IL DILEMMA ENERGETICO


Vladimir Putin, in una delle sue ultime esternazioni pubbliche, ha detto che l’Europa non può fare a meno del gas russo.
Forse ha ragione; per una volta ha detto una verità, per quanto opinabile. Ed ha detto una verità pericolosa per lui, perché se fosse vero, significherebbe che tra le opzioni europee deve anche esserci la distruzione di “questa” Russia per costruirne una diversa, compatibile con l’Europa e con lo scambio delle reciproche risorse.
Ma cosa significa esattamente dire che non possiamo fare a meno del gas russo? Significa che i fornitori alternativi sono poco affidabili, quanto i russi, o troppo costosi per sostenere un’economia di livello occidentale su costi troppo alti delle materie prime.

Il problema è a monte, e dipende dai nostri consumi di combustibili, dal nostro modello energivoro di economia, forse ormai irrinunciabile, ma se la materia prima viene a mancare … In passato lo scenario di un mondo privo di combustibili fossili era stato avanzato sulla scorta di un esaurimento previsto di tali risorse, che non si è verificato secondo le previsioni, ma che resta sullo sfondo, perché nulla dura eterno e niente è inesauribile. I nemici giurati dei petrolieri, che avevano stimolato l’affacciarsi di questo scenario preoccupante, sono i medesimi che, in seguito, hanno promosso lo sviluppo delle cosiddette energie rinnovabili o alternative, in sostituzione dell’impiego dei combustibili fossili.

Messe da parte le favole, questo sviluppo ha significato una grande proliferazione di pannelli solari e di pale eoliche, perché queste sono, in concreto, le sole tecnologie sfruttabili al momento.
L’energia idroelettrica è la migliore immaginabile, ma c’è un limite insuperabile, ormai ampiamente superato, alla costruzione di bacini idroelettrici di raccolta delle acque, da convogliate in turbine situate a quote inferiori.
Quanto al nucleare, la fusione controllata dell’idrogeno è ancora un sogno nel cassetto, ed il nucleare convenzionale presenta i problemi di sicurezza che conosciamo, e che non voglio certo esaminare in questa sede. Poi, certo, si può produrre energia in infiniti modi, anche pedalando per far girare un alternatore, ma si tratta sempre di sistemi suscettibili di produrre una frazione del fabbisogno energetico complessivo.

Gli ecologisti delle energie rinnovabili, adesso, hanno ricevuto un sonoro ceffone: senza gas russo, o equivalente, siamo a terra, si fermano le fabbriche e restiamo al freddo in inverno.
Eliminare carbone e petrolio (in buona parte) è stato “facile”, sino a quando c’era l’alternativa del gas naturale, che NON è ecologica, ma è meglio dei combustibili solidi o liquidi. Così, con le chiappe coperte dalle forniture di gas abbiamo potuto blaterare di ecologia, di fonti alternative e rinnovabili, ecc, ecc. Ma adesso, all’improvviso, il didietro resta scoperto ed esposto alle intemperie, e non solo…

La VERITA’ resta quella di sempre: siamo TROPPI sul pianeta, e da quando se ne parlava la popolazione mondiale è più che triplicata, e consumiamo troppa energia. La domanda di energia cresce con lo sviluppo economico dei popoli, e noi popoli sviluppati spingiamo sul loro sviluppo perché abbiamo bisogni di sbocchi di mercato per le nostre produzioni, oppure abbiamo bisogno di far produrre altrove, a costi più bassi, quello che consumiamo. Non serve un’intelligenza superiore per capire che un tale modello, se funziona, se non incontra inciampi sul suo cammino, è auto distruttivo.
Il conflitto in Ucraina, con la crisi energetica che ha prodotto, innestata su un caro prezzi conseguente alla ripresa dei consumi energetici dopo la pausa Covid, ci mette di fronte alla realtà brutale delle nostre contraddizioni, e ci costringe, volenti o nolenti, ad un ripensamento globale.
Non solo: rinunciare al gas, ha rimesso in gioco pesantemente sia il nucleare, aborrito dagli ecologisti, almeno in passato, ma adesso riconsiderato da qualcuno, ma anche carbone e petrolio, più facili da reperire da fonti diverse, più facili da trasportare, o almeno a costi inferiori.

E dove va a finire tutta la politica “green”, con le città percorse a piedi o in bicicletta per non inquinare, ma con le centrali che riprendono a bruciare carbone e petrolio a manetta? Va a finire dove doveva: nel cestino, o perlomeno in frigorifero, in attesa di tempi migliori.
Ho detto che occorre un ripensamento globale; per metterlo in atto è utile distinguere alcuni elementi di una tale riflessione.

1. La “dipendenza” energetica da terzi, per una comunità umana, è molto pericolosa. Immaginare un futuro di pace incontrastata e perenne, con scambi economici sereni ed equi, va oltre la fantasia. Quindi l’autonomia energetica diventa una questione strategica, ma le fonti di energia sono più spesso esterne al territorio della comunità, e allora?

2. Una “comunità umana” non è necessariamente coincidente con una entità statale. Occorre ripensare, in chiave di attualità, allo stile di vita delle piccole comunità umane del passato, quelle del mondo agricolo, dove tutte le risorse, alimentari ed energetiche, provenivano dal territorio dei residenti. La nostra comunità umana è sempre meno improntata al mondo agricolo; questo dispone di maggiori opzioni per l’autosufficienza alimentare ed energetica; le città invece no. Un primo passo potrebbe essere cercare di spostarci verso una tale condizione, con risorse energetiche diverse in funzione della collocazione geografica della città.

3. Alcune forme di energia non sono frazionabili: tipicamente il gas e l’elettricità, che non si possono versare in un contenitore, ma si distribuiscono in reti. Qui sta il problema maggiore: la fonte di energia è esterna al territorio. Ecco che, infatti, il nostro gas naturale proviene da Russia, Azerbaigian, Algeria, Libia, ecc, attraverso gasdotti di lunghezza incredibile, fragili infrastrutture che anche un terrorista potrebbe mettere fuori uso. E vale anche per l’energia elettrica, che proviene dal territorio nazionale ma anche da Francia, Svizzera, e paesi confinanti in genere, i quali, a loro volta, possono farla arrivare da altri paesi a loro confinanti. Queste fonti di energia NON dovrebbero avere un peso strategico, ma integrare una base strategica nazionale.

4. La RETE di distribuzione di gas ed elettricità disegna un mondo globalizzato e privo di confini, fondato sulla sicurezza della sua rete di distribuzione e della stabilità politica dei territori da cui nasce o che attraversa. Le crisi politiche di questi anni, di cui quella ucraina è soltanto l’ultima della serie, hanno distrutto questo modello, almeno nella sua certezza di stabilità.

5. Le “isole territoriali”: da queste considerazioni emerge che il nuovo modello di sviluppo a massima autonomia energetica dovrebbe essere fondato su isole territoriali, viste sotto il profilo energetico, capaci di sfruttare risorse energetiche proprie, presenti sul territorio (acque, gas, solare, eolico, carbone, petrolio, nucleare) con restrizioni al consumo di tali risorse, se non rinnovabili, ed alla vendita di energia all’esterno, stimolando i territori limitrofi a perseguire una analoga politica di autosufficienza.
Gli ecologisti “green” si sono mossi su questo terreno in maniera fantasiosa quanto destrutturata, immaginando anche un’autonomia energetica dei singoli edifici, tappezzati di pannelli solari, magari con pale eoliche sul tetto. Senza eccedere in questo modo, tuttavia, la creazione di punti di produzione energetica di quartiere potrebbe essere una prospettiva, ma implica cambiamenti strutturali imponenti.

6. L’elettricità non si trova “in natura” ma è una forma di energia secondaria ad una spesa energetica da una fonte diversa: idrocarburi, solare, vento, energia meccanica (acqua).
Quindi l’energia elettrica si può produrre localmente a potenza ridotta, spendendo energia primaria a potenza ridotta.
L’energia primaria “ideale” sotto il profilo della diversificazione delle fonti di approvvigionamento è costituita da carbone, petrolio, uranio (ma questo non è user friendly come i fossili …).
Bruciare carbone e petrolio (ma anche legna e derivati) è “inquinante”, ma lo è se si usano le tecnologie di sfruttamento tradizionali più semplici. Con tecnologie più moderne e meno caserecce è possibile filtrare i prodotti gassosi della combustione reimmettendo in atmosfera aria pulita.
Esiste, in realtà, un solo ostacolo: il MITO della CO2 ad effetto serra, il gas “letale per il clima”, ritenuto responsabile del riscaldamento planetario globale.
Infatti la combustione degli idrocarburi deve necessariamente avere la CO2 come prodotto finale del processo di combustione, pur abbattendo ogni altro inquinante.
Dovremmo smetterla di considerare la CO2 come causa determinante del riscaldamento atmosferico, riflettendo invece sul fatto che, semmai, è il nostro consumo energetico complessivo che riscalda l’atmosfera, quale che ne sia la fonte, visto che tutte le forme di energia degradano in calore e di questo calore il 70% circa resta in atmosfera, mentre il 30% viene disperso nello spazio, né più né meno di quello che riceviamo dal sole.
Allora, se decidessimo di abbandonare una volta per tutte il mito della CO2, che per motivi scientificamente non confutabili, se non da studiosi in malafede ed in conflitto di interesse, non costituisce un problema, potremmo affrontare la questione in un’ottica radicalmente diversa.

7. Il “ciclo del carbonio” è la fonte della sopravvivenza della vita sulla terra: si esprime attraverso l’assorbimento di CO2 ambientale da parte del mondo vegetale, che la trasforma in massa lignea, la quale, in seguito, per combustione, ritorna allo stato di CO2 oppure, per marcescenza, si trasforma in carbone, petrolio o metano.
Il nostro problema in merito all’impiego di questo ciclo per lo sfruttamento energetico è essenzialmente legato ai nostri consumi complessivi, con una prospettiva di esaurimento di queste fonti che, tuttavia, sono “rinnovabili”, se favoriamo il processo vegetale di trasformazione della CO2 prodotta dalla combustione in massa lignea. E di massa lignea impiegabile per la combustione ne abbiamo parecchia, inutilizzata, come rottame ligneo abbandonato nelle nostre foreste, ed in generale ovunque ci siano foreste. Una volta questi rottami erano la sola fonte di riscaldamento della gente; oggi non più. Oggi non sarebbero sufficienti, vista la popolazione da sostentare, ma con una politica attenta di ricostruzione del mondo arboreo questa fonte energetica “rinnovabile” potrebbe coprire almeno una parte del nostro fabbisogno, soprattutto in un’ottica di autonomia locale dei bisogni energetici primari. Quindi non stufe domestiche e caminetti, ma centraline a legna e derivati, equipaggiate con sistemi di abbattimento e recupero degli inquinanti.

In conclusione, la crisi in atto suggerisce di rifondare la politica energetica su cinque capisaldi:

A) Abbandono del “teorema della CO2” e ritorno al consumo di combustibili a base di carbonio.
B) Risparmio energetico sin dove è possibile, e collocazione delle attività molto energivore ad un livello inferiore di priorità nei consumi energetici.
C) Stimolo alla creazione di “isole” di produzione e consumo autonomo di energia.
D) Ritorno ai combustibili solidi e liquidi, con abbattimento totale degli inquinanti e marginalizzazione dei consumi di gas verso le attività altamente energivore.
E) Stimolo all’adozione di sistemi locali di produzione di energia da fonti eoliche e solari, forse anche nucleari, ad integrazione di quelle di origine carboniosa.

Ing. Franco Puglia

21 aprile 2022

MESSAGE TO VLADIMIR PUTIN


WHAT I WOULD SUGGEST TO VLADIMIR PUTIN, ASSUMING I COULD TALK TO HIM, WHAT WILL NEVER HAPPEN. Franco Puglia

You jumped into big mass with Ukrainian invasion: things have not gone as expected.
The point, now, is how to get out of the mass. Non so easy, nor painless.
Let’s start from the beginning, from the idea which is beyond this war: to unify the slave population, weak, as individual nations, potentially strong if unified.
This concept is not new: it comes from all ancient empire dreams, since thousand of years, with the eaegyptiankingdom, with the Chinese Ming kingdom, ad there after.
Back to Russia, history tells us about the extensive dominations of the Russian kingdom from czar Ivan and the other kings after him, continued with the communist revolution and URSS. After that the disaggregation.

The idea of a slave union is not wrong, in itself, but doesn’t not takes into account the different historical period to take place. Back to Ucraina, for example, it is true that the resident population is Russian like: one might say, however, that the Russian population is ucrainaa like. The languages are non dramatically different, the physical aspect of the people is pretty similar. However they are different.
It happens everywhere, included Italy: one nation, with different people, and which are the differences is hard to say. Being a single nation is a rusultaof the history, not a free choice of the people. This was acceptable, many years ago; not now any more.

What might have led to a good result many years ago is resulting a disaster now days: ucraini people did not welcome Russians into their country: their answer was a strong fight, and it’ woldd be a mistake to imagine this be due to the fascination of Zelensky or to the pressure of Nazi troops. The whole people, with few exceptions, has reacted without being forced to do it. Why?

The reason is that people, now days, all over the world, tend tio disaggregation, rather then to aggregation, and the European Union is a demonstration of this tendency: it’s foundation was aimed to a big union of the European populations, to build a strong Europe.
This resulahas been achieved in a very little part, because the sentiment of the different populations drive them out, rather then into the Union. British people decided to leave ad many political organizations in Europe were willing to follow the same direction, until now.

You stopped all of a sudden this European aim starting the Ukrainian war. All European countries have overcome their divisions, unified by a single aim of defence against the Russian aggression to Ucraina. Also in this case you did not expect such a reaction.
These facts should suggest a conclusion: there is little space for unification of people, nowdayss, and any strategy aimed to unification must adopt different methods to reach the objective. The military option is not the most suitable one, as Ukrainian has shown.

We have to learn observing others, if any, adopting more successful strategies.
One is China. China is a completely different world then Europe or America.
Their old culture is deep-rooted in the Chinese soul and orients all their strategies.
China, nowdayss, does not need to even imagine any military war, unless for defence, and with Taiwan exception where, however, they never tried to make a military strike.
Chinese use a soft approach to set up a strong influence on territories where they have economic interest to pursue.

On the other hand it is not so different from the approach that Russia has followed so far in Europe, leading to becoming the main supplier of energy resources in important countries as Germany and Italy, plus others. And the European aim to Russia was pretty open and favourable, even if a residual non confidence, determined by the recent past, was still there, and the military approach to Ucraina has pushed back this confidence to the URSS period of the so called cool war. We all lost many years of progress on the sole route that makes sense, in perspective, for all of us: the unification of Europe, of a BIG Europe, from the Atlantic sea to the Urals mountains, which are the natural border of the European continent.

Why a big Europe? To counterbalance the big China and India, the asean continent, with a population exceeding by far the whole European population including Russia.
Russia is, by historical reasons, in a difficult geographical condition, covering territories spacing from Europe to Asia, as long as the Bering sea.
If no serious conflict has occurred so far between Russia and China for the northern regions of Asia is mainly due to the climatic conditions of those regions, which are not attractive for leaving, but with the increasing population in the planet, that exceed now 8 billions of humans, even those regions might become attractive for China.

The recent strong alliance between Russia and China is a tactical solution for both parties, but it is a weak liaison, considering the population ratio, one to ten, between Russians and Chinese. It cannot last much long, or Russia will become a slave of China in practical facts.
Even Europe and the USA are considering to get more freedom from the Chinese economical penetration, a soft invasion that has made disappearing many industrial activities in the western countries, producing slow of the internal income and slow down of occupation.

In this scenery, what to do about Ucraina?

This war is a great net loss for Russians and Europeans, not talking of Ucraina that has been much destroyed and needs to be rebuilt, either at Russian or European expenses, or both. At present the sole winner in this game are the USA, which are not touched by the war in their own territory nor they are touched by the energy lack and price. Winner because their economy will receive a great impulse in all activities correlated to the war, being a designer and producers of any king of military stuff. And they have now clients (NATO and not NATO countries) that will spend a lot of many to improve their military stuff as a deterrent against Russia, having become, all of a sudden, the public enemy for much of the world, in terms of number of nations, if not in terms of net population.
This is a defeat for Russia, whatever be the results onto the military ground.

At the best, based on what we can see, Russia could join the land from Rostov to Odessa under its’ control, closing any access to the Black see to Ucraina, and controlling that side of the black sea, face to face with Turkey. A very dangerous face to face, either because Turkey still belongs to NATO, either because they are Turkish and Muslim.
And such a result does it shorten the distance between the present and the initial goal you had in mind? Absolutely not: the opposite. Hence it would be a defeat.

Let’s now divide the Russian interests from your personal interests: in case the result of the war be the one described above, and it is not yet achieved, Russia will keep being isolated from much of the world, with their economy on ground and no measurable advantage from the control of the northern side of the Black Sea, while facing hostile territories at its borders.
You will keep your present power in the Kremlin, keeping on watching your shoulders to avoid being fired by internal opposition. Before or later History will describe Vladimir Putin as the man who turned back the destiny of Russia and Europe, producing the death of several tens of thousand of people, either Russians or ucraini.. You will find your place in the black book of the History, among others.

Or …. Or you overturn the cards on the table. How?

You have to admit that this war has been a mistake. Difficult to say that, now, more difficult or impossible tomorrow. If the conditions of the conflict become worse for Russia, this statement will appear as a public declaration of defeat. Even now it appears as a possibility, but you do not have another chance, in my opinion. It must be done, as soon as possible.
How to turn a defeat into a new perspective of success:

1. Get back to the original aim of the war, that you did not want to name as such, calling it as a “special operation”. It’s time now to explain to winch goal this operation was aimed.

a) to join the two souls of the major eastern Russian territories into a single great nation, from the Baltic to the Black sea, based onto information collected by the Intelligence, reporting that people in Ucraina were oriented to welcome this vision, also based onto the news coming from the south-east part of Ucraina, Don bass, where people were killing each other in absence of any successful undertaking of the Ukrainian government to establish a peaceful condition in the region.

b) to show to the slave territories west of Russia that a new unification of all people belonging to the slave etnia was possible, in view of an overall European unification where the role and political weight of these people become much more important the now, with the prominence of the elder states of Europe, like Germany, France, Spain and Italy.

2. Now the difficult statement: people in Ucraina did not appear to be as described by the Russian Intelligence. As a proof, you asked to the Russian military forces not to send in Ucraina their best professionals, but young soldiers with little experience, to test on ground what military operations are, with the minimum risk.

The result has been dramatic, with so many young Russian lives destroyed. But the boots where on ground, at this point, and the generals did not see any other option that keeping on. In few weeks the scenery has become very far from the one expected, and the initial goal of this operation disappeared, or even worse, produced effects opposite to the objectives.

3. At this point you state your decision to resign, underlining that the final objective of this unfortunate conflict remains valid, but has to be pursued following a different approach. Leave the command to somebody that appears the most welcome from the adverse parties, Ucraina and the others, to negotiate the stop of the conflict, bringing back the Russian troupes to Russia and trying to negotiate the reset of the international cooperation as before the war. After the new course you might keep in diffusing your story telling of the enlarged European unification, tailoring for you a new international role.
I can’t say if this will work, but it’s the only escape I see to safeguard your life and image.

Not doing that brings straight to the hell.

Ing. Franco Puglia

4 April 2022