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Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

POLITICHE GREEN E LE LORO ORIGINI

Le politiche “verdi” nascono da lontano, sulla scorta dello sviluppo di movimenti d’opinione ostili all’impiego massiccio dei combustibili fossili, petrolio in particolare, per sostenere il nostro sviluppo tecnologico ed industriale, ma anche civile, nel campo dei trasporti e della climatizzazione domestica.
L’ostilità verso l’impiego dei combustibili fossili più che col carbone prende forma pubblica con il petrolio. Perché?
Perché il petrolio imprime una svolta in accelerazione, impensabile, prima, col solo carbone, e determina una concentrazione di potere e ricchezza mai vista nelle mani di pochi paesi produttori e, soprattutto, nelle mani delle industrie capaci di sfruttare i giacimenti: le famose 7 sorelle, in prevalenza americane, e l’OPEC.
Già questo basta ed avanza per determinare ostilità diffuse verso questi produttori un poco monopolistici, ma a questo si aggiungono anche i danni collaterali della produzione petrolifera, a causa dei non pochi incidenti, con sversamenti di greggio su terra ma anche in mare, nel corso del trasporto verso le diverse destinazioni, con catastrofi ecologiche di grande portata e che lasciano una profonda impressione sull’opinione pubblica.

Poi inizia ad emergere il tema dell’inquinamento dell’aria, oltre che delle acque, già presente a dismisura nell’epoca in cui si bruciava carbone, e non ancora petrolio, unitamente alla legna secca, di gran lunga il combustibile più inquinante di tutti.
Il fumo nero che rivestiva i grandi conglomerati urbani non creava, però, allarme sociale. Era “normale”, faceva parte del vivere.
Ma con l’avvento del petrolio il fumo nero assume anche una connotazione politica: non è più nero di quello da carbone, ma forse è aumentato il consumo globale di entrambi, e la qualità dell’aria si è deteriorata sensibilmente.
La lotta politica animata dallo spirito antiamericano ed anticapitalista, dopo il 1945, determinata dal vento rosso della sinistra internazionale in epoca di guerra fredda USA-URSS imprime una spinta ideologicamente motivata a movimenti di persone che si definiscono VERDI e che auspicano un abbandono dei combustibili fossili ed un ritorno alla natura, compromessa dagli interessi delle cattive multinazionali del petrolio.
Anche le impennate dei prezzi del greggio, le restrizioni alla produzione decise da alcuni produttori OPEC, le “austerity” petrolifere conseguenti, fanno dire che occorre liberarsi dalla schiavitù del petrolio, cioè dai suoi produttori, per approdare al nuovo EDEN verde, impiegando energie rinnovabili, senza neppure sapere quali.
Alcuni STUDI interessati, poi, iniziano a sostenere che le riserve petrolifere sotterranee mondiali sono in fase di esaurimento e che quindi occorre iniziare a risparmiare energia ed è impellente trovare fonti di energia alternative.
Alcuni paesi scelgono l’opzione nucleare; altri, come l’Italia, la abbandonano lungo la strada.

Poco alla volta emerge un nuovo problema: il clima.
Chi più chi meno, in tutto il mondo, si inizia a percepire che il clima sta cambiando.
Fa più caldo, nelle regioni fredde i ghiacciai perdono volume glaciale, le perturbazioni atmosferiche diventano sempre più frequenti e distruttive.
Si moltiplicano gli studi in materia, e nasce una nuova disciplina: la climatologia.
Professorini disoccupati trovano uno sbocco professionale ben pagato dalle amministrazioni pubbliche in tutto il mondo.
I professorini indagano e scoprono una interessante correlazione tra la temperatura media stagionale sul pianeta e la concentrazione in atmosfera di alcuni gas, anidride carbonica (CO2) in particolare. Rilevano che ad ogni incremento della concentrazione atmosferica di CO2 corrisponde un aumento della temperatura media planetaria.
Hanno trovato l’assassino! Da dove proviene la CO2? Dalla combustione degli idrocarburi.
Il responsabile dei guai climatici planetari è la combustione di idrocarburi.
Le due battaglie si saldano: quella politica contro i monopolisti dell’energia si sposa con quella civile per la salute pubblica. La combustione degli idrocarburi non solo determina il surriscaldamento planetario ed i conseguenti disastri climatici, ma avvelena l’aria, perché alla CO2 si sommano gli altri prodotti della combustione, come le polveri sottili di carbonio, gli ossidi di azoto e di zolfo.

Il nemico è stato individuato; la guerra può iniziare; ed è iniziata …

Oggi sono pochi quelli che, nel mondo della scienza, e mai in quello della politica, denunciano le manipolazioni ideologiche che stanno alla base di questo TEOREMA del disastro planetario determinato dall’impiego dei combustibili fossili.
Ed opporsi non è facile, perché il fumo nero che avvolge la materia è un “fumo ideologico”, non è nerofumo di carbonio.
Occorre invece, ed è sempre più urgente ed irrinunciabile, operare una seria distinzione tra il varo ed il falso, su basi scientifiche.
COSA è vero ?

1. Che la combustione di petrolio e carbone abbia effetti collaterali, per sversamento accidentale di biomasse nei mari, con danni ambientali anche irreversibili, o reversibili su una scala di tempo lunghissima.
2. Che i prodotti della combustione immessi in atmosfera siano potenzialmente nocivi per la salute umana, se assorbiti a dosi elevate e per lungo tempo (tutti, ma non la CO2 !).
3. Che le riserve petrolifere prima o poi si esauriranno, ma non abbiamo elementi attendibili per dire quando; tutte le precedenti previsioni si sono rivelate infondate.
4. Che il pianeta si sia in qualche modo surriscaldato in questa epoca geologica, come ben dimostrato dal calo costante delle masse glaciali e delle nevi estive in alta quota sulle montagne.

E COSA è falso?

1. Che l’aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera sia determinata soltanto dalla combustione dei prodotti petroliferi, e che tale aumento determini un aumento della temperatura media del pianeta. Infatti è vero il contrario: ad ogni aumento di temperatura degli oceani e delle acque superficiali in genere, corrisponde un rilascio in atmosfera di gas disciolti, TUTTI i gas disciolti nelle acque, tra cui la CO2.
La combustione da un suo contributo, difficilissimo da stimare, ma è solo un contributo.
2. Che la CO2 sia un gas con caratteristiche fisico-chimiche tanto diverse dagli altri gas prevalenti in atmosfera (ossigeno ed azoto rappresentano il 99%) da poter determinare, pur con la sua men che modesta presenza (0,04%) un effetto SERRA di cattura del calore che la terra restituisce allo spazio nelle ore notturne. E’ un FALSO scientifico.
Il solo gas presente in atmosfera con caratteristiche di questo tipo è il vapore d’acqua, e non a caso è questo che determina visibilissime nubi, piogge, nevicate, tempeste e quant’altro.
3. Che il nostro modello di sviluppo economico, vorace consumatore di energia, possa fare a meno dei combustibili fossili, avvalendosi delle sole, poche, fonti di energia rinnovabile che si possono mettere in campo in maniera massiccia (eolico e solare), fonti, anche queste, non prive di ricadute ecologiche negative. E non dimentichiamo che abbiamo triplicato in soli 50 anni la popolazione mondiale di consumatori d’energia, passando da circa 2,5 a circa 7,5 miliardi di umani, senza contare gli animali domestici correlati.

Ed in tutto questo è stato dimenticato qualcosa: quale che sia la fonte di energia, fossile o meno, alla fine di tutti i processi in cui viene impiegata la sua forma finale di trasformazione è: calore ! Tutta l’energia che impieghiamo diventa calore, che viene irradiato verso lo spazio, di notte, in una misura di circa il 30%, assieme a quello ricevuto dal sole, mentre il 70% circa resta a terra, e viene metabolizzato in qualche modo dal pianeta, trasferito agli strati profondi delle terre e delle acque, metabolizzato dalla vegetazione, ecc.
Quindi, senza scomodare i gas serra, è evidente che il calore di produzione antropica, DA QUALSIASI FONTE PROVENGA, contribuisce a destabilizzare il clima del pianeta, ma non siamo in grado di sapere in che misura incida sul bilancio energetico globale.

In conclusione, le politiche VERDI che oggi sono tanto in voga ci promettono un impatto materiale pesante sul nostro stile di vita, a prevalente vantaggio di chi riuscirà ad essere tra gli operatori economici di questi cambiamenti.
La loro realizzazione, tuttavia, avrà un esito fallimentare, perché:
1. Le fonti di energia alternative sono e resteranno insufficienti per sostituire la combustione dei prodotti petroliferi.
2. La transizione da unità di produzione di energia localizzate, che fanno uso di combustibili, a quella basata sull’elettricità, che richiede trasmissione a distanza, implica uno sforzo insostenibile sotto il profilo della distribuzione capillare di potenze elettriche rilevanti.
3. L’accumulazione dell’energia elettrica in batterie, quale che sia la tecnologia impiegata, presenta su scala di massa problemi insormontabili di accesso alle materie prime e di smaltimento dei rifiuti.
4. Anche una decarbonizzazione totale non può avere alcun effetto sul clima, a parità di energia consumata, perché la quantità di calore immessa in atmosfera non cambierebbe, e la diminuzione eventuale di CO2 non avrebbe alcuna influenza.

Potrebbe migliorare la qualità dell’aria nei grandi conglomerati urbani; questo è innegabile, ma non cambierebbe con questo in maniera vistosa la mortalità per malattie polmonari, a cui gli inquinanti attuali contribuiscono in maniera limitata e non facilmente stimabile, perché l’aria pulita non distrugge i virus e batteri, che attraverso l’aria raggiungono le nostre vie respiratorie, e la mortalità dipende essenzialmente da loro (Covid insegna), non dalla polvere, che possiamo respirare anche su una spiaggia marina ed in qualsiasi luogo all’aperto dove il vento sollevi la polvere impalpabile ed invisibile del terreno.

La sola SOLUZIONE che, invece, dovrebbe salvare capra e cavoli, si chiama RIFORESTAZIONE massiccia su scala planetaria, perché il mondo vegetale assorbe l’energia termica in eccesso che noi produciamo, consuma la CO2, anche ammesso che abbia un “effetto serra”, e ci offre in abbondanza un materiale da costruzione (il legname) che è un ottimo isolante e quindi aiuta nel risparmio energetico di edifici realizzati col legname. Ma è un “business” che non attira, perché gli alberi ci mettono del tempo a crescere, prima di poter essere sfruttati economicamente, e nel frattempo non producono reddito e, semmai, costano in manutenzione.
E allora avanti con le politiche “green”, aventi con le martellate sui genitali, e che Dio illumini queste generazioni disgraziate, e fra alcuni anni anche disperate.



CONFLITTI EPOCALI

Ogni epoca della Storia umana ha avuto i suoi conflitti. In passato i conflitti erano più “semplici”, più facilmente interpretabili. Oggi non più, perché le società del globo sono più complesse ed interconnesse in quel groviglio inestricabile di interessi e conflitti che confluiscono in ciò che noi chiamiamo GLOBALIZZAZONE.
Nonostante questo possiamo individuare alcune grandi aree di conflitto, e su questa base cercare di orientarci, come paese e come individui.

1. Conflitto tra mondo della PRODUZIONE e mondo dei servizi, pubblici e privati.

Il mondo del lavoro ha una sua struttura piramidale: un qualsiasi prodotto finito, che vada al generico consumatore, è un prodotto di SINTESI di altri elementi, materiali ed immateriali, che concorrono a formare il risultato. Alcuni di questi elementi sono, per così dire, “indispensabili”, ma altri no. Sul prodotto finito incidono, ad esempio, costi FISCALI che servono a finanziare servizi pubblici ritenuti necessari, ma non sempre necessari, e non sempre insostituibili.
Il conflitto si esprime nel contrasto di interessi tra quanti ricavano il loro reddito da un lavoro alla base della piramide, e quanti invece lo ricavano da un lavoro a livelli più alti, specie se spesati dalle entrate fiscali (dipendenti pubblici) oppure da “servizi” imposti in rapporto a requisiti di legge che i produttori debbono rispettare, non richiesti per contribuire alla formazione del prodotto finito.
Questo conflitto supera, anche se solo in parte, l’antico conflitto tra “lavoratori” e “padroni” delle società dei secoli che precedono il 21° secolo attuale.
Gli interessi materiali di lavoratori e datori di lavoro coincidono, sempre di più.
I livelli salariali e le condizioni di lavoro restano un motivo di conflitto con i datori di lavoro, ma hanno sempre di più un carattere negoziale, se non ancora “commerciale”, analogamente ad altre transazioni economiche più convenzionali.

Gli interessi delle classi sociali che, invece, prosperano sulla spesa pubblica e sulla proliferazione normativa (il mondo delle consulenze e similari) sono conflittuali con il mondo della produzione, perché lo ostacolano in diversi modi e costituiscono un onere economico che grava sui costi di produzione.
Mentre questo mondo dei “servizi” riesce a trovare rappresentanza politica grazie all’intima connessione tra mondo della politica e mondo della pubblica amministrazione, quello della produzione non riesce più a trovare una sua autentica rappresentanza politica, a causa delle altre fratture ideologiche che lo attraversano, e di cui parliamo nei punti che seguono.

Un poco a se il mondo della finanza, che è di fatto un servizio che NON crea valore, ma lo redistribuisce, e però non appartiene alla sfera pubblica, se non in misura marginalissima, ma viene percepito come conflittuale con il mondo della produzione.

2. Conflitto tra ideologie di stampo religioso e visioni pragmatiche della Storia

Le religioni, antiche come la storia umana, non si sono mai estinte. Il mondo occidentale avanzato è ancora fortemente influenzato dal Cristianesimo, nelle sue diverse impostazioni, mentre il mondo islamico attraversa una fase di crescita numerica (per motivi demografici) ed anche ideologica, con il ritorno ad un integralismo coranico reinterpretato in funzione di obiettivi di potere di minoranze politiche che lo usano come strumento per condizionare le coscienze.
Mondo islamico e mondo cristiano sono antitetici, per ragioni storiche, territoriali, culturali, ed economiche. Altri mondi che non si riconoscono in queste due correnti religiose principali, si rifanno ad antiche filosofie orientali ed a modelli misti di “religione laica”, come Cina e Giappone, ed in forme diverse tutto l’estremo oriente, con le eccezioni islamiche del caso. La connotazione anche territoriale di questa fondamenta di ordine religioso acuiscono un conflitto che è anche economico, perché i territori in questione si trovano in fasi di sviluppo diverse tra loro, ed anche in competizione. Così assistiamo ad una crescente competizione conflittuale tra mondo occidentale e Cina, in maniera eclatante, ed in maniera meno evidente tra mondo occidentale e paesi emergenti in genere. Non si fa più sentire in maniera sensibile la competizione giapponese, forse anche per motivi demografici, correlati all’invecchiamento della sua popolazione.

La risoluzione dei conflitti

La politica ha, o dovrebbe avere, come asse portante della sua esistenza la MEDIAZIONE dei conflitti. In tal senso la politica si contrappone al sistema militare, che cerca di risolvere i conflitti con le armi, portandoli alle loro estreme conseguenze.
L’esperienza storica ci racconta che la politica, da sola, non è mai riuscita a risolvere i conflitti, salvo eccezioni, e neppure i conflitti militari, da soli, sono stati interamente risolutivi, perché le macerie che lasciano vanno poi ricostruite dalla politica.
Allora è naturale chiedersi se i conflitti attuali possano essere risolti soltanto con gli strumenti della politica, oppure no. La mia risposta, purtroppo, è no. Cioè, non interamente.
Una fase di scontro violento resta, purtroppo, propedeutica alla soluzione diplomatica.
E’ molto triste dover ammettere che il millenario percorso della civiltà non ci abbia fatto ancora superare questa infelice condizione.
La cosa più grave è che i conflitti che ho descritto sono anche trasversali tra loro.
Non c’è guerra che possa determinare il confronto armato di questi conflitti tutti assieme. Perciò dobbiamo affrontare conflitti separati ed indipendenti, anche armati.

Prospettive italiane

Nell’immediato il conflitto più evidente che riguarda il nostro paese è quello delineato al punto 1, quello tra mondo della produzione e mondo dei servizi, pubblici in particolare.
Molto orientativamente si tratta di uno scontro tra la DESTRA e la SINISTRA italiane, ma questa è una grossa semplificazione, perché la “destra” che si esprime nei partiti noti non è propriamente espressione di un insieme di interessi organico alla classe produttiva.
Quindi una vittoria elettorale delle destre non coincide con la sconfitta dello statalismo di sinistra, ma esprime soltanto una parziale vittoria di alcuni valori della destra rispetto a quelli della sinistra (nazionalismo contro terzomondismo, ad esempio).

In pratica è soltanto un aspetto di una medesima faccia della medaglia, come ben dimostrò la destra berlusconiana, espressione di una parte della classe produttiva, cioè di quella legata al potere statale, non diversamente dalla sinistra di potere, con Renzi e successori.
E la sconfitta della “sinistra” non può essere solo elettorale, perché “questa sinistra” permea tutto il tessuto di potere nazionale, dalla magistratura alle banche, alla pubblica amministrazione, compresa la scuola e le università.

Ed è qui che scatta lo stimolo bellico: non disponiamo di strumenti per una soluzione politica complessiva dei conflitti, perché i momenti elettorali creano alternanze all’interno di un medesimo sistema di potere, anche corrotto, qualsiasi connotazione abbia.

Questa debolezza nasce dalla insufficienza abissale del nostro sistema democratico, che non esprime democrazia neppure alla lontana, ma esprime soltanto uno strumento di alternanza di potere all’interno di un sistema politico statalista che ha regole precise ed immutabili, che ha creato una casta di persone in grado di controllare quasi tutto, mediando oltre il 50% del PIL nazionale. E la popolazione, di fronte ad una rivoluzione democratica autentica, appare impreparata e non sa neppure da dove cominciare.
Resta quindi soltanto lo strumento dell’insurrezione popolare, sostenuta da risorse militari.

Se un tale sbocco sia realistico e con quale tempistica io non lo so, ma so che il sistema di potere versa in difficoltà crescenti, e l’aggravamento delle condizioni economiche, produttive e debitorie nazionali, determinato anche dalla pandemia, potrebbe portare già nel 2021 a sbocchi che appaiono improbabili in un paese assonnato come l’Italia, ma potremmo avere delle sorprese. Uno sbocco di questo tipo non conduce finalmente alla creazione di una democrazia compiuta, ma si limita a RIPULIRE il sistema corrotto, destrutturando il sistema di potere esistente, almeno in parte, per ricostruirne un altro, su basi diverse ma analoghe, sempre di stampo verticistico e non democratico. Una fase di passaggio comunque inevitabile.

Prospettive internazionali

Il conflitto tra l’Occidente ed il mondo esterno ad esso, che non definirò “terzo mondo”, appare crescente ed insanabile. Trump ha avuto almeno il merito di “rompere il ghiaccio”, con la sua politica di rottura degli equilibri esistenti, sul piano economico, con restrizioni, più minacciate che realizzate, al commercio estero con gli USA.
I suoi progetti, poi, sono stati messi in crisi dalla pandemia e dalla disastrosa gestione americana, ma “il dado è tratto” e lo stimolo in quella direzione è passato, e trova sponda negli affioranti nazionalismi europei. Al di la dei giudizi sull’uomo, che in sé appare più un buffone che uno statista, le politiche di Trump hanno segnato l’inizio di un ripensamento del modello di globalizzazione dei mercati sin qui messo in atto, che tuttavia non può non coinvolgere anche gli USA a rovescio, delimitando il potere di tante sue imprese multinazionali. La pandemia rema nella medesima direzione, perché ci fa capire che la libera circolazione di merci e persone implica anche la libera circolazione di veleni, di qualsiasi natura essi siano, biologici o ideologici.
Inoltre gli squilibri esistenti, aggravati dalle nuove condizioni di sfruttamento dei mercati e dalle crisi interne dei paesi più deboli sul piano economico e politico hanno scatenato i fenomeni dell’immigrazione di massa e del terrorismo di matrice islamica. La risposta a questi fenomeni è stata, in molti casi, quella delle armi (vedi Siria, ma anche Libia).

In un tale drammatico contesto, con l’economia mondiale messa in serie difficoltà anche dalla pandemia oltre che dai suoi problemi strutturali e politici locali, la bomba sociale dell’emigrazione non appare neppure ancora esplosa, ma con la pressione crescente quello che vediamo adesso è solo un insignificante assaggio di quanto può accadere.
Ed il contenimento della pressione migratoria non può non essere cruento: chi non ha molto da perdere si muove in massa, e che sia armato oppure no gli effetti del suo spostamento territoriale in massa sono i medesimi. Nessun paese al mondo può sopportare senza gravi danni l’impatto crescente di popolazioni “affamate”, in senso lato, portatrici di una diversa cultura e stile di vita. La reazione difensiva violenta è inevitabile, qualsiasi cosa dicano i sostenitori della sostituzione etnica indolore a compensazione dei cali demografici.

Tutto questo, in un modo o nell’altro, conduce ad un drastico ridimensionamento dei rapporti internazionali, con tutto quel che segue, e con l’impiego di strumenti anche di carattere militare. Nessuno ha avuto il coraggio, sin’ora, di fermare con le armi le carrette del mare invece di soccorrerle. Nessuno ha avuto il coraggio di limitare gli ingressi extraeuropei provenienti da terra o dal cielo. Ma oggi tutti questi movimenti di massa significano anche VIRUS epidemici, non soltanto elementi di destabilizzazione sociale.
E questo presumibile ridimensionamento degli scambi internazionali significa anche crollo di un PIL che negli ultimi decenni è stato fondato in maniera crescente su questi scambi, turismo in testa, con tutto il suo indotto.

Gli scenari che si aprono, quindi, sono più che preoccupanti, e dobbiamo prepararci ad affrontare tempi molto difficili, dopo il più lungo periodo di tregua della Storia umana, almeno in Europa.

Ing. Franco Puglia