IGNAVIA COLPEVOLE E STRAPOTERE DEL POTERE

Nel terzo canto dell’Inferno Dante Alighieri incontra gli IGNAVI, colpevoli di non aver mai preso posizione in vita, colpevoli di astensione, disinteresse, rinuncia al confronto ed alla lotta.
Questa categoria di persone è forse la più diffusa sul pianeta, gente che pensa soltanto al proprio privato, che si nasconde, che non si confronta, che non combatte per le proprie idee o, forse peggio, neppure ha idee. E subisce la prevalenza di altri esseri umani che si organizzano per esercitare il potere, quale che sia, su tutti.

Questa condizione terribile è alla base di tutti i problemi dell’umanità, che viene governata nelle varie comunità umane da manipoli di persone che assumono posizioni di potere grazie al sostegno di molti, un sostegno spesso acritico, ideologico, irrazionale, come quello di ordine religioso, a cui si contrappone una minoranza più o meno attiva che si oppone, con analogo seguito, ma che non è mai in condizione di impedire che il potere, anche legittimo, venga esercitato senza limitazioni, anche a spese di chi si oppone e di chi neppure fa lo sforzo di opporsi, la grande massa degli ignavi.
Anche le nostre poche democrazie non riescono a sfuggire a questa condizione, e men che meno, ovviamente, le dittature.

Il vulnus irrisolto risiede nell’incapacità della stragrande maggioranza delle persone di reagire agli abusi del potere, ed anche i sistemi democratici fondati su libere elezioni non delimitano il potere che gli eletti possono o non possono esercitare, da cui discende l’arbitrio di una qualsiasi maggioranza parlamentare. Quando in un paese la maggioranza al potere fa danni, più o meno importanti, gli ignavi, gli astenuti, i disinteressati sono COMPLICI di quel potere, sono la base umana che consente l’esercizio di quel potere.

E qui si inserisce un discorso su GAZA, con la distinzione che qualcuno opera tra HAMAS e gli ALTRI palestinesi di Gaza, quella popolazione di ignavi che subirebbe il potere di Hamas, senza essere colpevole delle sue azioni.
No, gli ignavi sono SEMPRE colpevoli, perché non opporsi con tutte le proprie forze, talvolta anche a rischio della vita, significa rendersi COMPLICI di quel potere, e gli ignavi non meritano alcuna pietà, alcun trattamento diverso rispetto ai colpevoli che esercitano il potere.
Ma ci sono anche quelli che si sono sempre opposti, nelle comunità umane, quelli che, malgrado tutto, restano minoranza, anche grazie agli ignavi, e pagano il prezzo imposto dal potere e dall’assenza degli ignavi. Questi cittadini sono incolpevoli, perché hanno provato e provano ad opporsi, sono attivi, ma non hanno la forza di rovesciare la situazione o di impedire che il potere faccia danni.

La distruzione di GAZA ad opera degli Israeliani, se mai dovesse annientare la sua intera popolazione, opererebbe anche una strage degli innocenti, se ve ne sono, quei pochi o tanti che hanno sempre cercato di opporsi allo strapotere di Hamas, che hanno combattuto questa organizzazione terroristica, sempre sconfitti.
Quanti sono? Molto pochi, temo.
Quanto agli altri, militanti e fiancheggiatori di Hamas come gli ignavi che ne hanno consentito la presa del potere, possono anche perire tutti, senza che nessuno debba piangerli, oggi come domani.

Ing. Franco Puglia
11 ottobre 2023

REDDITI, POTERE D’ACQUISTO E INFLAZIONE

In questo scorcio ferragostano infuria la polemica sul salario minimo, visto che l’inflazione sta erodendo rapidamente il potere d’acquisto dei redditi fissi, da lavoro o da pensione. Il salario (brutta parola !) o per più civilmente dire il compenso per un lavoro dipendente, non ha un valore assoluto in se, se non in rapporto al COSA e QUANTO permette di acquistare nel mercato di riferimento del percettore di reddito. Ne consegue che, se si volesse davvero stabilire che un lavoratore dipendente non possa essere pagato meno di un certo quid per ora lavorata, per umile che sia il suo lavoro, la cifra dovrebbe essere stabilita in LITRI DI BENZINA, ad esempio, piuttosto che in moneta. Infatti ciò che conta è quanta benzina, o bene equivalente, posso acquistare con il mio reddito, non il suo equivalente monetario.

Questo è un primo aspetto del problema.
Il secondo, non meno rilevante, è la dinamica dei prezzi al consumo, che in epoca d’inflazione brucia rapidamente il potere d’acquisto di qualsiasi reddito fisso. A cosa serve fissare OGGI un compenso minimo (9 € ?) se nel giro di qualche anno il suo potere d’acquisto REALE si dimezza? Si aggiorna la cifra? Certo, ma si dovrebbe fare come minimo una volta all’anno, se l’inflazione non si azzera, e non lo farà.
E se si procede in questo modo si stimola la crescita inflazionistica perché la domanda di consumi, ammesso e non concesso che si possa adeguare in continuo il potere d’acquisto all’inflazione REALE, ha l’effetto inevitabile di sostenerla, perché sostiene quei medesimi livelli di consumo che hanno determinato, o contribuito, alla spinta inflazionistica.
Questa esperienza la abbiamo già avuta, decenni fa, con il meccanismo della “scala mobile”, che sosteneva parzialmente i redditi da lavoro dipendente in rapporto all’inflazione.
Si determinò un meccanismo d’inseguimento inflattivo sino a quando non venne abolita e, soprattutto, dopo la doccia gelata del passaggio Lira – Euro, che dimezzò in un colpo solo il potere d’acquisto dei redditi da lavoro e da pensione.
MA QUESTA GENERAZIONE POLITICA HA UN MINIMO DI MEMORIA STORICA?

E sin qui non ho fatto menzione di principi economici quali il rapporto tra domanda ed offerta che dovrebbe stabilire il punto d’equilibrio tra remunerazione proposta, ed accettata, e produttività economica della mansione proposta.
Imporre per legge una paga oraria minima non è necessariamente in contrasto con questi principi, se le condizioni reali del mercato consentono di muoversi al di sopra di una tale soglia.
E torniamo al mercato, cioè al valore di ogni attività economica ed ai costi che deve sostenere in rapporto al prezzo di vendita sostenibile.
Se una attività economica è molto povera, cioè produce cose di poco valore, il costo di produzione, lavoro compreso, deve essere di parecchio inferiore al prezzo di vendita che il mercato sostiene.
E se il costo del lavoro è troppo caro, in rapporto al prezzo di vendita, quella attività non sta in piedi, a meno di non sacrificare il costo del lavoro, ciò che un tetto salariale impedirebbe.
Quindi delle due l’una: o chiudi l’attività o i lavoratori vengono “sfruttati” in rapporto al mercato, e cadono in povertà.

Come se ne esce? NON se ne esce. Non si possono tenere in piedi attività POVERE in un paese RICCO, dove i prezzi al consumo, TUTTI, sono molto elevati.
Se si vogliono poter sostenere i livelli di consumo di un paese mediamente ricco, questo può tollerare soltanto attività locali che NON siano a basso valore aggiunto.
E chi non ha la cultura e capacità per svolgere un lavoro più qualificato? Non ha altra scelta che spostarsi in un paese meno ricco, più povero, dove i prezzi al consumo siano più bassi, lavorando in attività più povere.

Un problema, però, è che anche nei paesi ricchi esiste una domanda di lavoro POVERO, al quale, cioè, non può corrispondere una remunerazione elevata perché, altrimenti, quella prestazione lavorativa non è appetibile.
Anche qui vale la legge della domanda e dell’offerta, ma sino ad un certo punto: infatti, se la richiesta di una data prestazione è elevata, per umile che sia, il suo prezzo in rapporto alla disponibilità di lavoratori può crescere a dismisura, se i lavoratori disponibili sono pochi, sino a quando, però, si ferma, perché i costi non sono sostenibili da chi richiede la prestazione, e TUTTI rimangono a bocca asciutta. In genere, però, si raggiunge un equilibri DI MERCATO.
Le cose buttano male quando l’offerta di lavoratori generici, per prestazioni a basso valore aggiunto, diventa elevata: a questo punto la remunerazione crolla, perché sono troppi quelli che vogliono accedere alla limitata offerta di lavoro.
Mettiamo un limite per queste categorie ? Si può fare, ma la competizione tra chi cerca lavoro si sposterà su altri piani; se ci sono 100 posti di lavoro e 1000 richiedenti, solo 100 lo avranno e gli altri sono a spasso. La competizione quindi è serrata.
100 avranno quel lavoro, ma non di più. E se non ci fosse un limite salariale? Magari l’offerta di lavoro sale a 200; lavoro per più persone, ma meno pagato. Cosa è meglio?
Certo, se i 900 che sono rimasti tagliati fuori vengono pagati dallo Stato, allora meglio rinunciare da subito alla competizione, anche per gli altri 100.

Come si vede è complicato e senza soluzioni ottimali.
Al fondo di tutto c’è un mondo con TROPPI POVERI, che non hanno competenze di lavoro o competenze molto modeste, e che ricadono inevitabilmente in uno stato di povertà che si può solo cercare di alleggerire con interventi mirati, ma uno ad uno, non con politiche generalizzate. Assistenza sociale DEVE significare quel che la parola dice, non solo posti di lavoro per quelli che la esercitano.

Ing. Franco Puglia
11 agosto 2023