IL LOCKDOWN DEL TEMPO LIBERO

Roma, al centro commerciale folla di ragazzi per la youtuber Greta Menchi -  Roma - la Repubblica

Il nuovo DPCM del Governo si rivolge a tutte quelle attività che, a loro modo, sono collegate all’impiego del tempo libero, sia in termini qualitativi che di allocazione temporale: chiusura dopo le ore 18, cioè le ore serali; chiusura dei locali che, per loro natura, assembrano persone in spazi chiusi, quindi cinema, teatri, palestre, ristoranti e bar, e via dicendo.
Questa strategia di contenimento del contagio da SARS-COV-2 è molto impopolare, ma non irragionevole: mette, ovviamente, in crisi settori economici di rilievo, ma NON essenziali per la vita delle persone, anche se una vita con un tempo libero dal lavoro che sia privo di contenuti è davvero una ben misera vita. Ma ci sono contenuti e contenuti, e dimensione delle strutture destinate all’impiego di questo tempo libero.

Ritornando al passato, un passato non così remoto, ritrovo solo in parte la presenza di queste strutture, e certamente in numero molto limitato, e con frequentazione molto limitata: c’erano i cinema, molto frequentati, pochi teatri, rare palestre, molte trattorie e bar, ma con frequentazione limitata, perché le tasche non erano colme, per non parlare di impianti di risalita per lo sci (un tempo assenti) e di tutto quello che si muove dietro a questo. Discoteche? C’era qualche “balera”. Movida? Sconosciuta.

Era forse squallida la nostra vita e quella dei giovani di allora, e delle generazioni dei secoli scorsi? NO, ma era certamente una vita diversa. Auspico che si ritorni a quel tempo? No, ma un ridimensionamento lo auspico, e lo ho sempre auspicato, anche prima del Covid.

Perché? Perché siamo gradualmente scivolati nella SOCIETA’ DEL CAZZEGGIO, una dimensione sociale vuota, priva di contenuti umani, dove la comunicazione reciproca è fondata sul nulla. Il cazzeggio è sempre esistito, ed ha anche una sua funzione di alleggerimento delle preoccupazioni della vita, uno sfogo nella risata, nella facile battuta, nell’allontanamento dagli argomenti SERI con i quali ci si deve comunque confrontare, in un m odo o nell’altro. Il cazzeggio, però, ha trovato un potente impulso nello spettacolo televisivo, da quando la TV è diventata il riempitivo del tempo libero serale degli italiani, e credo anche altrove nel mondo, prima che venisse inventata la movida serale.

Gli spettacoli televisivi del tardo ‘900 erano ancora “spettacoli”, nel senso originario del termine; a questi si sono aggiunte altre forme di spettacolo fondate sulla stimolazione delle pulsioni meno nobili degli esseri umani, come il voyeurismo delle vite altrui, “grande fratello” in testa, innescando un meccanismo di proiezione psicologica in cui gli spettatori finiscono di essere interpreti di una LORO VITA, per diventare spettatori e partecipi delle vite, spesso ipotetiche, degli altri. In questo anche i grandi centri commerciali come le vie dello shopping hanno una loro funzione: masse di persone che si accalcano, non per comprare qualcosa (una percentuale bassa in rapporto ai visitatori) ma per guardare, per passare il tempo, perché diversamente non saprebbero cosa fare, eppure abbiamo un’infinità di cose più stimolanti ed utili a cui dedicare il nostro tempo.

Ed anche nella vita normale, negli incontri con gli amici, parlare di cose serie annoia, anche perché i più sono incapaci di dire, forse anche di pensare, a qualcosa che non sia la battuta, il pettegolezzo, lo stimolo alla risata, ecc. E per questo tipo di comunicazione serve il bar, il ristorante, certo non la sala conferenze o altri luoghi d’incontro. Oltre al cazzeggio si è sviluppata la cultura del corpo, con la proliferazione delle palestre piccole e grandi, perché la bellezza del corpo, oggi, è diventata il valore predominante, visto che il cervello è stato spedito all’ammasso.

Questo cambiamento culturale è fondato sull’esistenza di una SOCIETA’ DI MASSA, in cui i comportamenti sono stereotipati, eterodiretti, economicamente produttivi, ma, purtroppo, fondati sull’assembramento delle persone, cioè sul fattore di rischio più elevato che si conosca per la propagazione delle malattie infettive di ogni genere. Malattie che hanno afflitto anche le società del passato, con esplosioni epidemiche anche devastanti, che hanno tenuto sotto controllo lo sviluppo demografico, assieme a fame e guerre.

Ed ecco che scoppia la pandemia di Covid, e tutto viene rimesso in discussione.
Il modello di sviluppo naufraga sugli scogli del contagio, delle generazioni più anziane falcidiate, dei giovani messi sotto accusa per la loro mobilità ed incosciente attitudine a riunirsi in branchi. Questa grande conquista umana, quella di un “tempo libero” che nei secoli scorsi era quasi inesistente per la maggior parte della popolazione, TUTTA ATTIVA, a qualsiasi età, in assenza di tutele sociali e di debito pubblico volto a sostenerle, entra in crisi, viene messa in discussione, dimostra di essere un pericolo sociale, e viene incriminata.

Tutto il male non vien per nuocere, dice un antico adagio, e questo potrebbe essere il caso. Questo modello di vita non è il solo possibile e, ad esempio, non è mai stato il mio.

Per ora il DPCM non impedisce gli spostamenti inter-cittadini ed inter-regionali, anche se, ovviamente, li sconsiglia. Gli spostamenti a carattere culturale, per scoprire ciò che non si conosce, al di fuori delle classiche quattro mura, se avviene all’aperto, in ambito familiare ristretto e controllato, offre un rischio minimo di contagio, da questa come da altre patologie. Abbandonare almeno un poco il mondo dello spettacolo, per ritornare ad attività che impegnino di più il cervello, come la lettura, lo studio, gli approfondimenti di ciò che può incuriosire, sono un modo produttivo di spendere il proprio tempo libero. E le palestre sono il luogo peggiore possibile per dare armonia al corpo, che è stato costruito per la vita all’aria aperta, camminando, correndo, e magari anche facendo ginnastica a corpo libero in assenza di musiche martellanti e pseudo corsi di formazione.

Insomma, un lockdown delle moderne strutture per il tempo libero è un grave danno per molti operatori economici, che potrebbero anche chiudere i battenti, ma rappresenta un’occasione di rinascita culturale, sociale e civile grazie ad un radicale cambiamento delle abitudini di vita, imposto dalle circostanze.

Tutto il male non vien per nuocere.

Ing. Franco Puglia

25 Ottobre 2020

IL DIRITTO DI PROPRIETA’ AI GIORNI NOSTRI


Sembra inutile affrontare una riflessione su questo tema ai giorni nostri, eppure non lo è. La contrapposizione tra il diritto di proprietà e, addirittura, la sua abolizione, ha caratterizzato il conflitto tra capitalismo e comunismo del ‘900, e non si tratta, anche oggi, di un conflitto interamente risolto.

Il pensiero liberale è caratterizzato da un atteggiamento di quasi sacralità nei confronti del diritto alla proprietà privata, che può arrivare, nelle frange liberiste più estreme alla negazione stessa dello STATO, inteso come antitesi della libertà individuale assoluta, fondata sulla proprietà privata.

Viceversa, gli statalisti, oggi neppure più comunisti, tendono a concentrare nello Stato tutte le proprietà, assegnando al cittadino un ruolo di sudditanza che assimila la società umana a quella delle api, dimenticando che non siamo insetti.

Senza voler neppure tentare di formulare una rievocazione storica della proprietà nel corso della storia umana, possiamo soltanto dire che la società umana primitiva nasce in assenza del concetto stesso di proprietà, perché l’uomo primitivo aveva ben poco da possedere, salvo la propria vita, ma sviluppa presto il concetto di possesso dei pochi strumenti primitivi di cui cominciava a dotarsi, del cibo che riusciva a procurarsi e del rifugio che era riuscito a trovare o a costruire con le proprie mani. Ma lo sviluppo porta rapidamente gli esseri umani ad estendere il possesso delle cose, ed a concentrarlo grazie allo sfruttamento del lavoro di altri esseri umani ottenuto con l’uso della forza.

Così, se le prime società tribali possono essere vagamente assimilate ad un mondo “socialista”, quelle più evolute assumono un stampo sempre più “capitalista”, con la formazione dei REGNI ed il possesso concentrato della maggior parte dei beni di qualche valore che via via venivano prodotti.

Ed abbiamo tracce storiche imponenti della concentrazione di ricchezza PRIVATA delle società antiche, partendo dall’antico Egitto, e proseguendo poi con Roma, in Europa, e con le civiltà dell’estremo Oriente.
Nel corso dei secoli assistiamo allo sviluppo europeo di stati e staterelli, caratterizzati dal possesso esteso delle TERRE, conquistate con la forza da parte di NOBILI o assegnate ai nobili dai regnanti del momento. Il latifondo, unica fonte, agricola, di ricchezza del tempo, sopravvive sin quasi ai giorni nostri, e la sua frammentazione inizia forse con la rivoluzione francese, per poi proseguire nel tempo, in un mondo che, nel frattempo, mutava con la rivoluzione industriale.

Così arriviamo ai giorni nostri, in un mondo in cui i regnanti conservano, dove ci sono ancora, un ruolo meramente formale, dove gli STATI detengono la sovranità sul territorio che governano, dove il latifondo è sempre più raro, dove il peso dell’agricoltura è sempre più modesto, dove il peso dell’attività industriale è stato predominante, ma adesso viene soppiantato dal peso preponderante della finanza e della distribuzione e comunicazione.
Pensare che all’interno di tutti questi cambiamenti i concetti di proprietà è di stato possano restare immutati mi pare puerile.

Se il latifondo è quasi scomparso, questo è stato sostituito da colossi multinazionali che controllano ingenti risorse che riguardano aspetti oggi essenziali, irrinunciabili e fondativi del nostro mondo, come l’informatica (Microsoft, Apple), i “socials “FaceBook, twitter, ecc), la distribuzione (Amazon), ecc, senza contare i colossi del mondo industriale che hanno da tempo caratteristiche sovranazionali, e riguardano il mondo della finanza, bancaria e non, dell’automobile, della chimica, della farmaceutica, dell’energia, dei fertilizzanti, e via discorrendo.

In un’ottica moderna questi colossi esprimono dei veri e propri REGNI che non operano su territori fisici ma su territori virtuali, governando le risorse delle quali vivono 7,7 miliardi di individui sul pianeta. E tuttavia si conservano gli STATI territoriali, in conflitto latente con questi stati NON territoriali, a cui non riescono facilmente ad imporre la loro sovranità, per esempio sul piano fiscale.

Questa breve panoramica di un percorso che va dalla semplicità estrema alla complessità estrema dovrebbe far percepire come i nostri sistemi di valori siano TUTTI necessariamente obsoleti.

L’umanità non riesce più a governare questa complessità e non riesce ad evitare i conflitti, sia interni ai territori che esterni, siano essi puramente economici oppure armati.

In un tale scenario la frattura storica tra capitalismo e comunismo appare davvero puerile, eppure sussiste, e naturalmente non offre alcuno sbocco di crescita civile possibile.

Dobbiamo ritornare alle origini, alle finalità di tutto quello che ci circonda, per rifondare un modello sociale che sia utile alle nostre finalità, e che si collochi in questo mondo, non in quello ormai scomparso. Quindi dobbiamo rimettere in evidenza i capisaldi del nostro vivere, che potremmo schematizzare in poche parole:
– Libertà di scelta e di movimento, condizionata soltanto dal conflitto potenziale con quella altrui
– Necessità di disporre di beni materiali nella misura necessaria al nostro benessere
– Dovere di auto sostentamento e diritto al conseguente esercizio di attività di produzione di reddito
– Diritto al possesso di un territorio in cui poterci esprimere senza interferenze di terzi
– Sicurezza dalle aggressioni, da qualsiasi fonte provengano
In fondo si tratta di bisogni essenziali che parrebbe facile poter soddisfare, ma non è così.

Il conflitto nasce dalla AVIDITA’ pressoché illimitata insita nella natura umana, che ci porta ad espandere senza alcun limite il nostro BISOGNO DI POSSESSO, di qualsiasi cosa si tratti: territori o cose, e persino altri esseri umani. E’ lo stesso bisogno che determina la formazione di condizioni monopolistiche di mercato partendo da una condizione di concorrenza: l’iniziativa privata in regime di concorrenza cerca di eliminare ogni concorrenza, per operare indisturbata nel suo mercato.

Questo bisogno di crescita anche megalomane è un potente MOTORE di sviluppo, in assenza del quale non c’è sviluppo, ma come tutti i fattori di crescita incontrollata può anche diventare una specie di TUMORE sociale, che uccide l’organismo che lo ospita.

Tutti questi elementi, sempre più distorsivi, sono stati enfatizzati a dismisura dalla GLOBALIZZAZIONE, sia dei mercati, cioè degli scambi di merci, che della circolazione delle persone, con le nuove spinte migratorie e, oggi, persino dalle diffusioni virali pandemiche.

La presenza di grandi capitali in cerca di collocazione determina nuove spinte “imperialistiche”, per usare un termine caro ai vecchi comunisti, perché la loro concentrazione e la presenza di aree depresse del pianeta, Africa in particolare, ma anche il Sud America si presta allo scopo, consento di COMPERARE con il denaro quello che un tempo si conquistava con le armi.

Perché spargere sangue, perché rischiare anche la sconfitta, quando si può COMPRARE un territorio con tutto quel che contiene, o quasi? Mi pare che la Cina, in Africa, abbia fatto o stia facendo qualcosa di simile, seguendo l’esempio degli USA altrove nel mondo, nel corso del ‘900, e degli europei prima di loro.

Ecco che, a questo punto, RIPENSARE IL CONCETTO DI PROPRIETA’, ed anche a quello di SOVRANITA’ in chiave territoriale appare un’esigenza crescente. Non mi pare tollerabile che il denaro possa comperare tutto, tenuto anche conto del fatto che la sua provenienza non è neppure sempre lecita, come non lo era in passato l’uso delle armi.

La formazione di ricchezza, oltre che essere una aspirazione personale irrinunciabile, è un motore di sviluppo potente ed insostituibile, ma è anche vero che l’eccesso di ricchezza induce alla formazione di posizioni di potere socialmente inaccettabili, non soltanto perché stridono con la totale assenza di potere e di ricchezza di intere popolazioni, ma perché sono foriere di conflitti e di fenomeni atti a compromettere lo sviluppo.
In Europa i vecchi STATI ottocenteschi sono un freno allo sviluppo armonico del continente, sotto ogni aspetto, e la compressione delle autonomia territoriali su base più locale riduce gli spazi di libertà e lo stesso sviluppo economico. Al contempo il predominio dei grandi gruppi economici strangola lo sviluppo di attività private in quei settori economici, e quindi compromette il mercato.

Occorre restituire agli individui spazi esistenziali di manovra e di libertà che stanno scomparendo gradualmente ed irreversibilmente, mentre compaiono nuove tentazioni autoritarie ed autocratiche, in un clima di crescente paura e sottomissione, determinato dalla pandemia virale che ha fatto da detonatore ad una crisi economica mondiale di proporzioni mai viste, di cui ancora non abbiamo consapevolezza, ma che misureremo molto presto.
E di fronte a queste catastrofi, a cui non sono neppure estranee quelle climatiche sparse, appariamo totalmente impreparati, anche sotto il profilo dell’immaginazione, che parte dalla comprensione della realtà per sviluppare una progettualità nuova, capace di produrre una nuova evoluzione.

Ing. Franco Puglia – 6 Agosto 2020