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Informazioni su Ing. Franco Puglia

Ingegnere elettronico, imprenditore in pensione, ex dirigente locale di FARE per fermare il declino, oggi free lance e promotore di una politica ALTERNATIVA.

UNO SGUARDO D’INSIEME

L’Italia è un paese in cui i problemi sono tali e tanti che un libro non basta per riassumerli, eppure occorre individuare alcune macro aree di intervento capaci di imprimere una robusta sterzata a questo veicolo traballante, stracarico di esseri umani confusi, depressi e svagati al contempo, spesso rabbiosi, sempre scontenti, conflittuali oltre i limiti del possibile, individualisti e sbandati.
Occorre RAZIONALIZZARE il tutto, che è un insieme caotico sotto ogni aspetto.

Alcuni temi :

Il debito pubblico, il macigno che pesa sulla nostra credibilità come paese che possa contribuire a trainare l’Europa, invece di affondarla.
Quando un solo soggetto si indebita per far fronte alle esigenze di molti soggetti, questo diventa sempre meno credibilmente solvibile. Il medesimo debito, se suddiviso tra i tanti soggetti che ne beneficiano, si frantuma in una pluralità di debiti, alcuni più sostenibili altri meno, ma in un sistema in cui l’insolvenza di uno non rappresenta l’insolvenza del tutto.
Il debito pubblico statale va ripartito in larga misura tra i territori che, con le loro esigenze di spesa, hanno contribuito a produrlo. Come ? C’è un solo modo per farlo, gradualmente e con il minimo dei traumi : sospendere per sempre i trasferimenti statali alle amministrazioni territoriali, ridefinendo il perimetro dello Stato centrale ai soli compiti che lo Stato centrale non può delegare alla periferia, come la Giustizia, la Difesa militare, la Polizia di Stato, ed altro ancora.
L’importo complessivo dei trasferimenti sospesi DEVE essere immediatamente tradotto in defiscalizzazione delle imposte statali, IRPEF, in primo luogo, ed accise diverse, con una organica e radicale semplificazione del sistema fiscale, riducendo le fonti di entrata statale per coprire la sola spesa puramente statale ed una quota destinata ad abbattere il debito pubblico statale, vistosamente, visibilmente, anche se su un arco di tempo non breve, ma predeterminato.

Tutto questo implica una SERIA riforma costituzionale del Titolo V e la rifondazione della Terza Repubblica, se siamo nella seconda, su base federale.
Ed implica anche che i vari territori debbano imporre ai loro cittadini una fiscalità locale suppletiva, per fare fronte alla cessazione dei trasferimenti statali.
Le necessità di spesa locale dei territori sono diverse, in funzione della popolazione residente, e di innumerevoli altri fattori. Anche il reddito pro capite prodotto è diverso.
Questo fa presumere che la capacità contributiva dei cittadini nelle zone meno ricche del paese possa essere insufficiente per coprire le spese pubbliche locali.
Questa condizione presenta analogie con le differenze che esistono in ambito europeo tra i vari Stati, più ricchi e meno ricchi. In Europa tutti gli stati sopravvivono, chi meglio, chi peggio, chi con molti servizi pubblici, chi no, con condizioni reddituali molto diverse tra nord, sud ed est europeo.
Non per questo l’Unione Europea trasferisce fondi perequativi ai vari stati se non a fronte di precisi progetti di sostegno economico volti a favorire l’integrazione europea.
Analogo modello può essere attuato nei territori italiani : non trasferimenti “a la carte” ma soltanto a fronte di progetti di sviluppo infrastrutturale credibili e produttivi.

Ai fini di questa riflessione è irrilevante quali debbano essere i territori “autonomi” con governo locale distinto, se debbano coincidere con le attuali Regioni, con le vecchie Province o con territori diversamente delimitati. Ciascun territorio dovrà far fronte alle proprie necessità chiamando in causa i suoi cittadini, non tutto il paese, avvalendosi di risorse fiscali locali e di indebitamento a suo esclusivo carico e rischio, senza copertura statale. Ciascuno deve essere responsabile del suo.

La semplificazione amministrativa d’insieme ha come effetto immediato :

  • la ripartizione del “debito pubblico” più soggetti, quindi con riduzione del “rischio paese”.
  • la responsabilizzazione di enti locali e cittadini, che non possono più contare su aiuti esterni, se non circoscritti ad aree di intervento specifiche.
  • la concorrenza fiscale determinata dalle tasse locali in rapporto ai servizi offerti, che può indurre una riallocazione delle risorse produttive su base di convenienza.
  • un rimescolamento di carte anche nella composizione politica del paese, perché il peso della politica locale di maggior successo diventerebbe determinante nell’orientare anche quella nazionale.

La spesa pensionistica ed assistenziale

Si tratta di una delle voci più pesanti della spesa pubblica nazionale.
L’attuale struttura di INPS non è funzionale ad una sua razionalizzazione volta a raggiungere un equilibrio strutturale dei suoi conti. Occorre operare alcune distinzioni fondamentali e separare le diverse gestioni, più similmente a come era in passato :

  1. I lavoratori tutti del mondo delle imprese, siano essi lavoratori dipendenti o autonomi, agricoli, industriali o del terziario, sono i PRODUTTORI del reddito nazionale e la contribuzione previdenziale versata nel corso di anni di lavoro DEVE essere destinata a loro, ed a loro soltanto, con gestione separata.
  2. I lavoratori della Pubblica Amministrazione, il cui reddito proviene dai versamenti fiscali dei cittadini che producono reddito, debbono avere un trattamento previdenziale separato, come era in passato, con versamenti previdenziali destinati ad una sola cassa previdenziale statale, a prescindere dal fatto che il lavoratore sia dipendente dello Stato centrale o di una P.A. Locale.
  3. Tutti i trattamenti di tipo pensionistico non correlati a versamenti previdenziali del cittadino, debbono essere a carico di un terzo ente, che si occupi soltanto di trattamenti assistenziali, con oneri a carico dello Stato centrale. Io credo che tra gli oneri assistenziali debbano rientrare le indennità di disoccupazione, i contributi a sostegno degli incapienti, le pensioni di invalidità civile o a qualsiasi altro titolo, ecc.
  4. Le pensioni di reversibilità ai supersiti, che non corrispondono a versamenti previdenziali pagati di superstiti, debbono essere abolite, integrando se necessario il reddito dei superstiti come nei confronti di qualsiasi altro cittadino che ne abbia diritto.

Questa prima suddivisione è fondamentale, ma non basta :

a) Occorre limitare, progressivamente nel tempo, la quota di reddito destinata ai versamenti previdenziali obbligatori, in modo da ridurre il cosiddetto cuneo fiscale, senza eccedere in riduzione, ma mirando ad una pensione futura, calcolata secondo un algoritmo contributivo, che conduca ad un tetto massimo di pensione individuale per tutti.
Chiarisco : immaginando che tale tetto possa essere, ad esempio, 2000 € di pensione mensile netta, se il contribuente avesse un reddito superiore ai 3000 €/mensili verserebbe un’aliquota (quale che sia) calcolata su tale reddito, non su quello eccedente.
Se il contribuente volesse garantirsi un reddito futuro più elevato dovrebbe provvedere in via privatistica, con fondi pensioni privati, risparmio privato ed altro ancora.

b) Eliminazione della detraibilità dal reddito, ai fini fiscali, degli importi previdenziali versati, per la pensione pubblica o per fondi privati. Lo scopo è fare in modo che in futuro il pensionato possa liberamente disporre del suo reddito, senza ulteriori imposte sul reddito delle persone fisiche, libero quindi di trasferirsi anche all’estero senza che questo costituisca danno per l’erario italiano.

c) Pensione variabile, su base annua, con equilibrio strutturale tra entrate previdenziali ed uscite pensionistiche, per i contribuenti del settore privato, di cui ai punti 1 e 2.
Significa che, se la base lavorativa cresce, crescono i contributi e quindi il monte pensioni da distribuire; se scende anche le pensioni si riducono, adattandosi al ciclo economico.

NOTA : oggi i dipendenti della P.A. godono di un trattamento pensionistico medio pari al doppio del trattamento pensionistico medio dei lavoratori del settore privato.
Questo è dovuto al fatto che il livello professionale medio dei dipendenti della P.A. è forse più alto di quello del settore privato (ma non ci sono prove di questo) e forse anche le retribuzioni sono mediamente più elevate per una proliferazione dei ruoli dirigenziali.
La correzione di cui al punto a) precedente non impedisce i trattamenti retributivi smisurati nella P.A. ma limita almeno la pensione futura a carico dello Stato, grazie al limite superiore nel reddito su cui calcolare la contribuzione previdenziale, che per i dipendenti pubblici è quasi formale, oggi, (un giro conto) ma con una tale riforma costituzionale potrebbe diventare meno formale, grazie alla separazione fiscale tra enti territoriali e Stato federale.

Il punto 3 riguarda i trattamenti assistenziali nel loro insieme, una voce pesante della spesa pubblica, in un paese di vecchi, di emarginati dal tessuto produttivo, disoccupati o ridotti in povertà. Qui la materia diventa complessa e non posso entrare in dettaglio : mi limito a dire che la gestione di questo settore deve essere basata su :

  1. Accertamenti rigorosi, per scremare i soliti furbetti
  2. Trattamento economico distinto tra :
    a) disabili incapienti e non (cioè privi, oppure no, di patrimonio proprio o di rendite)
    b) incapienti temporanei (disoccupazione) o permanenti (superstiti, altro ..)

La Sanità pubblica

Altro grande capitolo della spesa pubblica, mangiatoia per molti, serbatoio di inefficienza in molti territori, con eccellenze in altri. Il sistema attuale, con il Servizio Sanitario Nazionale su base regionale, presenta vistose lacune di servizio e costi di gestione elevati.

I punti dolenti :

  1. Il ruolo del medico di base è sempre più lontano da quello che dovrebbe essere il ruolo di un medico nel rapporto con suoi pazienti, che sono troppi, non lasciano spazio ad un rapporto medico paziente serio ed approfondito, perché il tempo è troppo poco, demandano tutto a visite specialistiche, trasformando il medico di base in un burocrate prescrittore di ricette SSN.
  2. Le unità ospedaliere di pronto soccorso sono intasate da pazienti, molti dei quali potrebbero rivolgersi al proprio medico di base, se questo avesse conservato il ruolo e la professionalità che aveva in origine, alleggerendo il carico sulle strutture di pronto soccorso.
  3. I tempi di attesa per le prestazioni ospedaliere, visite ed esami, sono sempre eccessivi, utili soltanto per gli esami periodici, ma non per quelli derivanti da patologie contingenti.
  4. Questa situazione porta i pazienti a rivolgersi sempre di più a medici e strutture in regime privatistico, con costi elevati e senza neppure poter scaricare fiscalmente per intero la spesa sostenuta.
  5. La spesa per i farmaci e per le prestazioni ospedaliere, escludendo alcune categorie di cittadini per reddito, è coperta molto parzialmente dal SSN. I primi, invece, avvalendosi di esenzioni non sempre correttamente motivate, abusano spesso della loro posizione, grazie a medici compiacenti, anche se talvolta loro malgrado.

Oggi abbiamo strutture ospedaliere pubbliche e strutture ospedaliere private ma convenzionate con il SSN. Vien da chiedersi : non sarebbe più semplice, più razionale e più economico per tutti trasformare il SSN in un sistema di tipo assicurativo rivolto al singolo assistito, con convenzioni con tutte le strutture sanitarie territoriali e rimborso della spesa sanitaria del cittadino in analogia con quello che accade con le assicurazioni private ?

MA COS’E’ UNA CITTA’?

Questo è l’interrogativo a cui dovrebbe prima di tutto saper rispondere chi voglia pensare ad un Piano Generale del Territorio per una qualsiasi città del mondo. E poi anche, di conseguenza, a CHI serve, e per fare cosa ? E per rispondere a questa domanda occorre fare un viaggio nel tempo, a ritroso.

Il passato ci racconta molto sulla natura delle città e sulle funzioni che svolge, ed i bisogni a cui soddisfa: scopriamo che prima di tutto ha una funzione abitativa, per le persone, ed una funzione di garanzia di sicurezza. Un involucro protettivo, dalle intemperie, ma anche contro altre forze naturali, e contro gli uomini. Perciò : SICUREZZA PERSONALE.
E dove si colloca questo guscio protettivo che è la casa ? Accanto ad altre case, non lontano da queste. Perché ? Perché la difesa, insieme, è più facile.
Il passato ci racconta di città fortificate come di abitazioni fortificate (i castelli).

E cos’altro ? Ciò che serve per sopravvivere, i campi, gli animali domestici, le acque dei fiumi, o quelle del mare, la fauna da cacciare, in altre parole : CIBO.
La casa, la città, nei pressi delle fonti di sussistenza, acqua e cibo.
E cos’altro ? I commerci, gli scambi, la facilità nel procurarsi da altri quello che non puoi procurarti con le tue sole mani.
E nei territori abitati dagli uomini nascono molte città, o villaggi, funzionali al controllo di un TERRITORIO capace di produrre risorse economiche di sussistenza.
E nasce l’esigenza di comunicare tra le diverse città e villaggi, sempre a scopo commerciale, perché alcuni territori offrono risorse che altri non hanno.

Cosa è cambiato sino ai giorni nostri ? Nella sostanza poco; molto nella forma.
Cosa vogliono, oggi, gli esseri umani del 21° secolo ?
Una CASA, ieri come oggi ; un insieme vasto di edifici popolati, per ospitare la popolazione che produce cose che si possano scambiare, anche se non con tutti.
SICUREZZA, un ambiente che difenda da ogni forma di pericolo proveniente dall’esterno, ma anche dall’interno ; un luogo SICURO dove poter vivere, e fare figli, ieri come oggi.
Ed anche CIBO, cioè opportunità di svolgere un lavoro che produca reddito.
Ed anche MOBILITA’ , perché le città oggi sono anche molto estese, e gli scambi, di qualsiasi tipo, richiedono spostamenti fisici, di persone e merci.

Certo, oggi la realtà sociale è molto più complessa di quella dei secoli scorsi.
Alla città si chiede di offrire anche SVAGO, SPETTACOLO, quello che ieri erano le sagre paesane o le feste religiose. Nonostante i surrogati mediatici offerti dalla televisione e dalla Rete lo spettacolo fisico svolge ancora un ruolo di grande attrazione di massa, in campo sportivo (calcio), musicale, culturale.
I grandi cambiamenti epocali nella divisione internazionale del lavoro hanno allontanato dai centri urbani le grandi ma anche le piccole produzioni materiali non agricole.
La produzione agricola proviene da OVUNQUE nel mondo, ma sopravvive anche in contesti locali extraurbani, poco urbanizzati. Le città del 2021 ed anni a venire, conservano in parte il loro retaggio storico, urbanistico ed architettonico, assieme ad infrastrutture urbane più recenti, spesso completamente diverse. Ogni città ha una sua ANIMA, che dipende dal suo retaggio storico, sia sotto il profilo urbanistico ed architettonico che umano e culturale.
Ed è quest’anima che attira sia i residenti storici che i turisti.
Ma è un’anima che il tempo diluisce, inevitabilmente, per fare fronte ai bisogni primari di una popolazione crescente : casa, sicurezza, cibo, mobilità, reddito.

In un mondo complesso, conciliare tutti questi bisogni è cosa complessa.
Il tessuto sociale non è più omogeneo ed equamente distribuito come un tempo.
I nuclei familiari sono frammentati: la famiglia patriarcale non esiste più.
La popolazione anziana supera largamente quella più giovane.
Numerose diverse etnie popolano le città, con un apporto di culture diverse, abitudini diverse, che si integrano poco, anche quando si fanno sforzi in questa direzione.
Le fonti di produzione di reddito legate alla produzione di merci sono più o meno lontane dalle città; i cittadini lavoratori debbono spostarsi quotidianamente tra casa e lavoro, anche su lunghe distanze.
Le etnie simili tendono a concentrarsi nelle medesime aree del territorio urbano, creando enclavi culturali. L’offerta di lavoro all’interno della cerchia cittadina è molto ridotta, in rapporto alla popolazione residente, e si fonda essenzialmente sui commerci, grande e piccola distribuzione, sui servizi pubblici e privati, sanitari, amministrativi, in maniera limitata su spettacolo ed intrattenimento, e poi ancora assistenza domestica, ad anziani e non, ecc. La fascia di popolazione emarginata dalle fonti legali di reddito è crescente e la microcriminalità aumenta il disagio esistenziale dei cittadini, la loro insicurezza.
La mobilità dei cittadini è problematica, perché le distanze sono elevate e le vie di transito sono insuffcienti e lente in rapporto al traffico da smaltire, sia esso privato o pubblico.
I costi, anche per i bisogni essenziali, sono sproporzionati al reddito, per una vasta fascia della popolazione (non per tutti), e diventa difficile soddisfare i bisogni primari, tra cui la CASA, ma anche la SICUREZZA, compromessa da un vasto tessuto sociale marginalizzato, e trovare fonti di reddito quando il mondo della produzione prende altre strade, diventa spesso impossibile.

Immaginare un Piano Generale del Territorio per una qualsiasi città del pianeta significa promuovere lo sviluppo di un tessuto urbano che non frapponga ostacoli alle forze produttive, quelle di oggi e quelle di domani, impedendo tuttavia che interessi individuali e particolaristici possano stravolgere parti della città allontanando quelle aree dagli elementi di interesse collettivo. Elementi che sono, immutabilmente :

  • Disponibilità di alloggi economicamente accessibili alle diverse fasce della popolazione
  • Viabilità senza ostacoli, cioè vie di comunicazione, strade per gomma e strade ferrate, veloci, capillari, capaci di collegare velocemente ogni punto della città, ma anche i centri abitati più periferici, le altre città, vicine e lontane, anche in altri paesi del mondo.
  • Punti di accesso ai servizi fondamentali, sanitari, alimentari, tecnici.
  • Luoghi d’incontro, di socializzazione, di alimentazione del tessuto sociale, come furono tradizionalmente le piazze, ma anche luoghi d’incontro a carattere sportivo, ludico, culturale

E tutto questo si deve sviluppare a partire da ciò che esiste, perché le città non si possono radere al suolo e ricostruire, e se anche si potesse andrebbe persa la loro anima, e con questa il senso stesso del viverci.
Molti discorsi in tema di urbanistica che ho ascoltato sono fondati sul nulla cosmico.
L’urbanistica si fa con il metro rigido in mano, con gli scarponi nella palta e con gli occhi bene aperti sulle grandi direttrici abitative e viabilistiche della città, per ampliarle, per rimuovere gli ostacoli, per rendere intercomunicanti vasi abitativi spesso isolati, per destrutturare i ghetti, per limitare le necessità, ineliminabili, del trasporto individuale, grazie alla convenienza di un sistema di trasporti collettivi capillare e veloce, senza creare regole rigide, perché il territorio deve essere elastico, flessibile, adattabile ai cambiamenti imposti dal suo tempo, e lo sviluppo locale deve essere un prodotto di sintesi tra interessi privati, interessi dei residenti, visione d’insieme della P.A. locale.
Ogni caso è a se stante, e non può obbedire a regole generali.
Comanda il quartiere, non il sindaco, ma la città nel suo insieme comanda sul quartiere.
La gente, la massa, è spesso stupida, disinteressata, ma sa anche esprimere competenze, capacità di visione d’insieme, idee che sanno andare oltre i limiti della visione di uno specialista.

Ho vissuto a Milano sin dalla mia più tenera infanzia, quasi ininterrottamente, e la ho vista crescere, caoticamente, con un peggioramento progressivo della qualità della vita dei suoi abitanti, per certi aspetti, anche se non per altri, perché la deindustrializzazione ha liberato Milano dai suoi aspetti più deteriori, come le vie d’acqua ridotte a fogne a cielo aperto ed i quartieri industriali degni di foto d’epoca, per mostrare quanto degradata potesse essere la vita nei quartieri operai. Per non parlare dell’aria, che era “veramente” irrespirabile nelle nebbiose giornate invernali.

Poi Milano ha attraversato un periodo, breve, di relativa crescita civile, pur con la riduzione del tessuto industriale, ma è durata poco : la perdita di posti di lavoro, generalizzata, ha fatto affluire in città nuovi poveri, e le ondate migratorie hanno fatto il resto. Oggi interi quartieri di Milano sono diventati degradati, pericolosi, persino fuori controllo dalle forze dell’ordine.
Qui la funzione della città è stata annientata : il binomio CASA+SICUREZZA si è infranto.
La Politica parla delle periferie, ma non sa come affrontarle; parla di creazione di posti di lavoro, ma non è il suo compito, ed il farlo non è in suo potere.

Le soluzioni non sono a portata di mano, ma passano attraverso le stesse definizioni dei bisogni primari : CASA, SICUREZZA, VIABILITA’, LUOGHI DI SOCIALIZZAZIONE, SERVIZI ESSENZIALI FUNZIONANTI.
Il lavoro forse verrà, forse no. Lo stimolo all’economia dipende anche da leggi nazionali, dalla collocazione internazionale dell’Italia, nell’Europa e nel mondo.
Non riguarda l’urbanistica ed il PGT : questo deve soltanto rimuovere ostacoli, facilitare il VIVERE LA CITTA’, rendendola attraente sotto ogni profilo : turistico, residenziale, lavorativo e della mobilità locale ed a lunga distanza (collegamenti rapidi e frequenti su gomma o rotaia con altre città, ma anche mobilità individuale su gomma).

Nella gradevolezza del vivere in una città rientra anche l’aspetto del VERDE PUBBLICO, che non va mitizzato, perché un parco pubblico non potrà mai sostituire un ambiente naturale non antropizzato, ma va collocato come gradevole complemento e spazio arioso tra gli edifici, senza dimenticare che, purtroppo, ogni spazio aperto è potenzialmente insicuro, perchè pensare di azzerare la microcriminalità urbana è utopia. E nella gradevolezza del vivere rientra anche l’aspetto delle strade della città, perché strade e piazze sono le arterie di un corpo urbano vivo, in cui deve scorrere il sangue (la circolazione pubblica e privata) ma senza trombosi, senza placche arteriose da veicoli in sosta permanente.
Ma per ottenere questo occorre predisporre spazi per accogliere tutti questi automezzi, che non si possono ragionevolmente far sparire, perché va ricordato che l’intera nostra moderna civiltà è nata e cresciuta sulla nostra capacità individuale di mobilità, e se oggi volessimo azzerarla, spariremmo con essa. Non voglio neppure pensare ad un essere umano confinato nella sua abitazione, dedicato al telelavoro, alimentato dalle consegne alimentari veloci di Amazon, dedito allo shopping in rete ed all’autoerotismo digitale.

Perciò occorre passere dalle idee astratte e scorrelate dalla realtà ad un’ideazione creativa misurata sul reale, sulla città che c’è, sui bisogni essenziali della gente, rimuovendo ostacoli, liberando la forza della gente, il suo bisogno di vivere, di crescere, di prosperare.

Ing. Franco Puglia