dei canali abituali (giornali e TV) stabilendo un rapporto diretto tra eletti ed elettori.

Questa UTOPIA politica è solo parzialmente tale: alcuni “social” come FaceBook già consentono ad alcune persone di emergere dalla massa indistinta, ma sono fondati più sulla necessità di dare sfogo a personali frustrazioni commentando i fatti del giorno che non all’esame di temi concreti nei confronti dei quali esprimersi anche approfondendo, individualmente, i relativi contenuti. La “utopia” consiste soprattutto nella pigrizia mentale delle persone, poco inclini a spendere tempo, sebbene standosene comodamente seduti a casa propria, per qualcosa che comunque impegni la mente e sia diversa dal cazzeggio abituale.

La verità AMARA è che la popolazione umana è composta essenzialmente da “pecore”, pronte a seguire il montone di turno, ma incapaci di andare spontaneamente oltre il limitare del proprio praticello. La “democrazia diretta” naufraga qui, nella pochezza umana, la stessa che fa presumere ai “leaders” di potere, da soli, occuparsi della salvezza del mondo.
Come al solito è meglio perseguire una “via di mezzo”, escogitando qualche stratagemma per togliere potere a chi oggi ne ha illudendolo di poter continuare ad esercitarlo all’interno di uno scenario diverso, nel quale poi, di fatto, questo potere venga stemperato in un più sostanziale potere dell’ingranaggio nel quale si sono collocati, orientato a destrutturare gli schematismi ideologici ed a disperdere i centri decisionali in un sistema più funzionale alle necessità concrete del mondo in cui viviamo.

Ing. Franco Puglia

30 marzo 2021

IL NUOVO SCHIAVISMO

Non dispongo di dati certi e quindi le considerazioni qui espresse sono di principio.
L’Italia, e non solo l’Italia, importa mano d’opera straniera, in gran parte africana, da impiegare come manovalanza a basso costo nei campi. In Italia, sento dire, il fenomeno è particolarmente diffuso in Puglia e nel napoletano, regioni agricole per eccellenza.
Le condizioni di vita di questa manovalanza sono da quarto mondo, non da paese civile. Questa gente non ha altri redditi, non ha casa, famiglia, niente; vive quindi come può, ad un livello simile a quello delle favelas sudamericane o africane.
E vengono pagati pochi Euro al giorno per il loro lavoro.

Qualcuno dirà: domanda ed offerta; vengono pagati in funzione della domanda di lavoro (numerosa) e dell’offerta di lavoro (più limitata).
Ma NON è vero, perché la pressione migratoria viene facilitata e stimolata da organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani, e senza queste “porte aperte” l’offerta di lavoro sarebbe più contenuta ed il suo costo sarebbe più alto.
Ed anche: a casa loro vivevano non diversamente da qui, nelle loro favelas.
Si, può essere vero, ma questo non giustifica la creazione di favelas italiane.
Ed anche: se non venissero pagati poco i prodotti agricoli costerebbero molto di più, e quindi non verrebbero prodotti in questi territori ma ancora di più all’estero.
Vero, a condizione che i prodotti dei mercati esteri siano liberi di entrare in Italia in quantità.

In altri termini: noi tolleriamo un’immigrazione incontrollata, che va ad ingrossare le fila della manovalanza a basso costo e quelle della piccola e grande criminalità, (non esclusivamente questo, ma in maniera significativa) con l’obiettivo di rifornire un serbatoio umano di manovalanza che consenta di competere contro i mercati internazionali, riproducendo in un paese che “si dice civile” le condizioni di vita del quarto mondo. Tutto questo per mantenere relativamente basso il livello di alcuni generi alimentari e decisamente alto il livello dei margini di profitto della complessa filiera distributiva, dalla produzione al consumo.

Forse dovremmo accettare un prezzo più alto al consumo, dopo aver ridimensionato la filiera distributiva, contingentando le importazioni dall’estero e pagando la manovalanza, italiana e straniera, con un salario decente, che tenga conto della condizione UMANA che un lavoro anche umile comporta. Un ragionamento di stampo socialista?
NO. Un ragionamento di ordine umanitario che non è, e non deve essere, estraneo ad una DESTRA LIBERALE E DEMOCRATICA, nella quale io mi colloco.
E, guarda caso, sin qui è stata la sinistra italiana a favorire il traffico di esseri umani, non ostacolandolo in alcun modo, mentre è stata la destra leghista (Salvini) quella che ha cercato di fermare questi traffici.

Questa tematica, purtroppo, è assente nel pensiero politico della destra, anche di quella liberale, che non se ne occupa, imbevuta di liberismo che non ammette repliche, in cui lo schiavismo reale diventa un trascurabile dettaglio in un percorso ideologico che non ammette ostacoli sul cammino della concorrenza. Ma la concorrenza è ALTRO: la concorrenza è quella di Luna Rossa e di New Zeland, una gara onesta muovendo dagli stessi blocchi di partenza. Lo sfruttamento dei più deboli a vantaggio di altri non ha niente a che vedere con la concorrenza. E se è vero che fermare qui lo schiavismo non lo cancella ma lo trasferisce altrove, bene, trasferiamolo altrove, lontano dagli occhi e dal cuore, perché non possiamo salvare il mondo, ma almeno possiamo non renderci complici delle sue tante efferatezze.

Ing. Franco Puglia

15 marzo 2021