STRATEGIA D’ATTACCO

Non sono un esperto di cose militari, neppure un poco, anche se in gioventù sono stato ufficiale di complemento della nostra Artiglieria Contraerea. Non sono quindi un punto di riferimento su questi argomenti, ma sono una persona riflessiva e dotata di spirito d’osservazione. Non so chi disse in passato che “la miglior difesa è l’attacco”, ed è vero.
Ho osservato i combattimenti occasionali dei cani, ed in gioventù il mio vecchio cane ne ha sostenuti parecchi, perché non era inconsueto incontrare cani in libertà, fuori dal controllo del padrone; e se erano maschi come il mio, il conflitto era spesso inevitabile.

Il mio vecchio cane era forte come un toro, pesava più di 25 kg e poteva confrontarsi con qualsiasi cane, di qualsiasi taglia. Il mio piccolo cane Ciuffo, invece, è piccolino, pesa solo 9 kg, è robusto e muscoloso sotto la folta pelliccia, ma in un confronto con un grosso cane credo che verrebbe severamente sconfitto, ed io evito che accada, in ogni modo possibile. In entrambi i casi, però, ho assistito ai medesimi rituali, comuni nella specie canina.
Il primo approccio dipende dal fatto che siano liberi o limitati dal guinzaglio e dalla presenza del padrone. Se sono liberi, il primo approccio è in genere diplomatico, come tra gli umani, con i due animali che si gironzolano intorno annusandosi vicendevolmente e valutando gli atteggiamenti reciproci per pesare la forza dell’avversario e le sue intenzioni aggressive. Spesso questa cerimonia si conclude con il lento e progressivo allontanamento dei due contendenti, senza colpo ferire. Ma non sempre … talvolta i due animali iniziano a ringhiare, manifestando le loro pulsioni aggressive, e poi scatta il conflitto. Le sorti della scaramuccia dipendono dal divario di forze dei due animali e dall’agilità e capacità di combattimento di ciascuno. Spesso non hanno conseguenze (ferite, ecc) ma altre volte si, anche gravi.

Per quanto ricordo sia il mio vecchio cane, che il mio Ciuffo di oggi, hanno adottato strategie analoghe: dopo i preliminari giunge il momento della verità, quando scatta l’attacco del primo contendente e segue la risposta dell’altro. Entrambi i miei cani non hanno mai atteso l’attacco, ma lo hanno scatenato per primi. L’attacco deve avere luogo PRIMA che si esauriscano i preliminari di dimostrazione di forza, quando l’avversario non è ancora preparato a reagire. L’attacco deve essere fulmineo, violento quanto è possibile, e deve sorprendere l’avversario, disorientandolo, ritardando la sua risposta difensiva, spaventandolo, inducendolo alla fuga.

Il mio vecchio cane aveva una sua personalissima tecnica di combattimento, con la quale riusciva a rovesciare sul dorso l’avversario al primo assalto, minacciando la sua gola prima che avesse il tempo di reagire. Non funzionava sempre alla perfezione, ma più spesso si. Del mio Ciuffo non ho esperienza, per fortuna, perché è sempre al guinzaglio ed evito in ogni modo possibile gli scontri, per ovvi motivi. Anche lui, però, se a confronto con un altro maschio, legato o no al guinzaglio, non attende troppo: se le schermaglie preliminari non sono rassicuranti, scatta come un proiettile, sospinto dai potenti muscoli del robusto posteriore, e se il guinzaglio non gli impedisse di raggiungere il bersaglio forse l’avversario avrebbe la mala parata, nonostante la piccola mole del mio cane. Ma preferisco non saperlo.

I combattimenti tra i cani, e tra altri animali, non seguono regole molto diverse da quelle umane, e viceversa. I conflitti sono quasi sempre preceduti da una fase diplomatica, in cui gli esponenti dei governi delle parti in potenziale conflitto cercano una via d’intesa per evitare il confronto diretto, sino a quando arrivano alla conclusione che non esiste un accordo possibile in quel momento. Segue una pausa di riflessione, più o meno breve o lunga, e qui si gioca la fase iniziale della partita. L’attaccante cercherà di agire di sorpresa, per colpire un avversario impreparato a reagire. In questa fase può anche produrre ripetute minacce che, se ripetute e prolungate nel tempo producono un effetto desensibilizzante sull’avversario, invece di metterlo in attenzione. Poi scatta l’attacco.

In passato i conflitti armati impiegavano un grande numero di mezzi umani, in assenza di quelli tecnologici, e la perdita di vite umane era spaventosa. Già nel primo attacco le risorse umane messe in campo erano ingenti, nella speranza quasi sempre disattesa di sconfiggere il nemico al primo assalto. Oggi non è più così. Oggi si cercano di risparmiare le vite dei combattenti, mettendo in campo risorse tecnologiche di ogni genere, a condizione di disporne. Spesso il primo attacco non avviene con grande dispiegamento di uomini e mezzi, ma in maniera circoscritta, per saggiare la resistenza dell’avversario e valutare le forze che può mettere in campo.

Questa strategia consente all’avversario di reagire, ed inizia un conflitto dalla sorti alterne, con un aumento progressivo delle vittime e delle distruzioni, senza che l’aggressore riesca a raggiungere i suoi obiettivi militari in tempi brevi. Direi che tutte le esperienze belliche che io ricordi nel ‘900 e nel 21° secolo hanno avuto più o meno questo tipo di sviluppo, come vediamo ancora nel conflitto russo-ucraino ed in quello israelo-palestinese.
Queste strategie sono comprensibili nella misura in cui le parti in causa sono soggette a condizionamenti internazionali da parte dei rispettivi alleati e di una opinione pubblica mondiale che per poco che conti conta pur qualcosa, soprattutto per le relazioni economiche con molti paesi. Si tratta però di una strategia logorante, costosissima sia in termini di vite umane che di mezzi bellici distrutti e di danni materiali inflitti ai territori. A conti fatti, se i leaders politici li sapessero fare, il gioco non vale la candela, almeno per l’aggressore, mentre chi si difende ha poco da scegliere. Gli obiettivi non valgono il prezzo che si deve pagare, in vite umane ed in soldi.

Anche sotto il profilo difensivo, una difesa proporzionata e proporzionale NON paga.
Israele questo lo ha capito bene, con una reazione sproporzionata all’aggressione subita da Hamas, in termini numerici di vite umane, ma proporzionata all’obiettivo di annientare le fonti del conflitto, distruggendo un’intera generazione di combattenti islamici anti-israeliani.
La reazione dell’Ucraina all’invasione russa, invece, non è stata altrettanto decisa, e certo non per volontà ucraina, ma per la desolante debolezza americana ed europea.
Mosca ha spaventato gli alleati occidentali abbaiando minacce nucleari, pantomima del ringhio di un cane prima di attaccare il suo avversario, ed è riuscita nel suo intento, quello di spaventare l’avversario (americani ed europei, non gli ucraini) impedendogli di reagire come avrebbe dovuto.

Un Occidente coraggioso avrebbe stabilito che le minacce russe mettevano a rischio la sicurezza dei paesi della Nato, ed avrebbe spedito i cacciabombardieri sui confini russo-ucraini a presidiare il territorio ucraino, pur senza sconfinare in territorio russo, mobilitando nel frattempo tutte le sue risorse militari, in una dimostrazione di forza che il Cremlino non avrebbe potuto ignorare, rifugiandosi nella propaganda da spargere ai quattro venti, ma senza muovere le sue forze militari verso il confine. La strategia della “guerra di trincea” fu fallimentare per gli americani in Vietnam, lo fu per i russi prima, e per gli americani poi, in Afghanistan, tutti conflitti risolti con un ritiro degli “aggressori” dal territorio contestato.

Anche la prima guerra del Golfo, contro l’Iraq di Saddam Hussein che aveva invaso il Kuwait, ebbe un successo parziale, liberando, si, il Kuwait, ma non rimuovendo la minaccia irachena, o supposta tale. Il conflitto in Libia, culminato con l’uccisione di Gheddafi, non portò alla risoluzione del problema libico, perché non rimosse il problema alla radice.
Queste “soluzioni di compromesso” all’interno di conflitti sanguinosi non hanno mai portato alla pace, perché mai risolutive. L’Europa dopo il 1945 rinacque perché il nazismo tedesco ed Hitler vennero annientati; se si fosse venuti a qualche forma di compromesso col nazi-fascismo oggi non saremmo quel che siamo diventati. Analogamente con il crollo dell’URSS: non aver approfittato della crisi del comunismo russo per denuclearizzare la Russia e per indurre con ogni mezzo lecito ed illecito un percorso diverso nella riconversione del paese ci ha condotto a Putin, alle sue guerre, in Cecenia prima ed in Ucraina adesso, ed alle altre che potrebbe accendere in futuro.

Io sono convinto che un attacco, o la reazione ad un attacco, DEBBA ESSERE LETALE, non debba lasciare all’avversario il tempo di reagire o contro reagire, pena il rovesciamento delle sorti del conflitto. Se qualcuno dovesse aggredirmi, la sorte non voglia, io non sono in grado di mettere in atto una scaramuccia difensiva: o riesco a mettere subito al tappeto l’avversario, in qualche modo, o vengo massacrato. Vale per me, vale per gli animali, vale per questo disgraziato pianeta umano sempre in guerra.

Ing. Franco Puglia

27 giugno 2024

UOMINI ED ANIMALI, VISTI ATTRAVERSO LA RELAZIONE COI CANI

Io amo da sempre gli animali, per istinto innato. Mi affascina il loro mondo, perché sconosciuto, perché diverso da quello umano, e mi affascina osservare i loro comportamenti, le similitudini con quelli umani, ed il comunicare con loro, quando è possibile. Come è ben comprensibile, questo tipo di osservazioni e di relazioni, più estese in un naturalista di professione, lo sono molto meno nella gente comune, che ha occasione di relazionarsi soltanto con pochi animali domestici, principalmente cani e gatti, e poi equini, bovini, ed altri animali da allevamento, ma questo riguarda già un numero più limitato di persone. La relazione con i cani è sempre stata per me fondamentale: li ho avvicinati senza paura sin dalla più tenera infanzia, sempre senza incidenti, con una cautela naturale che questi splendidi animali capiscono al volo. Non ho avuto molti cani “miei” nella vita: uno solo in gioventù, che ho amato come un figlio, ed uno adesso nell’età senile, verso il quale nutro un analogo affetto, ma mi sono relazionato con tanti cani, in forme diverse, più o meno estese. Gli animali NON sono tutti uguali, come non lo sono gli esseri umani.

Nel mondo animale le specie sono infinite, persino oltre la conoscenza degli specialisti, ed alcune specie sono troppo elementari per stabilire con loro una relazione, mentre altre consentono di sviluppare rapporti incredibili. Parliamo dei mammiferi, soprattutto, e dei predatori, in larga misura. I predatori hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione un’intelligenza palesemente superiore a quella degli erbivori. Il cibo degli erbivori è a portata di bocca, quello dei predatori no. Il predatore deve sviluppare strategie di caccia intelligenti, se vuole sopravvivere e riprodursi, mentre l’erbivoro deve soltanto sottrarsi alla caccia dei predatori, cosa non da poco, ma che richiede con ogni evidenza doti cognitive inferiori.
I soli predatori con i quali gli umani sono riusciti a stabilire un rapporto di reciproca comprensione e collaborazione sono i canidi, e molto meno i felini, limitatamente ai gatti. Lasciando da parte i lupi e canidi selvatici, con i quali mancano le opportunità di rapportarsi, i cani offrono un intero mondo da esplorare e comprendere. Sono animali dotati di straordinaria intelligenza, che uniscono a numerose doti istintive per noi sconosciute, come il fiuto ed il senso dell’orientamento. Sono animali molto emotivi, pronti all’entusiasmo come alla rabbia feroce. Hanno conservato l’istintivo anelito alla libertà, ma lo hanno condizionato al rapporto con gli umani per opportunismo: la maggiore facilità di procacciarsi cibo, un cibo non sempre tanto gradito, non sempre quello a cui sono biologicamente preparati, ma tollerabile. Ed insieme a questo una quantità di collaterali, tra cui un riparo sicuro, quale che sia, nella casa del padrone oppure in un rifugio allestito per loro, e non ultimo, per animali tanto emotivi, il rapporto affettivo con gli umani con cui si relazionano strettamente.

Gli umani cercano nel cane la stessa cosa che lui cerca in loro: una relazione affettiva.
Gli umani possono amare molte cose diverse: tra gli esseri viventi essenzialmente altri umani ed alcuni animali. Il cane è più semplice: la sua logica è razionale, molto più razionale di quella umana (vi sorprende?) perché è legata al mondo materiale, ai suoi bisogni, pochi ma irrinunciabili, alle cose con cui entra in contatto, alle azioni che subisce o agisce, alle interazioni fisiche col mondo esterno. Il cane non esprime un pensiero astratto, perché non ne ha bisogno, non è funzionale ad una qualsiasi cosa che gli sia utile.
I cani non hanno ideologie. Il cane si adatta rapidamente all’ambiente nel quale le circostanze lo portano a vivere: lo esplora, lo riconosce, lo cataloga, lo classifica, gli da una scala di valori, nell’ambito dei suoi interessi. Il cane è un animale autonomo, ma non solitario. E’ un animale di branco, perché questo sta scritto nel suo DNA, che lo descrive come un predatore, e la caccia per predazione è più efficace se condotta da più individui che esprimono una squadra solidale e ben governata.

Il cane NON è un animale democratico: riconosce l’autorità di un CAPO, e di uno solo, e si sottomette comunque a delle gerarchie nel branco, se di un branco fa parte.
Gli umani, per il cane, non sono diversi dai cani, e sono elementi che possono fare parte, oppure no, del suo branco. Eppure il cane sa perfettamente cosa siano i cani e cosa siano gli umani. Distingue perfettamente le due specie, e tutte le altre che incontra, di cui fa esperienza. Cerca di accoppiarsi per riproduzione con altri cani, non con altre specie, anche se talvolta alcune gestualità fanno pensare che non operi distinzioni, ma sono soltanto reazioni istintuali, con significati diversi: tra maschi esprimono dominanza, anche giocosa, ma mal tollerata spesso da chi la subisce, se non è un animale remissivo.
Con gli umani queste reazioni esprimono soltanto affetto verso il soggetto scelto, mescolando le pulsioni emotive con quelle biologiche, non diversamente dagli esseri umani tra loro, peraltro. Da buon predatore di branco il cane ha molto sviluppato l’istinto territoriale. Il territorio è fondamentale per tutti i predatori, è il territorio di caccia riservato al branco, e tutti gli altri predatori vanno tenuti ben lontani, anche con lo scontro fisico se serve. In questo riconosciamo molto bene anche i comportamenti umani, perché anche gli umani sono predatori, anzi, sono al vertice della catena alimentare fondata sulla predazione, che abbiamo trasformato costringendo altri animali in cattività, al solo scopo di farne cibo per noi, a loro insaputa. Senza dimenticare la caccia vera e propria, che ha ormai un ruolo marginale ma esiste ancora. Struttura gerarchica verticistica, territorio, istinto di branco, sono alla base dell’etica canina, la stessa dei lupi selvaggi, e ne descrivono il comportamento.
Il mondo dei cani è maschilista, come in genere accade sempre tra i mammiferi.
I maschi hanno la responsabilità principale nella predazione e nel controllo del territorio, mentre le femmine sono destinate alla riproduzione. Questo tra i lupi è rigoroso, mentre tra i cani persiste questa base istintuale, moderata dall’adattamento ad uno stile di vita diverso.
I maschi delimitano il loro territorio nelle passeggiate abituali, con schizzi di urina.
Questi odori si sovrappongono a quelli di altri maschi, o di femmine, e da questi ogni cane riconosce il passaggio di altri elementi del suo branco oppure no. Non essendo libero di spostarsi, in genere, si limita al riconoscimento, senza altre azioni possibili, ma se gli capita di incrociare un potenziale avversario, lo riconosce all’odore, e manifesta tutta la sua aggressiva ostilità.
I cani, in genere, non manifestano ostilità verso altri esseri umani che non siano il padrone oppure i suoi familiari ed amici. Tuttavia permane una certa diffidenza, diversa da cane a cane, e non è prudente avvicinare un cane senza aver valutato i suoi atteggiamenti nel corso dell’incontro. Il cane difende per istinto il suo conduttore, padrone o meno, e la sua percezione del pericolo potenziale è molto più sottile della nostra, anche se alcuni elementi possono essere comuni. Il cane riconosce un insieme di forme ed atteggiamenti che col tempo reputa “normali”, non pericolosi, ma se qualcosa esce dal seminato si allarma, e può reagire.
Il mio piccolo cane, Ciuffo, esprime la quintessenza del comportamento canino selvaggio, adattato al mondo degli umani, ma fortemente radicato nella sua natura primigenia.
E’ diffidente per principio, nei confronti di qualsiasi cosa: forme immobili, ma insolite, esseri umani in movimento, di più se in spazi angusti o non visibili di fronte, ma in arrivo alle spalle. Osservare i suoi comportamenti equivale ad osservare quelli di un lupo selvaggio: il lupo è un forte predatore ma non è immune al pericolo, e qualsiasi cosa può esprimere un pericolo. La cautela, quindi, è sempre d’obbligo.
Non tutti i cani sono come lui, per fortuna. Alcuni sono incredibilmente socievoli e sembrano non avere alcuna percezione del rischio, ma forse non è vero. Certamente sono meno ansiosi del mio Ciuffo, la cui formazione infantile, per almeno tutto il primo anno di vita, è stata quella di un animale selvaggio, più che domestico, anche se faceva parte, formalmente, di un nucleo familiare. Ma viveva in montagna, entro i confini di un orto da cui poteva evadere con assoluta facilità, ciò che faceva abitualmente, esplorando un mondo esterno anche pericoloso per lui, a cui non erano estranei neppure i veri lupi, che non avrebbero esitato un istante a trasformarlo nel loro pasto, avendone l’opportunità. Un mondo dove la NATURA ha ancora una sua forte capacità d’espressione, non solo per gli animali selvatici ma anche per il clima, talvolta severo, fatto di freddi inverni, di gelida neve, di rumorose tempeste. Questo ambiente ne ha formato il carattere, per sempre.

La convivenza con Ciuffo è un’esperienza di vita: dati i suoi precedenti è un cane che non si fa manipolare o corrompere, neppure col cibo, soprattutto adesso, visto che non lo tengo certo affamato. Indipendente quanto può esserlo, resistente all’obbedienza, per principio, salvo aderire a quello che gli si chiede, ma per sua autonoma scelta.
E’ un maschio al 100%, anche nell’odore, che si manifesta palesemente con le giovani femmine della sua specie, che ne vengono attratte, non meno di lui per loro, se giovani e non sterilizzate. Appare sempre pronto allo scontro con altri maschi, aggressivo, ma selettivo: valuta il loro odore ed il loro atteggiamento e reagisce in proporzione.
Così con gli umani: affettuoso con gli umani nella misura in cui questi sono disponibili ed affettuosi con lui, con una gradazione ben visibile che dipende dalla intensità e frequenza dei rapporti, ed una memoria da elefante per i rapporti passati più intensi, anche se ormai rarefatti. Quasi superfluo dire che il suo rapporto con me è simbiotico: lui sta dove sono io, ovunque io sia, in questo come molti altri cani. Ha imparato a sopportare le mie temporanee assenze, ma appare molto evidente la sua silenziosa sofferenza per il distacco, quando al mio rientro festeggia la mia rinnovata presenza con manifestazioni talvolta quasi isteriche.
Il suo rapporto con me dipende anche dal mio atteggiamento con lui: il mio modo di relazione con lui, come con altri cani in passato, è molto fisico, ed un cane si esprime essenzialmente col corpo, al quale si legano le sue manifestazioni emotive.
Si dice che il cane concentri la sua affezione sul padrone, su una sola persona, ed è generalmente vero, anche perché più spesso è una sola persona che si occupa in prevalenza di lui.

Il padrone esprima il suo “capo branco”, ma in merito a questo ho qualche dubbio, determinato dai comportamenti specifici del mio cane. I cani sono animali possessivi; contrariamente agli umani, possiedono ben poche cose: un osso, il proprio pasto, una palla … ma anche il loro “padrone”.
Col mio cane è lecita la domanda: appartiene lui a me o io appartengo a lui? E’ palesemente geloso di me, e non ammette che chiunque si avvicini troppo. Non è soltanto atteggiamento difensivo, ma reazione di gelosia, bisogno di affermare l’esclusività del suo possesso. Questo sentimento è comune nei cani, anche se non tutti lo esprimono in forme esasperate come il mio Ciuffo.

E veniamo al tema del linguaggio: il cane può esprimere diversi vocalizzi, ciascuno con un diverso significato. Famoso, tra questi, l’ululato dei lupi, presente anche nei cani, ma raramente. In una sola occasione sono riuscito a far riprodurre a Ciuffo un incredibile ululato, degno di un capo branco nella foresta. Non poter vocalizzare parole umane è da sempre il limite invalicabile del cane: gli manca solo la parola, si suole dire per apprezzarne il carattere e l’intelligenza. Non può parlare, ma ascoltare si, ed imparare il linguaggio in una forma abbastanza articolata, non soltanto quattro parole. Ed i comandi secchi, magari in tedesco, in voga tra alcuni istruttori canini decenni, sono quanto di più stupido si possa adottare con un cane. Questi animali capiscono benissimo anche un sussurro.
Non si sussurra solo ai cavalli ….

La capacità di apprendimento del linguaggio da parte dei cani non è stata, forse, abbastanza esplorata. Ci si limita alle poche cose che si vogliono da lui, e finisce li, e con questo finisce anche l’apprendimento. Il cane apprende, come un essere umano, e come gli umani, per apprendere, qualcuno deve insegnare. A latere, comunque, come i bambini negli umani, i cani apprendono anche inconsapevolmente, grazie al semplice ascolto.
Questo, tuttavia, vale per i cani “domestici”, non per i cani da cortile. Il contatto col linguaggio deve essere costante, quotidiano. Il cane apprende le parole verbalizzate dagli umani se queste si accompagnano ad elementi concreti, riconoscibili per il cane.
Se poi gli umani forzano queste correlazioni verbalizzando delle parole e mostrando delle cose, o dei gesti, delle azioni, il cane poco alla volta impara altre parole, sino a formare un proprio vocabolario umano. Io parlo al mio cane abitualmente, esprimendo anche cose che non può capire. Una sua particolarità è la mimica del muso, quando gli parlo, che esprime palesemente l’ascolto e la concentrazione per la comprensione di quanto viene verbalizzato. Piega il muso di lato, con una espressione inequivocabile, presente anche, talvolta, nella mimica facciale umana. Il rapporto verbale col cane è molto remunerativo per entrambi, perché consente al cane una forma avanzata di comunicazione col suo partner umano e consente all’umano di stabilire un rapporto facile, spontaneo, discorsivo, come se fosse rivolto ad un altro essere umano. La complessità sensoriale dell’animale consente al cane di fare una sintesi rapida di un insieme di informazioni trasmesse dal suo umano, verbalmente, espressivamente, gestualmente. Comunicare con i cani significa anche sapersi esprimere in queste forme differenti, separatamente o congiuntamente.
Col mio Ciuffo questa forma di comunicazione è molto avanzata, ed eccede spesso la mia stessa immaginazione. E’ molto gratificante per entrambi questa reciproca comprensione fatte di gesti semplici e di parole sommesse, anche se non sempre questo è sufficiente.

Ciuffo è un animale indipendente e molto volitivo, come ho già detto: significa che è sempre lui a scegliere cosa fare e non fare, e se c’è disaccordo sulla scelta, la sua prevale, e non c’è comando perentorio che tenga. Questo è indubbiamente un suo problema caratteriale che ne limita anche gli spazi di libertà, perché lo costringe sempre legato ad un guinzaglio, mentre con altri cani più collaborativi un comando vocale, magari con il giusto tono perentorio, si possono bloccare comportamenti non voluti e magari pericolosi dell’animale.

In questo i cani sono molto diversi tra loro, secondo l’indole, la razza, il percorso educativo infantile. Alcuni cani possono venire trasformati in vere e proprie estensioni del proprietario, eseguendo azioni a comando come se fossero dei robot, e divertendosi anche nel farlo, o almeno così si spera. Con il mio cane no: le sue reazioni sono incontrollabili, anche se l’animale è perfettamente consapevole del mio dissenso, ma su alcune scelte la sua volontà di azione è irrefrenabile. Questo lo rende un animale spesso scomodo, anche se lui compensa poi questa sua sregolatezza con i suoi tanti atteggiamenti gradevoli.
Ma lui resta lui, un animale non sottomesso, che collabora con me per affetto e per scelta, secondo le circostanze, ma non per imposizione. E pretende un assoluto rispetto della sua privacy in alcune operazioni di pulizia del suo corpo, senza mie interferenze, neppure verbali, a cui risponde facendo gli occhiacci e sollevando le labbra, anche se la sua minaccia resta puramente comunicativa e non la metterebbe mai in atto.

Cani ed umani, due mondi che si compenetrano tra loro, così diversi eppure così complementari, in cui ciascuno impara dall’altro, in un rapporto fondato sull’amore reciproco senza restrizioni.

Franco Puglia – 4 giugno 2024