CENTRI PER L’IMPIEGO E NAVIGATORS

La legge voluta dai pentastellati a messa in atto dai governi di sinistra è stato il più clamoroso flop della storia legislativa italiana, andando a finanziare in abbondanza nullafacenti di professione, piccola delinquenza ed immigrati senza futuro.
E’ costato al Paese cifre di spesa pubblica elevate, che non conosco e non vado a cercare, perché irrilevante ai fini di quanto sto per dire, non ha creato visibilmente nuovi posti di lavoro, salvo quelli, a termine, per fortuna, dei cosiddetti “navigators”, gente che non trovava di meglio da fare ma che avrebbe dovuto trovare il lavoro ad altri.

Con il nuovo governo Meloni metteremo la parola fine a questa incredibile vicenda, ma sento che si parla di spostare i “navigators” da un ente di gestione ad altri, comunque pubblici, finanziati con i soldi di tutti, nell’ambito dell’abituale strategia del cambiare tutto per non cambiare nulla. Sento che andrebbero ad ingrossare le fila dei Centri per l’impiego”, pre-esistenti ai navigators, entità che non hanno mai combinato nulla, ma consumato risorse pubbliche a vuoto.

Ora, non sarebbe ora che almeno un governo DI DESTRA, con una maggioranza numerica parlamentare consistente che lo sostiene, mettesse la parola FINE su questo storico spreco di denaro pubblico, chiudendo una volta per tutte sia l’organizzazione di marca pentastellata che i precedenti centri per l’impiego? SI, eccome, è ora di farla finita. Significa mettere per strada centinaia, forse migliaia di persone, gente che ha lavorato ed ancora lavora, o fa finta di farlo, in questi enti pubblici. E mentre i navigators avevano un contratto a termine, rinnovabile, che sta scadendo e, auspicabilmente, non verrà rinnovato, nei centri per l’impiego, alias uffici di collocamento, troviamo persone che hanno vinto un CONCORSO PUBBLICO, e sono quindi, formalmente, con le leggi attuali, INTOCCABILI.
E molti navigators, fiutando la mala parata, hanno già abbandonato la nave che affonda del reddito di cittadinanza per partecipare a concorsi dei centri per l’impiego, che quella parte della P.A. che sostiene la sinistra italiana si è affrettata a mettere in campo.

Bene, cioè MALE, perché a questo punto se Meloni vuole avere un minimo di credibilità politica nel mondo della destra liberal-simile deve immediatamente legiferare in modo che questo serbatoio assistenziale venga svuotato definitivamente, sottraendo a Regioni, Province e Comuni i fondi necessari a finanziare questo secolare spreco italiano.

Resta il problema del LAVORO e di facilitare l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, nell’interesse di tutti. Come al solito un modo di affrontare il problema in chiave proattiva esiste, ed è fondato, come sempre, sull’iniziativa individuale, sia quella dei soggetti che hanno BISOGNO di un reddito, sia quella di altri soggetti che possono guadagnare da una ricerca di posti di lavoro per altre persone, che conduca a raggiungere l’obiettivo.

In altri termini: se TU trovi un lavoro stabile a LUI, IO TI PAGO. IO chi? IO Stato.
Ha senso che lo Stato, quindi noi tutti, spenda soldi pubblici per creare posti di lavoro facilitando l’incontro tra domanda ed offerta: i benefici, infatti, ricadono su tutta la collettività, non soltanto sui diretti interessati. In concreto significa stabilire per legge un BONUS statale per quei soggetti privati che decidano di intraprendere la carriera di promotori di opportunità d’impiego, a proprio rischio, come imprenditori privati, ricevendo un PREMIO dallo Stato pari, ad esempio, al 10% del reddito lordo dei lavoratori collocati, per un periodo massimo di, poniamo, tre anni. Significa che un lavoratore da 18’000 € annui renderebbe al promotore 5’400 €. Buttali via, per il tempo speso a cercare un posto di lavoro a qualcuno …

Gli Head Hunters e le varie organizzazioni private di ricerca di personale già esistono, ma si rivolgono esclusivamente al mercato dei manager e di impieghi ad alto contenuto professionale. Guadagnano fatturando alle aziende i loro compensi, e sono le aziende che si attivano nella ricerca, rivolgendosi al professionista di cui più si fidano.
Si tratta di generalizzare questo sistema, introducendo un quarto elemento: lo Stato, che finanzia la ricerca di collocazione al lavoro per quei soggetti che possono ricoprire ruoli meno significativi nel mondo del lavoro, ed hanno maggiori difficoltà ad entrare in contatto con la poca offerta di lavoro presente sul mercato. Non solo: una tale iniziativa potrebbe anche sposarsi con una norma sul salario minimo, inducendo i promotori a ricercare e negoziare con chi offre un posto di lavoro condizioni contrattuali e remunerative degne di un paese civile. Il BONUS potrebbe essere subordinato al rispetto di queste condizioni.

C’è qualcuno in grado di far pervenire ai soloni seduti sugli scranni del Governo questa semplicissima proposta?

Ing. Franco Puglia

3 novembre 2022

LIBERALI PROGRESSISTI E SOCIALISTI CONSERVATORI

Nella vulgata diffusa il termine “conservatore” fa pensare alla destra politica e quello “progressista” fa pensare alla sinistra.
Ma è davvero così? In realtà no, o non completamente. In entrambi gli schieramenti politici sono presenti elementi di conservazione ed elementi di cambiamento.
Ma per dare un significato alle parole occorre descrivere i contenuti che sottendono: quindi cosa è “progresso” e cosa non lo è?
Prima di tutto, cambiamento e progresso non coincidono: la morte, come la nascita, sono entrambi dei “cambiamenti”, ma nulla di più distante di questi due concetti. Quindi un cambiamento non coincide necessariamente con un “progresso”, inteso come miglioramento della condizione di vita umana, ma può anche rappresentare una regressione, un peggioramento, un’involuzione.
Analogamente per la conservazione: conservare uno stato di salute rispetto ad un cambiamento verso uno stato di malattia è un obiettivo di conservazione positiva, non negativa: nessuno vuole ammalarsi per cambiare, se era in salute.
Ecco che un movimento politico autenticamente progressista non può quindi che essere conservatore, nei confronti di tutto ciò che rappresenta storicamente una condizione di benessere individuale e sociale, e progressista nei confronti di quanto, invece, costituisce un ostacolo sul percorso umano verso la felicità, verso uno stato di benessere sempre più diffuso e stabile.

Fatta questa lunga premessa, nel nostro paese abbiamo a disposizione, essenzialmente, movimenti politici tutto fuor che progressisti, e più spesso conservatori, orientati a conservare gli interessi specifici di alcune classi sociali, a discapito di un interesse più generale, ed incapaci di perseguire un percorso di progresso capace di superare gradualmente le differenze sociali più stridenti senza ostacolare ma, anzi, dando impulso, a processi di sviluppo economico, sociale ed ambientale che producano un aumento crescente della qualità della vita.

La sinistra storica, in tutte le sue sfumature, che si autodefinisce progressista, ha chiaramente dimostrato di essere ben lontana da un modello politico autenticamente progressista: persegue interessi di componenti marginali della società, astrazioni che non trovano riscontro nella realtà, ed interessi clientelari di una parte della società, quella meno produttiva, quella che rappresenta un fardello per la società nel suo insieme.
La destra non è migliore: resta in parte ancorata a modelli sociali vetusti, spesso religiosamente connotati, e rimane poco consapevole della necessità di sostenere la società nel suo insieme, che è formata anche dai deboli, non solo dai forti, anche dagli stupidi, non solo dai brillanti, offrendo uno spazio politico a quella “sinistra” tradizionalmente ancorata alle classi sociali più deboli, ma in chiave di lotta a quelle produttive.

Nessuno dei partiti politici noti, nel nostro paese, può essere considerato “progressista” nei termini che ho definito: anche i liberali, sedicenti tali, sono più spesso condizionati da rigidità ideologiche storicizzate, e tuttavia il pensiero liberale, con tutti i suoi limiti, resta il solo terreno di sviluppo su cui far nascere e crescere una casa politica comune e maggioritaria, capace di fornire delle risposte alla domanda di sviluppo civile ed economico del nostro paese, introducendo cambiamenti radicali, che rimuovano le concrezioni e le muffe che avvelenano la nostra vita quotidiana.
Un tale movimento politico si potrebbe chiamare “progressisti liberali”, e dovrebbe essere fondato su un “manifesto politico” chiaro, che non lasci spazio ad interpretazioni, e che offra un’alternativa credibile al nulla cosmico dei partiti che si affronteranno nella competizione elettorale del 25 settembre.

Ho provato più volte a stimolare la diffusione di un “pensiero liberale progressista”, non dogmatico, pragmatico, liberale in economia, conservatore nei valori fondativi dell’umanità, sensibile alle differenze sociali, attento al sostegno alle classi più deboli, europeista ma nazionalista al contempo, consapevole quanto rispettoso delle differenze tra gli esseri umani, mai egualitarista, mai prevaricatore, capace di scelte coraggiose, anche impopolari, nella politica interna come in quella internazionale.
Non sono, sin qui, riuscito nel mio intento. I tempi debbono essere maturi perché idee innovative si affermino. Forse quei tempi stanno arrivando: lo sapremo presto …

Ing. Franco Puglia

16 settembre 2022